Etiopia: verso una guerra civile? Dichiarato lo stato d’emergenza nella regione del Tigrè

Lo scorso 4 novembre il Primo Ministro etiope, Abiy Ahmed, ha dichiarato lo stato d’emergenza nella regione del Tigrè ed ha iniziato un’offensiva militare con lo scopo dichiarato di esautorare il governo locale. Il Premier ha accusato il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigrè (TPLF), che governa la regione, di aver armato milizie irregolari e di aver orchestrato un attacco contro la principale base dell’esercito federale nella regione.  

A distanza di una settimana dall’inizio dell’offensiva risulta particolarmente difficile capire l’andamento degli scontri in quanto – a seguito della dichiarazione del premier Abiy – il governo etiope ha tagliato le comunicazioni telefoniche e le linee Internet nella regione. È stata data notizia di numerosi scontri tra l’esercito federale e le milizie del TPLF, tra queste ultime e gruppi armati Amara (schierati con il governo centrale). L’aviazione etiope è impegnata da giorni in bombardamenti contro strutture situate attorno alla capitale regionale del Tigrè (Macallè). L’esercito federale si starebbe ripiegando massicciamente verso il confine Nord, e nelle ultime ore sta circolando la notizia – ancora non confermata, ma riportata dalla Reuters che cita fonti ONU – secondo cui le milizie del TPLF avrebbero preso il controllo della base militare di Macallè. Quest’ultima, data sua vicinanza al confine eritreo, è la più grande base militare del paese e ospita all’incirca la metà dei mezzi corazzati in dotazione all’esercito federale. Se la notizia della sua conquista da parte delle milizie del TPLF dovesse venir confermata, queste ultime potrebbero ormai disporre dei mezzi per resistere all’offensiva lanciata dal Premier Abiy. Se poi si considera che il TPLF è attualmente in grado di schierare in campo all’incirca 250mila uomini – tra milizie paramilitari e forze di sicurezze regionali, parte delle quali composte da veterani della guerra con l’Eritrea – si capisce come quella che il governo etiope descrive come un’operazione di polizia contro una forza politica ribelle possa facilmente sfociare in una guerra civile di lunga durata. Ciò risulterebbe ancora più plausibile qualora fossero confermate le voci circa la defezione di ufficiali Tigrini che rappresentano tutt’ora una parte consistente dei quadri dell’esercito federale.

Alla base dello scontro militare in atto vi è la volontà del Premier Abiy, fortemente contrasta dal TPLF, di unificare maggiormente il paese, aumentando il potere del governo federale e riducendo al minimo l’autonomia dei governi regionali. In questo contesto, il rifiuto delle autorità di Macallè di posticipare le elezioni regionali, che il governo nazionale aveva deciso di rimandare a causa del Covid, è stata la miccia che ha dato fuoco alle polveri. La decisione del TPLF di procedere ugualmente con le elezioni lo scorso settembre, il non riconoscimento delle stesse da parte del governo di Adis Abeba e la decisione del Parlamento etiope di sospendere i fondi alla regione del Tigrè hanno esacerbato la situazione, portando all’escalation militare cui si sta assistendo in questi giorni.

Per comprendere pienamente le dinamiche in atto bisogna però risalire alla fine della guerra civile che portò alla caduta di Menghistu. Dopo aver combattuto la dittatura militare che ha governato l’Etiopia negli anni Settanta e Ottanta, il TPLF emerse come leader della coalizione che prese il potere nel paese nel 1991. La coalizione, nota come Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope, era composta da quattro principali partiti politici, divisi lungo linee etniche e geografiche, e sosteneva un approccio federalista che dava un significativo livello di autonomia alle singole regioni. Fino alla morte di Meles Zenawi, un tigrino che ha guidato l’Etiopia dal 1991 fino 2012, il paese ha vissuto un periodo di relativa stabilità e crescita economica. Con la morte di Zenawi si è assistito da un lato ad un aumento delle divisioni etniche all’interno del paese, dall’altro ad una costante richiesta di maggiori libertà da parte della società civile. Queste tensioni sono sfociate in manifestazioni di massa che nel 2018 portarono al governo l’attuale Premier visto allora come una figura di compromesso in grado di guidare il paese in una delicata fase di transizione. Abiy, una volta divenuto Premier, ha attivamente tentato di escludere i membri dell’etnia Tigri dalle posizioni di potere che avevano ricoperto nel trentennio precedente attraverso una serie di espulsioni e arresti. In questo contesto, il punto di non ritorno è stato probabilmente raggiunto lo scorso anno quando il Abiy sciolse il Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope per creare il nuovo “Partito della Prosperità”, in cui sono confluiti tutti i gruppi che componevano il Fronte Democratico con l’eccezione del TPLF.

L’operazione militare lanciata da Abiy può essere letta come un tentativo per consolidare il potere del Premier all’interno del paese. Essa avviene a seguito di un anno caratterizzato da una continua repressione del dissenso, con arresti diffusi tra i principali oppositori al partito di maggioranza. Inoltre, all’avvio delle operazioni militari è seguito un massiccio rimpasto all’interno degli apparati di sicurezza etiopi. Questa domenica, infatti, il Primo Ministro ha sostituito, con alcuni dei suoi più stretti alleati, il Capo dei servizi segreti e il Capo dell’esercito, il Commissario per la polizia federale e il Ministro degli Esteri.

Qualora gli scontri in atto dovessero prolungarsi, diventando a tutti gli effetti una guerra civile, il principale rischio, segnalato dalla maggioranza degli analisti, riguarda una possibile balcanizzazione dell’Etiopia. Il paese è attraversato da profonde tensioni tra i vari gruppi etnici che lo compongono. Nell’ultimo anno vi sono state decine di scontri e omicidi su base etnica che hanno portato alla morte di centinaia di persone. Un conflitto prolungato nella regione del Tigrè che dovesse assorbire gran parte delle forze militari a disposizioni del governo federale, acuirebbe immediatamente le tensioni etniche indebolendo la capacità d’intervento del governo. In questo contesto vi è la possibilità che si possano generare una serie di spinte centrifughe che possono portare alcune regioni dell’Etiopia verso l’indipendenza. Questo in quanto è la stessa costituzione etiope a prevedere una clausola attraverso cui le singole autorità regionali possano votare per ottenere l’indipendenza dal governo centrale divenendo stati autonomi.

Si può affermare che la mossa di Abiy rappresenti una scommessa ad alto rischio che, se dovesse andare bene, gli conferirebbe il controllo sul sistema politico etiope, permettendogli di rafforzare l’autorità centrale dello stato a discapito delle autonomie regionali, modificando così l’assetto costituzionale del paese. D’altro canto, se dovesse andare male l’operazione lanciata da Abiy rischia di far sprofondare l’Etiopia, potenza regionale emergente e fulcro del Corno d’Africa, in un periodo di incertezza, tumulto e violenza, con esiti potenzialmente catastrofici.

 

 

 

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