Africa, Congo Orientale: il contrabbando di oro alimenta guerre e schiavitù

Congo Orientale: il conflitto dimenticato e il commercio illegale di oro

Il Congo Orientale, una delle aree con i maggiori giacimenti d’oro del continente africano, è stato il luogo di uno dei conflitti più cruenti dalla fine della Seconda guerra mondiale. Esso ha provocato 4,5 milioni di sfollati e un numero di vittime stimato tra i 3,3 e i 7,6 milioni di persone. In questo contesto il commercio illegale di oro resta la principale fonte di finanziamento per i circa 70 gruppi armati e criminali che operano nell’area.

Questi attori traggono profitto dal commercio di oro artigianale attraverso l’estrazione mineraria, la tassazione illegale, il saccheggio delle miniere, e varie forme di collaborazione con i contrabbandieri. Nonostante gli sforzi decennali per introdurre la tracciabilità nella filiera dell’oro, la produzione artigianale nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) sembra essere in piena crescita e solo una piccolissima parte di quanto estratto nella regione dei Grandi Laghi viene esportata attraverso canali legali.

Tanto oro dal Congo Orientale verso gli Emirati Arabi

L’oro artigianale viene estratto nella RDC in fosse aperte, tunnel o alvei di fiumi. I siti minerari hanno spesso più di una miniera attiva dove lavorano da poche decine, a diverse migliaia di persone alla volta. Nonostante il caos che li caratterizza, i siti minerari sono organizzati in modo efficiente secondo strutture definite a livello locale. Una volta estratto, l’oro viene venduto dai minatori a un commerciante, o négociants, il quale a sua volta lo vende a un esportatore, noto come comptoir. È in questa fase che la quasi totalità dell’oro estratto in Congo sparisce per venire contrabbandato al di fuori del paese. Al di là della falsificazione dei registri e dei certificati d’esportazione da parte dei comptoir, il contrabbando avviene sostanzialmente in due modi.

Nel primo, l’oro viene portato oltre confine (generalmente in Uganda e Ruanda) per essere venduto ad aziende locali che si occupano di raffinarlo per poi esportarlo come oro ugandese o ruandese. In questo contesto, l’oro non viene sottoposto a particolari controlli in quanto esportato da paesi privi di conflitti. Il secondo sistema prevede l’utilizzo di voli charter diretti a Dubai dove l’oro, spesso imbarcato nei bagagli a mano, viene venduto a raffinerie locali che provvederanno ad immetterlo sui mercati internazionali certificandone la provenienza. I commercianti e gli esportatori registrati forniscono una patina di legalità al contrabbando dichiarando una piccola percentuale delle loro esportazioni di oro, mentre intascano enormi profitti dal commercio illecito. Per sfuggire ai controlli, essi hanno iniziato, negli ultimi anni, a creare diverse entità commerciali lungo l’intera catena di approvvigionamento, tanto nel paese produttore quanto nei punti di acquisto e di transito; assicurando la proprietà o il controllo lungo tutta la catena di fornitura, questi attori massimizzano i profitti e rendono estremamente difficile e inefficace la due diligence.

Oro illegale e violazione dei diritti umani

Le miniere artigianali, nate come piccole imprese, stanno sempre più spesso generando operazioni su larga scala gestite da organizzazioni criminali, gruppi armati ribelli o da personaggi legati alle élite politiche locali. Tanto è vero che nel Congo Orientale la quasi totalità delle attività estrattive viene condotta in maniera artigianale, ma si è stimato che all’incirca il 71% di minatori d’oro dell’area lavorino in miniere controllate da gruppi armati ribelli. In questa situazione i costi umani, economici ed ambientali, causati da uno sfruttamento senza controllo dell’attività estrattiva artigianale, rischiano di diventare devastanti. Uno studio sulla violazione dei diritti umani nella RDC, pubblicato nel 2018 dal Dipartimento di Stato americano, elenca le principali violazioni che si sono verificate nel Congo Orientale negli ultimi anni. Tra queste possono essere citate: omicidi, sparizioni, torture, distruzione di proprietà pubbliche e private, violenza sessuale e di genere, sfruttamento del lavoro minorile e reclutamento di bambini-soldato. Per quanto riguarda la perdita economica, un rapporto delle Nazioni Unite stima che nel 2019, dalla sola provincia nord-orientale dell’Ituri, siano stati contrabbandati almeno 1.100 chilogrammi d’oro, con una perdita per le casse statali di circa 1,9 milioni di dollari. Va, inoltre, ricordato che queste attività sono spesso altamente inquinanti a causa della fuoriuscita di sostanze chimiche che si vanno a depositare nelle rocce, nel suolo e nei fiumi avvelenando lentamente la popolazione che vive nelle aree limitrofe: tra le sostanze più utilizzate è ancora molto diffuso il mercurio che, reperibile al costo di 10 dollari per fiala, viene usato per separare l’oro dalla pietra, senza considerare che gli effetti tossici del mercurio includono danni ai reni, al cuore, al fegato, alla milza e ai polmoni, e disturbi neurologici, come tremori e debolezza muscolare. L’Unido, Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale, ha calcolato che all’incirca un terzo del mercurio rilasciato dall’uomo nell’ambiente dipenda proprio dall’estrazione artigianale di oro.

Inchieste e denunce, ma in Congo Orientale il mercato dell’oro contrabbandato resta florido

Nonostante anni di denunce e inchieste sul ruolo che l’estrazione di oro ha avuto e sta avendo nell’alimentare i conflitti nell’area, nonostante diversi accordi regionali, tra cui uno specifico per il contrabbando di oro firmato dai paesi presenti nell’area dei Grandi Laghi, e nonostante i controlli introdotti a livello internazionale con il Dodd-Frank Act, il commercio illegale di oro dal Congo Orientale continua a rappresentare una delle attività più lucrative dell’area. Vi sono cinque fattori che contribuiscono notevolmente ad alimentare il fenomeno: a) la presenza di gruppi armati che controllano il territorio (per cui solamente 60 delle circa 1.500 miniere d’oro artigianale in Congo è stata certificata come priva di conflitti); b) l’elevata domanda di oro da parte di investitori e compagnie occidentali e asiatiche; c) la porosità dei confini con la quasi completa assenza di controlli doganali; d) il sistema fiscale congolese per cui per esportare legalmente oro dalla Provincia dell’Ituri nel 2017 erano richieste 26 diverse imposte pari al 15% del valore totale dell’oro; e) i salari, che con l’attività estrattiva assicurano ai minatori cifre ben più alte di quelle che otterrebbero con altre occupazioni.

La Repubblica Democratica del Congo, come detto, è uno dei principali produttori di oro del continente africano ma le esportazioni ufficiali dal paese rappresentano una frazione della sua produzione stimata. Nel 2015, un rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha stimato per il Congo una produzione annuale compresa tra le 10 e le 15 tonnellate di oro artigianale. A prezzi correnti, tale quantità d’oro varrebbe circa 740 milioni di euro. Nel 2016 il governo congolese ha dichiarato di aver esportato oro per 620 kg pari a circa 30 milioni di euro. Per trovare riscontro a quanto detto sin qui basta osservare il rapporto tra produzione ed esportazione di oro nei due paesi che confinano con il Congo Orientale, Uganda e Ruanda. Per quanto riguarda il primo la produzione nazionale di oro è stata stimata in circa 3 tonnellate all’anno; se però si va ad analizzare la quantità di oro lavorato in quel paese, si scopre come la principale raffineria ugandese lavori una media di 9,3 tonnellate di oro all’anno.

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Il caso del Ruanda

Un caso particolare può essere considerato il Ruanda: il Servizio geologico degli Stati Uniti ha stimato la produzione di oro in quel paese in circa 160 kg nel 2014 e in 319 kg nel 2015. A fronte di ciò, nel 2018, le autorità ruandesi hanno dichiarato di aver esportato oro per 2.163 kg. Ma, emerge una discrepanza nelle cifre che dimostra come i dati, riportati in questo articolo, vadano considerati come stime al ribasso degli effettivi volumi di produzione e contrabbando di oro. Essa riguarda lo scarto esistente tra le esportazioni di oro ruandese e le importazioni dello stesso da parte degli Emirati Arabi Uniti. Questi ultimi hanno infatti dichiarato di aver importato 12.539 kg di oro dal Ruanda nel 2018; una cifra 6 volte superiore alle esportazioni totali dichiarate dal paese. Sotto questo punto di vista va rilevato come gli Emirati Arabi Uniti, in generale, e la città di Dubai in particolare, stiano ricoprendo un ruolo sempre più centrale nell’immissione sui mercati internazionali di oro proveniente da zone di conflitto. Dati Comtrade evidenziano come, tra il 2006 e il 2016, la quota di oro africano nelle importazioni di oro degli Emirati Arabi Uniti sia passata dal 18 a quasi il 50%.

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