Cosa vuol dire Mafia? Dialogo con Marisa Manzini, procuratore aggiunto di Cosenza

La Regione Calabria ha 1.915.516 di abitanti su un territorio di 15.221 km² che porta la densità a 125 abitanti per chilometro quadrato. Quattro province, una città metropolitana e 404 Comuni. Eppure, una Regione con poco meno di due milioni di abitanti sembra essere assolutamente fuori controllo, concreta periferia istituzionale, preda della criminalità organizzata più potente d’Europa e del mondo: la ’Ndrangheta. Nell’aprile del 2006 è stata sciolta l’ASL numero 9 di Locri. Nell’aprile del 2008, quella di Reggio Calabria. Nel dicembre del 2010 viene sciolta l’ASL di Vibo Valentia. Ancora, nel 2019 vengono sciolte per infiltrazione mafiosa l’ASP di Reggio Calabria – nel mese di marzo – e quella di Catanzaro – a settembre. In questi giorni il dibattito nazionale ha visto l’affannosa ricerca di un nuovo Commissario per la Sanità in Calabria, dopo dieci anni di gestione commissariale, approdata, dopo diversi tentativi, alla scelta del Prefetto Guido Longo. Per provare non a comprendere, ma a cominciare a comprendere la complessità di un tessuto civile e sociale come quello calabrese, abbiamo dialogato con Marisa Manzini attuale Procuratore aggiunto della Procura di Cosenza, sotto scorta da diversi anni per le minacce di morte ricevute dal boss di Limbadi, Pantaleone Mancuso. L’intervista è il primo contributo della rubrica “Cosa vuol dire Mafia? Dialoghi sulla legalità” a firma di Sergio Nazzaro, scrittore, giornalista e analista, da sempre impegnato nello studio dei fenomeni criminali e nella lotta alle mafie.

 

La Calabria torna ciclicamente al centro del dibattito nazionale; quando accade ci si accorge di enormi problemi che perdurano da decenni. Dal suo punto di vista è disattenzione o, semplicemente, è la periferia del Paese e, in quanto tale, le sue problematiche possono assurgere a dimensioni incontrollate?

La Calabria è una splendida Regione ma, per cause ataviche, la sua storia, le sue origini e la sua cultura – che rimandano all’antica Grecia –, le sue bellezze naturali e la asperità ma, al tempo stesso, la genuinità della maggior parte dei suoi abitanti, lasciano il passo alle indubbie numerose criticità che la contraddistinguono. La presenza, sul territorio calabrese, di una organizzazione criminale, la ’Ndrangheta, che affonda le radici nel passato e che diventa sempre più potente ed invasiva nel presente, induce la popolazione italiana tutta e, soprattutto Roma, a diffidarne. C’è diffidenza nei confronti di una popolazione che, tutto sommato, conta poco sia quanto a voti da offrire alla politica nazionale – gli abitanti della Calabria non raggiungono i due milioni – sia quanto a rappresentanze politiche. E, soprattutto, troppo spesso diviene centrale nel dibattito a causa dei gravi fatti di cronaca che coinvolgono la politica locale. Credo che tutte queste ragioni inducano ad operare scelte politiche dirette solo a risolvere i problemi contingenti senza che venga operata una strategia lungimirante, diretta a risolvere i problemi alla radice.

Si discute di Sanità in difficoltà. Solo l’anno scorso sono state sciolte per l’infiltrazione della ’Ndrangheta due ASP (Azienda Sanitaria Provinciale) che raccolgono il 40% della Sanità pubblica calabrese: stiamo discutendo solo di mafia, o i livelli sono molteplici e più articolati?

La ’Ndrangheta, come ho già detto, rappresenta un grave problema calabrese, ma non è il solo. Quando si parla di “infiltrazione mafiosa” nelle aziende sanitarie o, ugualmente, negli Enti locali della Regione, non si può dimenticare come la penetrazione della mafia passi attraverso relazioni e rapporti di collusione e complicità con soggetti non prettamente mafiosi, quei soggetti che costituiscono – per utilizzare un termine suggestivo – la cosiddetta “area grigia” composta, prevalentemente, da politici, professionisti, funzionari pubblici. I livelli, quindi, sono ben più articolati e sarebbe eccessivamente semplicistico rimandare tutto sempre e solo alla ’Ndrangheta.

Il caso Fortugno – un medico Vice Presidente di Regione che viene ammazzato, i killer sono infermieri e ulteriori responsabilità sembrano esservi nell’ambiente della Sanità – sembra ormai dimenticato. Com’è possibile dal suo punto di vista di Magistrato che un tale efferato crimine non ponga le basi per un radicale cambiamento e dopo 15 anni sembra di essere ancora allo stesso punto?

Tutto, secondo me, ruota intorno al controllo della Sanità calabrese. La Sanità in Calabria rappresenta la prima azienda pubblica, in grado di dare lavoro a centinaia di famiglie e produrre i due terzi del bilancio regionale. Rappresenta un bacino elettorale importante ed averne il controllo significa assicurarsi posti di rilievo nella Regione e nella Nazione. E, soprattutto, rappresenta una committente di opere che passano attraverso gare pubbliche alle quali le imprese della ’Ndrangheta partecipano spesso con proposte economiche molto convenienti, ottenendone quindi i lavori. È difficile avviare un’opera di cambiamento senza prima azzerare tutti i quadri dirigenziali, i funzionari troppo spesso legati al territorio e alle organizzazioni criminali localmente presenti. Certo, i commissariamenti servono, ma sono insufficienti nella misura in cui non si cambiano le persone fisiche che operano come dipendenti e sono legate agli ambienti mafiosi del territorio.

Si parla quotidianamente di lotta alle mafie. La sua quotidianità, invece, che cosa narra per davvero, ovvero come si presume che l’ospedale debba essere assolutamente efficiente e disponibile per i cittadini, così altrettanto si presuppone per l’amministrazione della Giustizia. In Calabria qual è la percezione e il reale della lotta alla ’Ndrangheta?

Penso di poter dire che le Procure Distrettuali calabresi e i Tribunali, in questo momento, stiano facendo un ottimo lavoro, grazie anche ai vertici degli uffici particolarmente impegnati nel rappresentare a livello centrale le necessità di uomini e mezzi per poter dare risposte alle esigenze di giustizia dei cittadini. La mia affermazione credo possa dirsi assolutamente provata dagli esiti delle numerose e incessanti operazioni di polizia che, negli ultimi mesi, hanno condotto in carcere o agli arresti domiciliari numerosi soggetti accusati di gravi delitti.

Lei è sottoposta a misure di protezione a causa di gravi minacce ricevute. Quanto sono realmente esposti i Magistrati, le Forze dell’ordine, i sanitari onesti che provano a incidere nel cambiamento sociale e culturale della Calabria? Deve esserci una rinuncia alla speranza, oppure ci sono margini per efficaci ed effettivi cambiamenti? E, concretamente, come si devono esplicare?

Lavorare su un territorio in cui la criminalità organizzata è presente con prepotenza e violenza non è semplice, per ogni categoria di professionisti. Quando parliamo della ’Ndrangheta, oggi, dobbiamo essere ben consapevoli che si tratta di una realtà complessa. Non possiamo certo sottovalutare il salto di qualità compiuto, che l’ha portata ad interfacciarsi con soggetti formalmente puliti, intrecciando relazioni ad alti livelli, dimostrando, così, di avere assunto un ruolo di potere nelle scelte politiche ed economiche strategiche. Al tempo stesso, però, non dobbiamo dimenticare la sua innata, e tuttora presente, natura aggressiva e violenta. Risale all’aprile del 2018 – poco più di un anno e mezzo fa – il grave episodio posto in essere a Limbadi, paese di origine della potente cosca dei Mancuso, che ha visto vittima un giovane biologo, ammazzato con l’uso di un’auto bomba per avere osato contrastare le mire espansionistiche del gruppo mafioso su terreni di proprietà della sua famiglia. Questi episodi così violenti non possono che indurre terrore nella gente e questa è la strategia della ’Ndrangheta. Di certo, però, non possiamo pensare che allora tutto sia perso, che la Calabria sia destinata a rimanere una terra da commiserare e abbandonare al suo destino o, magari, da commissariare costantemente dal Centro, come fosse una semplice colonia priva di libertà. I margini per il cambiamento ci sono, e sono rappresentati dai giovani che sul territorio stanno lavorando per offrire possibilità di cambiamento; sono rappresentati da quei dirigenti scolastici che cercano di offrire ai loro studenti esempi diversi di vita e che aprono le porte degli Istituti a figure professionali che sul territorio rappresentano esempi da seguire. La Calabria, per potere essere riconosciuta in Italia (e nel mondo) per le potenzialità che le sono proprie, deve fare un salto culturale, deve acquistare coscienza delle sue risorse e creare sulla sua terra una coscienza civile in grado di reagire a tutto ciò che rappresenta offesa alla sua dignità.

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