Dov’è finito il Sud?

Nella rubrica “Metafore per l’Italia”, pubblichiamo un’altra riflessione del Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, estratta dal libro La Repubblica delle Api.

 

Lo “spirito del tempo” nella cultura politica si esprime attraverso anche strane e a volte molto opportune dimenticanze. La tormentata litigiosità del momento sembra voler ricacciare costantemente all’indietro, nel rimosso, le grandi problematiche nazionali. Tra di esse, una, in particolare, può essere espressa e contenuta nella domanda: ma il Sud dove è finito?

Il Mezzogiorno si trova dove è sempre stato, in un progressivo, lento, inesorabile declino. Esso simboleggia più che mai questo Occidente, terra dell’occaso, del tramonto, di una civiltà quasi naturalmente rivolta verso la perdita dei suoi valori, della sua cultura. Ernesto de Martino scorgeva già i segni di questo disagio culturale quando avvertiva nel Meridione, insieme all’isolamento economico e sociale, il progressivo venir meno della presenza, dell’esserci nel mondo.

Le apocalissi culturali rappresentano nell’individuo e per l’individuo il materializzarsi di una condizione economica ed esistenziale dove la “crisi della presenza” si manifesta come incapacità di vivere la consapevolezza di un cambiamento, la certezza che questo “mondo magico” possa essere aperto alla ragione, alla modernità, al progresso. Queste tracce culturali sono compresenti e operanti nel tessuto meridionale e ne costituiscono i microrganismi ormai divenuti parte integrante del Dna complessivo di una parte del Paese che dispera, che non crede.

Quella parte del Paese che di fronte al ritorno del “Grande elettore” potrebbe rispondere come, nei Fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij, il Grande Inquisitore risponde a Cristo tornato sulla terra dopo millenni: «Cosa sei tornato a fare? Ora noi non abbiamo più bisogno di te! Il peso della libertà ci era divenuto insopportabile, per questo abbiamo scelto altri a cui affidarlo». Quando il peso della libertà diventa insopportabile, spesso si cerca la via d’uscita scegliendo nuovi padroni. Il Sud povero, oppresso, inutilmente caricato da scelte industriali irresponsabili (insediamenti improduttivi, opere pubbliche inservibili), vive dei suoi tormenti e agisce comunque in forza dei suoi equilibri negativi. Da queste terre dimenticate, i cittadini continuano a chiedere un intervento, una presenza che riaffermi il valore, la credenza in un ethos comune di Stato, di nazione. Perché il Sud non resti, per dirla con Franz Kafka, un’eterna corda sospesa fra la terra e il cielo, ugualmente incapace di rimanere in terra e di raggiungere il cielo.
(1995)

 

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