La legge 29 ottobre 2016, n. 199 compie dieci anni. Il bilancio è quello di un cambiamento negli strumenti, non della scomparsa del fenomeno: i controlli sono aumentati e le sanzioni sono più incisive, ma il lavoro irregolare continua a riguardare più di un terzo della forza lavoro agricola. Sono i numeri raccolti dallo studio dell’Eurispes a restituire la misura di questo scarto.
Che cosa ha cambiato la legge 199/2016 sul caporalato
Prima della riforma la risposta penale si concentrava sull’intermediazione illecita. La legge 199 l’ha estesa a chi utilizza, assume o impiega manodopera sfruttata, portando sotto la lente anche le condotte dei datori di lavoro e gli assetti organizzativi che mantengono lo sfruttamento senza ricorrere necessariamente alla coercizione fisica. Violenza e minaccia sono diventate circostanze aggravanti: l’articolo 603-bis del Codice penale prevede la reclusione da uno a sei anni, che sale da cinque a otto in presenza di violenza o minaccia.
Più controlli, più irregolarità: come leggere i dati di vigilanza
Secondo i dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro (INL), tra il 2015 e il 2025 gli ispettori passano da 3.221 a 4.366, un aumento del 35%, anche se nel 2025 risultano in calo rispetto ai 4.585 del 2024. Le pratiche per ispettore scendono da 2,4 a 1,6.
Nello stesso periodo il tasso di irregolarità delle pratiche sale dal 54,2% al 64,8%, con un picco del 68,4% nel 2024. I lavoratori coinvolti da violazioni accertate passano da 6.153 a 8.851, mentre le violazioni in materia di salute e sicurezza salgono da 592 a 7.528.
Più irregolarità accertate non significano necessariamente un aumento del fenomeno: possono riflettere controlli meglio mirati. I dati di vigilanza, per loro natura selettivi, non consentono di misurare la prevalenza del caporalato né di attribuire alla riforma un risultato causale definitivo. Lo stesso vale per le violazioni riconducibili a caporalato e interposizione di manodopera: dopo il massimo del 2023 (2.288, di cui 2.123 per caporalato) scendono a 551 nel 2025, sotto i livelli del 2015-2016. Un calo da leggere con cautela, perché gli intermediari si riorganizzano in forme più difficili da intercettare, come le cosiddette cooperative senza terra.
Il peso del sommerso in agricoltura
I dati Istat relativi al 2023 danno la dimensione strutturale del fenomeno. A fronte di un valore aggiunto agricolo superiore a 39,8 miliardi di euro, l’economia sommersa pesa per il 3,0% (3,4% nel 2019), oltre 1,2 miliardi di euro. Le unità di lavoro irregolari sono 146,5mila, pari al 34,3% del totale. L’incidenza era scesa dal picco del 37,1% (2018) al minimo del 32,1% (2022), per poi risalire.
Salari e gettito perso: il costo dell’irregolarità
Nel 2023, un bracciante irregolare guadagna in media 8,10 euro l’ora, contro gli 11,30 di un lavoratore in regola: un divario del 28%, in calo rispetto al 40% del 2018 e inferiore al 48% dell’economia nel suo complesso. Ma anche chi lavora regolarmente in agricoltura resta il 37% sotto la media nazionale (17,80 euro l’ora) e tra il 2021 e il 2023 vede crescere le retribuzioni meno della media nazionale (+3,7% contro +4,1%).
Il conto arriva alle casse pubbliche. Tra il 2015 e il 2023 il mancato gettito tra Irpef, addizionali e contributi è compreso tra 6,3 e 9,4 miliardi di euro: la stima più bassa si basa sui salari effettivi degli irregolari, la più alta ipotizza la piena emersione. Nel solo 2023 si parla di una cifra tra 810 milioni e 1,1 miliardi.
Infortuni e sicurezza nei campi
I dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro indicano per il 2024 78 infortuni mortali in agricoltura, il 17% in meno rispetto al 2014, e oltre 376mila giornate di lavoro perse, il 40% in meno. Il miglioramento è reale, ma le statistiche ufficiali sottostimano il fenomeno: infatti l’occultamento degli episodi, tipico del lavoro irregolare, li sottrae alla rilevazione.
Latina, Emilia-Romagna e Lombardia: alcuni casi dal territorio
A Latina il 95% dei lavoratori agricoli ha un contratto a tempo determinato e 6.601 dipendenti, il 46%, percepiscono meno di quanto previsto dal contratto. La paga dei braccianti sfruttati è passata da circa 4 euro l’ora nel 2021 a circa 5 nel 2026, contro i circa 9 del contratto.
In Emilia-Romagna le stime indicano che almeno il 30% del lavoro agricolo non è in regola; nel modenese l’esternalizzazione permette risparmi del 40-50% sul costo del lavoro. In Lombardia, nel 2025, 291 ispezioni agricole concluse su 445 hanno rilevato irregolarità (65,4%), con il 68,6% a Mantova (59 su 86). Sono tassi riferiti all’esito dei controlli, che si concentrano dove il rischio è più alto, non all’intero settore.
Sfruttamento non è irregolarità
Il reato previsto dall’articolo 603-bis non è un reato di mera irregolarità e non autorizza presunzioni fondate sulla cittadinanza o sulla povertà. L’applicazione richiede un accertamento individualizzato dello sfruttamento, dello stato di bisogno e dell’approfittamento. Lo stato di bisogno non è una categoria astratta e il consenso non equivale a una rinuncia generale ai diritti: un accordo tra soggetti formalmente liberi può nascondere una libertà sostanzialmente compressa, ma la compressione va provata.
Lo stesso rigore vale per le misure patrimoniali. Sequestro e confisca devono colpire il profitto e i beni collegati al reato, senza trasformarsi in ablazione indiscriminata del patrimonio produttivo lecito; il controllo giudiziario, a sua volta, è uno strumento di legalizzazione quando la continuità dell’impresa è compatibile con la tutela del lavoro.
Emersione protetta e condizionata: la proposta
Tra le proposte, la più innovativa è un programma sperimentale di emersione protetta e condizionata, che separa il canale amministrativo della regolarizzazione dalla denuncia penale lasciando intatta la protezione accelerata per le potenziali vittime. L’obiettivo è trasformare una quota di lavoro invisibile in rapporti tracciati, controllati e collegati a formazione, sicurezza, alloggio e trasporto.
Gli elementi previsti sono:
- un permesso temporaneo di dodici mesi, rinnovabile solo se il rapporto di lavoro è conforme;
- un contratto nominativo con salario in linea con il contratto collettivo e pagamenti tracciabili;
- controlli antimafia, fiscali e lavoristici sul datore prima dell’accesso, con ispezioni non preannunciate;
- revoca del beneficio e sanzioni più severe in caso di sfruttamento;
- incentivi limitati e revocabili, riservati ai datori virtuosi;
- formazione linguistica, sui diritti e sulla sicurezza, con alloggio e trasporto temporanei;
- la possibilità per il lavoratore di cambiare datore in caso di mancato pagamento, violenza o minaccia, con protezione amministrativa durante il passaggio;
- una valutazione d’impatto annuale su salari, ore lavorate, infortuni e recidiva.
La regolarizzazione non deve creare un mercato di licenze per sfruttare: il datore che accede al programma deve dimostrare capacità economica e consentire accessi ispettivi non preannunciati.
Una stima economica e sostenibilità
Una simulazione su 100mila persone stima per il primo anno un costo lordo di 565 milioni di euro: 300 per gli incentivi, 120 per la formazione, 75 per alloggio e trasporto, 40 per l’istruttoria e 30 per l’interoperabilità dei dati. A fronte, un gettito contributivo teorico di 540 milioni, calcolato su una retribuzione media di 18mila euro e un’aliquota del 30%. Il saldo lordo è di -25 milioni.
Si tratta di uno scenario ipotetico, non di una stima ufficiale. Non include Irpef, Iva, consumi, risparmi sanitari e giudiziari e andrebbe validato dal Ministero dell’Economia e dall’INPS. Il valore della misura si potrebbe giudicare solo sul saldo del primo anno e sulla effettiva capacità di ridurre lavoro nero, infortuni e dipendenza dalle reti criminali.
Le altre priorità per i prossimi dieci anni
L’emersione si affianca ad altri ulteriori interventi:
- un’Authority indipendente e una Procura nazionale del lavoro per coordinare vigilanza e indagini;
- l’interoperabilità delle banche dati degli enti di controllo, per rendere verificabili filiera e costo reale del lavoro;
- l’abrogazione degli «scudi ispettivi» introdotti nel 2024;
- un programma di protezione, assistenza e sostegno al reddito per le vittime che denunciano, con garanzie contro le ritorsioni.
La sfida dei prossimi anni non è ampliare automaticamente l’area del reato, ma rendere più verificabili le filiere, più tempestiva la protezione e concreta la bonifica. Né impunità per chi organizza lo sfruttamento, né criminalizzazione automatica del lavoro povero e migrante.

