Brexit, la Gran Bretagna è fuori dall’Ue. Un divorzio a metà

Sulla carta più sovrana, nella realtà più debole. Questa, la condizione di Londra che emerge dalle 1.246 pagine dell’accordo commerciale e di cooperazione tra il Regno Unito e l’Ue, da oggi ufficialmente in vigore. Un accordo che riflette ciò che Brexit è: un divorzio, ma non certo una fine; un’ossessione del governo Conservatore per la sovranità, anche a costo di sacrificare gli interessi economici del proprio Paese.

Il capo negoziatore britannico David Frost ha dichiarato trionfante che ora «la nostra sovranità è pienamente restaurata. Le norme Ue non si applicano più; cessa la giurisdizione della Corte Ue; sarà di nuovo il nostro Parlamento a fare tutte le leggi per il nostro Paese». È una lettura unilaterale e distorta.

Certo, le norme europee cessano di avere diretta applicazione nel Regno Unito. Ma per poter commerciare con l’Unione nel modo più conveniente, tutta una serie di norme e di standard fissati da organizzazioni internazionali prende il loro posto. Standard che, comunque, sono al fondamento delle norme Ue. Per poter commerciare senza dazi con l’Unione, il Regno Unito si impegna quindi a rispettare norme decise dall’Organizzazione Mondiale delle Dogane, dall’Organizzazione Mondiale del Commercio e dai vari organismi delle Nazioni Unite, non ultimo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro per gli standard sociali. Insomma, il focus normativo si sposta da Bruxelles a Ginevra, ma le norme e gli standard comuni rimangono. Non di certo dal Take back control a Westminster promesso dai promotori dell’uscita.

Uno strumento innovativo, il cosiddetto “meccanismo di ribilanciamento” dovrà garantire la competizione leale: se la divergenza normativa di una delle parti in merito a standard sociali, ambientali, climatici o aiuti di Stato risultasse in una distorsione della concorrenza, l’altra parte avrebbe il diritto di imporre contromisure adeguate, previa autorizzazione di un apposito tribunale arbitrale.

Non è previsto infatti alcun ruolo per la Corte di Giustizia dell’Ue – eccezion fatta per i programmi Ue a cui Londra parteciperà, come Horizon Europe. L’assenza della Corte è rappresentativa del mantra della sovranità, alla base della Brexit. La necessità di gestire eventuali divergenze ha dato vita ad una complessa architettura istituzionale che non ritroviamo in accordi conclusi di recente dall’Ue. Il Consiglio del partenariato, coadiuvato da 19 comitati specializzati e quattro gruppi di lavoro, gestirà la governance per l’intero accordo. Eventuali controversie saranno risolte da un meccanismo orizzontale, con la possibilità di ritorsioni incrociate (limitate alla parte commerciale del partenariato e con alcune eccezioni tra cui i servizi finanziari). Il Regno Unito, che ha speso gran parte del suo capitale negoziale per non avere più a che fare con la Corte, si ritrova ora con un meccanismo arbitrale di risoluzione di conflitti meno chiaro e meno formalizzato, ma egualmente vincolante.

Trattandosi di una rottura dopo 47 anni di massima integrazione e vista la vicinanza geografica, l’accordo prevede anche alcune misure di continuità. Va letto in questo senso, ad esempio, quanto previsto per aviazione civile, autotrasporti, energia, antiterrorismo e lotta alla criminalità organizzata: non sarà più come prima, ma cerchiamo di usare il buon senso per limitare i danni.

L’accordo offre poi un quadro all’interno del quale la relazione potrà evolvere nel tempo, ne sono esempi la possibilità di legare il sistema britannico per lo scambio delle quote di emissione a quello europeo o di riconoscere alcune qualifiche professionali qualora ci sia la volontà. Prevede, però, anche leve per allentare la cooperazione in caso di divergenze eccessive. Non a caso, il testo può essere rivisto ogni cinque anni, ma può anche essere terminato con un preavviso di 12 mesi. Brexit non è finita, siamo semplicemente all’inizio di una nuova fase nelle relazioni.

Quello che Frost non dice sono i costi di questa ricerca di sovranità.

L’accordo prevede l’assenza di dazi e di quote commerciali, ma non sono previsti né il riconoscimento reciproco delle valutazioni di conformità – fatte salve rare eccezioni, tra cui i medicinali – né l’equivalenza sulle misure sanitarie e fitosanitarie per l’agroalimentare. Ciò impone controlli doganali, nuove procedure e allungamento dei tempi; in una parola, maggiori costi. Free trade is not for free. Senza contare che l’Ue ha imposto soglie abbastanza elevate per le norme di origine, necessarie per determinare se un bene è Made in UK e, dunque, può avere accesso libero al mercato unico europeo.

Caso emblematico sono i servizi, vero interesse britannico visto il surplus commerciale con l’Ue. L’accordo è a dir poco striminzito: fine del mutuo riconoscimento delle qualifiche professionali, permessi gli spostamenti temporanei per ragioni professionali anche se in misura minore rispetto ad altri accordi stipulati dall’Ue e, soprattutto, la City dovrà aspettare una decisione unilaterale di Bruxelles per sapere se e quale tipo di accesso avrà al mercato europeo per i servizi finanziari.

Rinunce, compromessi, in alcuni casi incertezze, in nome di una sovranità per lo più formale ma di fatto ancora fortemente legata a Bruxelles dal dato geografico. La geografia economica spingerà il mondo produttivo britannico a dissuadere Londra dall’abbandonare l’orbita normativa di Bruxelles. Allo stesso risultato contribuirà anche la geografia politica, poiché ogni tentativo di divergenza significherebbe un distacco tra Gran Bretagna e Irlanda del Nord. Quest’ultima, infatti, per rispettare gli “Accordi del Venerdì Santo”, continuerà a sottostare alle norme europee almeno fino al 2024, come previsto dall’accordo di recesso.

Rimarrà deluso chi sperava di veder calare il sipario: è solo l’inizio di un nuovo atto. 

 

*Michele Bellini, Sciences Po-Paris School of International Affairs

*Giovanni Kessler, già Direttore ADM-Agenzia Dogane e Monopoli

 

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