HomeEccellenzaIl Cavalier Mercati, l’impresa, la natura e il progetto...

Il Cavalier Mercati, l’impresa, la natura e il progetto Aboca. “Ho sempre pensato che la vita fosse trasformazione”

di
Ornella D’Alessio

Nel 1978 Valentino Mercati lascia il mondo dell’automobile, dopo aver costruito un’attività importante, e compra una fattoria sulle colline di Sansepolcro. Quella che all’inizio non immagina come una scelta di vita  – «volevo qualcosa di bello», racconta – diventa un nuovo punto di partenza di un’avventura imprenditoriale e scientifica. Dalla fattoria di Aboca nasce un progetto sulle piante medicinali che, nel tempo, si trasforma in un’impresa internazionale.

La cosa più interessante è che Mercati non racconta quella svolta come una folgorazione improvvisa. La racconta come l’ennesima trasformazione di una vita cominciata a 14 anni in un’officina, passata attraverso la vendita di automobili e arrivata alla ricerca, all’agricoltura, all’arte e all’editoria. Al centro c’è un’idea che ritorna in tutta la sua storia: non accettare di stare semplicemente dentro un sistema, ma provare a guardarlo da fuori. È un’attitudine che Mercati fa risalire a una lettura giovanile di Pirandello.

Da qui nasce una visione che 50 anni fa appariva controcorrente e che oggi tocca temi entrati nel dibattito economico e scientifico: il rapporto fra agricoltura e salute, la complessità dei sistemi viventi, la ricerca sulle sostanze naturali, il rapporto fra tecnologia e natura. A 88 anni, Mercati dice di non avere rimpianti. E, soprattutto, di avere ancora sogni. «Fino a stasera», precisa.

Lei ha iniziato a lavorare giovanissimo, nell’officina di suo padre, poi è diventato imprenditore nel settore automobilistico. Nel momento in cui sembrava avere raggiunto il successo ha deciso di cambiare completamente strada. Perché?

Ho sempre considerato la vita come una successione di fasi. Ho iniziato a lavorare a quattordici anni, ho finito la scuola e sono andato in officina. Ho fatto il meccanico, poi sono passato alla vendita delle automobili, ho avuto delle concessionarie, ho costruito un’attività importante. Ma non ho mai pensato che quello dovesse essere necessariamente il mio mestiere per tutta la vita. Mi sembra strano vedere persone che fanno sempre la stessa cosa, come se la vita non fosse una continua trasformazione. Mio padre aveva un’officina e il suo sogno era che i tre figli lavorassero con lui. Io, invece, ho preso un’altra strada. Quando sono arrivato alle automobili avevo imparato a fare l’imprenditore riscuotendo un gran successo. Poi ho comprato la fattoria di Aboca, all’inizio solo perchè volevo la villa storica. A un certo punto, però, mi sono posto una domanda: come mi misuro con qualcosa che non conosco? Ho lasciato le altre attività e ho cominciato a occuparmi della fattoria. Il successo, d’altra parte, non è mai soltanto merito. È anche fortuna. Io dico che è un po’ come fa Gastone in Topolino: quando hai fortuna, devi cercare di starle vicino. La fortuna aiuta gli audaci, ma bisogna anche essere abbastanza audaci da seguirla quando arriva. Quella scelta mi ha portato dalle automobili alle piante medicinali e, progressivamente, alla ricerca. E lì è cominciata un’altra vita.

Lei non considera il naturale un’alternativa alla scienza, ma qualcosa che la scienza deve imparare a comprendere. Da dove nasce questa convinzione?

Nasce dalla curiosità. Quando ho iniziato a occuparmi dell’agricoltura mi sono accorto che dentro il sistema agricolo utilizzavamo sostanze che il sistema vivente non conosceva. E questa cosa mi ha colpito. Da commerciante avevo cominciato a sentirmi un inquinatore. Entrando nell’agricoltura ho pensato che dovevo rileggere la presenza dell’uomo sulla terra in una maniera meno distruttiva. La domanda fondamentale è stata: dove comincia il sistema vivente? Che cosa consideriamo vita? La scienza ha spesso costruito modelli nei quali la realtà viene scomposta. Io invece ho scelto la supremazia della vita: umanesimo e tecnologia scientifica insieme, non ho mai pensato che la scienza dovesse essere contro la natura. Al contrario: la scienza deve aiutarci a capire la natura; questo facciamo in Aboca. Per molto tempo mi sono sentito perdente. Nessuno credeva nel mio approccio. Avevo messo da parte dei soldi e li ho utilizzati per sostenere l’azienda, pagare i dipendenti e finanziare gli errori che inevitabilmente si fanno quando si cerca qualcosa di nuovo. Mi ero dato un orizzonte di circa dieci anni. Bisognava superare il fattore tempo e il fattore della capacità sperimentale. Sono arrivato quasi alla fine delle risorse e, prima di finirle, il progetto ha cominciato a funzionare. Oggi mi sento vincente.

Quanto è importante, nella sua visione, smettere di considerare l’uomo come qualcosa di separato dalla natura?

É fondamentale. Da ragazzo ho avuto un’esperienza che mi ha segnato. Leggendo Pirandello ho capito che dovevo guardare il mondo da fuori, non solo da dentro. Come se si potesse salire al primo piano e vedere noi stessi come burattini mossi da una regia. Quella è stata una delle battaglie della mia vita: cercare di vedere il sistema nel quale siamo inseriti. Se riesci a non guardare soltanto ciò che hai immediatamente davanti, puoi vedere più lontano. La vita non è una cosa ferma. È movimento, è trasformazione, è divenire. Cartesio diceva «cogito ergo sum». Ma io penso in un modo adesso e fra due minuti posso pensare diversamente. La vita cambia. Per questo considero l’uomo parte del sistema vivente e non padrone del sistema vivente. La natura ha una propria intelligenza: la vita si aggrega, si organizza, costruisce sistemi e relazioni. Abbiamo spesso cercato di curare il meccanismo senza guardare il sistema interconnesso, ma io penso che dobbiamo tornare a vedere l’uomo nella sua complessità: alimentazione, movimento, ambiente, microbiota, sistema immunitario, comportamento. La prevenzione, prima ancora che una tecnica medica, è un modo di vivere. La prima cosa è il movimento. Le cellule sono programmate per muoversi. E poi c’è la manualità, che per me è importantissima. Le mani hanno consentito all’uomo di costruire, di comunicare, di fare arte. Con le mani abbiamo creato il bello. E il bello non è un elemento decorativo. Io credo che abbia una funzione nel sistema vivente.

Aboca è diventata un’azienda internazionale e tecnologicamente avanzata, ma lei continua a definirla un progetto di vita e di responsabilità. Come si tiene insieme questa dimensione con la necessità di crescere, competere e fare profitto?

Non ho mai pensato che fare impresa significasse semplicemente diventare ricchi. L’impresa deve essere un progetto. Aboca è diventata anche il progetto della mia famiglia: i miei figli e i miei nipoti hanno sposato quest’idea. Non abbiamo bisogno di vivere con l’ansia di diventare sempre più ricchi o di essere continuamente in competizione. Per me la felicità è vivere. È alzarsi la mattina e respirare bene. Io ai miei figli ho insegnato anche questo: respirare per capire la vita. L’imprenditore dovrebbe chiedersi non soltanto quanto può prendere dalla vita, ma quanto può dare. Quando arriva un’opportunità economica, bisogna capire se è coerente con ciò che si è scelto di essere. Se non capisci cosa significa vivere bene, rischi di entrare in una competizione continua per avere più degli altri. Io non ho mai voluto questo. Ho visto persone fare enormi sacrifici per apparire. Salire sulle Ferrari, cambiare continuamente vita, inseguire un’immagine. E mi sono chiesto: per che cosa? È una fatica enorme. Io preferisco il bello. E preferisco un’impresa che possa continuare a vivere anche senza che ogni generazione debba dimostrare di essere più ricca della precedente.

Questa idea del bello ritorna anche nella sua passione per l’arte, per i testi antichi e per il museo. Perché un imprenditore della salute sente il bisogno di occuparsi di Piero della Francesca, manoscritti arabi, filosofia e cultura?

Volevo recuperare il pensiero del passato perché avevo la sensazione che l’evoluzione rischiasse di buttare via il bambino insieme all’acqua sporca. Ho iniziato con Piero della Francesca, poi sono arrivati i manoscritti arabi. Mi interessava riportare alla luce ciò che rischiavamo di dimenticare. Poi mio figlio ha orientato la casa editrice verso i saggi, verso una forma di divulgazione più vicina a quello che stavamo cercando di fare con Aboca. Anche il museo nasce da questa esigenza. Quando lo abbiamo creato, nel 2002, volevamo rendere credibile il mondo delle sostanze naturali e raccontare il rapporto fra natura, uomo e conoscenza. Oggi il discorso è diventato ancora più ampio. La nuova mostra affronta anche il rapporto fra intelligenza artificiale e sistema vivente. È una dualità che considero dirompente. Chi la vuole leggere la leggerà. Io non ho bisogno che tutti siano d’accordo con me.

A 88 anni lei parla ancora di futuro. Se dovesse scegliere oggi il problema dell’uomo o della natura sul quale investire i prossimi cinquant’anni, quale sceglierebbe?

La mia preoccupazione è che l’uomo continui a vivere come se fosse fuori dal sistema vivente, mentre ne è una parte. Per questo uso anche la metafora dell’Arca di Noè. Non sappiamo chi salirà sull’arca nei prossimi decenni. Non sappiamo quale organismo sarà capace di resistere all’eccesso di artificialità. Non lo possiamo sapere. Ma la vita ha tempi molto più lunghi dei nostri. Le api hanno impiegato milioni di anni per raggiungere il loro equilibrio, e sono ancora qui. L’uomo ha cominciato a incidere profondamente sul vivente con il fuoco, in un tempo relativamente recente. Abbiamo ancora molta strada davanti. La chimica farà parte del bagaglio futuro dell’uomo, come l’alfabeto è stato un artificio della comunicazione. Dobbiamo imparare a distinguere ciò che serve alla vita da ciò che serve soltanto al nostro desiderio di dominio. E soprattutto, dobbiamo avere l’umiltà di capire che siamo creati, non creatori. Se si ha questa umiltà, si può cominciare a vivere bene, quasi indipendentemente dallo stato sociale. Io ho 88 anni e non ho rimpianti. Anzi, sono contento perché ho ancora dei sogni. Fino a stasera.

Per rimanere aggiornato sulle nostre ultime notizie iscriviti alla nostra newsletter inserendo il tuo indirizzo email: