Il carcere deve essere un transito verso il reinserimento: intervista a Sebastiano Ardita

carcere

Le immagini delle violenze del carcere di Santa Maria Capua Vetere, in Provincia di Caserta, sono esplose nella coscienza di un’intera nazione. Immagini così terribili, che ancora permangono nei media nazionali come monito, perché detenuti inermi fatti oggetto di violenza gratuita da parte di alcuni agenti della Polizia penitenziaria, pongono molti e gravi interrogativi. Eppure il mondo delle carceri è un mondo lontano dal dibattito pubblico, è un territorio che vogliamo distante e isolato dalle nostre coscienze. È un problema non nostro, eppure quando deflagra, coinvolge tutti. Cerchiamo di addentrarci in questo particolare mondo, ai più sconosciuto, dialogando con il Magistrato Sebastiano Ardita, attualmente Consigliere del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). Ardita ha lavorato nella Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, dove si è occupato di inchieste per reati contro la Pubblica amministrazione e di infiltrazioni mafiose nei pubblici appalti e forniture. Nel 2002 è stato Direttore dell’ufficio detenuti presso il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria (DAP) e responsabile dell’attuazione del regime 41bis. È autore di diversi testi tra cui Cosa Nostra SpA in cui analizza il patto economico tra colletti bianchi e criminalità organizzata.    

Quando viene dichiarato il lockdown, nel marzo del 2020, scoppia la rivolta delle carceri. Un anno e mezzo dopo si osservano le immagini della mattanza dell’aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Appare evidente che il mondo delle carceri diventa notizia, per poi essere dimenticato immediatamente dopo. Perché c’è questo atteggiamento?

Perché si tratta di un settore rispetto al quale opera una sorta di rimozione da parte dei cittadini. Viene considerato da molti come un luogo destinato ad accogliere persone da tenere distanti dalla società, e ciò determina il disinteresse per le sue reali condizioni. Si ritiene quasi inutile da parte di alcuni spendervi risorse e preoccuparsene, giacché non si intravede quale sia il beneficio per la collettività. Invece è esattamente il contrario. Il carcere è un luogo di transito – spesso breve – per moltissime persone, e il fallimento di quella esperienza si traduce spesso in recidiva criminale. Dunque la società paga un prezzo altissimo per il suo cattivo funzionamento. Solo fatti gravi come rivolte e pestaggi riaccendono l’interesse, ma in un quadro di atteggiamenti superficiali e spesso disarmanti.

Dal suo punto di vista perché la gestione di circa 54.000 detenuti, in una nazione di 65 milioni di abitanti è così problematica? I numeri, che sono certamente impegnativi, in confronto alla popolazione però, non sembrano essere impossibili da gestire.

I numeri dei detenuti presenti sono bassi sia in relazione all’entità dei fenomeni criminali presenti sul territorio, sia se comparati con la realtà di altre nazioni europee. La questione riguarda le risorse impiegate – c’è carenza di educatori e di direttori, ossia di coloro devono costruire i percorsi di reinserimento – e anche gli spazi, che sono assolutamente inadeguati e pensati per un carcere di massima sicurezza, del tutto chiuso a qualunque innovazione.

Recentemente c’è stata una lunga e articolata discussione sul 41bis, con intervento anche della Corte Costituzionale. Perché poco più di mille detenuti al 41bis i criminali più pericolosi per lo Stato democratico sono così centrali nel dibattito pubblico, come se lo Stato li sottoponesse ad un trattamento inumano? Quanto è fuorviante questa visione delle cose e a chi giova?

Il carcere è un insieme di vasi comunicanti, se da qualche parte si esercita una pressione questa si trasmette al resto dei contenitori. Detto ciò, è evidente e normale che i regimi di massima sicurezza siano sotto la lente degli organi di giustizia e delle organizzazioni per i diritti umani. In Italia gli strumenti di prevenzione sono stati fondati su un equo bilanciamento rispetto ai gravi pericoli connessi con l’azione delle associazioni mafiose. E, spesso, la critica al carcere si estende gratuitamente anche a situazioni rispetto alle quali le misure servono a salvare vite di innocenti. Ma è evidente che anche le organizzazioni mafiose, per tutt’altri scopi rispetto a quelli umanitari, puntano a destrutturare le regole del carcere di prevenzione, per consentire ai loro capi di continuare a dirigere affari criminali dal carcere.

In Italia sembra che quasi non si voglia credere nella rieducazione all’interno degli istituti penitenziari. Molti Magistrati di sorveglianza, invece, hanno comprovato la possibilità di percorsi che riportano le persone a riappropriarsi di una seconda possibilità, dopo aver pagato il proprio debito. Perché c’è questa volontà di condanna senza appello nel sentire comune?

Perché non si apprezza abbastanza il fatto che, dopo un percorso rieducativo, normalmente si estingua anche la tendenza a delinquere. In realtà, ciò che occorre evitare, è che la detenzione incattivisca o spinga alla prosecuzione dell’attività criminale. Anche perché, nel nostro Paese, lo stato detentivo è una condizione temporanea.

Più volte Lei si è espresso sulla complessità del mondo delle carceri, del DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria), di come bisogna proteggere il lavoro degli agenti e i diritti dei detenuti. Di che cosa c’è bisogno nell’immediato affinché non accadano più “sospensioni della Democrazia e della Costituzione”?

C’è bisogno di quel riequilibrio tra sicurezza e libertà che caratterizza tutta l’esperienza penale e che nel carcere trova il suo punto di maggiore criticità. Nell’immediato, occorre che chi opera nel carcere possa riacquistare la fiducia dei cittadini e di tutte le Istituzioni; che chi ha sbagliato paghi, ma senza che sia messa in discussione l’autorità e l’autorevolezza delle Istituzioni; che sia chiaro a tutti che il ritorno alla sicurezza degli istituti penitenziari deve passare dal rispetto di tutte le regole previste dalla nostra Costituzione. Ma nulla può realizzarsi se non si conosce il carcere e non si interviene su quelle rigidità o debolezze che ne rendono difficile la vita, migliorando le condizioni di vita nelle carceri, perché – come è stato ben detto – la dignità di chi vi lavora è connessa a quella di chi vi è recluso.

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