Il crimine non va in lockdown. Prefetto Vittorio Rizzi, Polizia di Stato: allerta massima

Dal monitoraggio dei profili di criticità per l’ordine e la sicurezza pubblica al contrasto alla criminalità attratta dagli gli spazi che il mercato offre in questo momento di profonda crisi e l’aggressione all’economia legale attraverso l’uso di capitali illeciti da riciclare per rilevare imprese e attività economiche in sofferenza, fino alla conflittualità sociale che sta attraversando il nostro Paese, come il resto del mondo. Dall’ascolto e alla prevenzione dei fenomeni di disagio e violenza all’interno delle famiglie, in aumento a causa del lockdown e delle restrizioni imposte dalla pandemia, all’uso sempre più diffuso delle tecnologie per il contrasto al crimine attraverso la realtà predittiva e algoritmi che consentono di anticipare le minacce. Così sta lavorando la Polizia di Stato per il affrontare i difficili e imprevedibili risvolti della crisi pandemica. A tracciare un quadro della situazione e dei possibili scenari futuri il Prefetto Vittorio Rizzi, Vice capo della Polizia di Stato e Direttore della Direzione centrale della Polizia criminale nell’intervista realizzata per il nostro magazine da Emilio Albertario.

 

Signor Prefetto, parliamo di un semaforo ipotetico anche per la criminalità, vanno di moda i colori giallo, arancione e rosso. A quale semaforo possiamo fare riferimento nella lotta alla criminalità organizzata in Italia?

In questo momento storico, sicuramente l’allerta deve essere massima e questo per una serie di ragioni facilmente intuibili. Stiamo vivendo un momento storico del tutto eccezionale, che ha avuto varie fasi: una prima fase che ha colto di sorpresa tutti, sia la società civile sia la criminalità – la quale è stata colta di sorpresa dalla veloce diffusione di questa pandemia. Poi abbiamo vissuto la fase del lockdown, quindi una serie di misure contenitive che hanno portato a un calo generalizzato di tutti i reati anche per un’ovvia ragione di impossibilità negli spostamenti e, quindi, di commettere azioni delittuose come il narcotraffico, o qualunque altra tipologia di reato che non avvenisse, per esempio, online (queste sono state le uniche fenomenologie di reato che hanno avuto un incremento anche nel periodo del lockdown). L’ultima fase che stiamo vivendo è questa nella quale siamo di nuovo in un momento diciamo critico, perché la pandemia sta nuovamente prendendo piede e da qui anche una serie di misure contenitive degli spostamenti. Quindi una situazione generale Paese, e non solo “Paese”, direi “mondo”, nella quale c’è una crisi economica piuttosto diffusa, una sofferenza e anche un sentimento di stanchezza nella gente, che comincia ad avvertire fortemente il peso di queste misure restrittive. A fronte di una situazione di questo genere, i profili di criticità per l’ordine e la sicurezza pubblica sono di tutta evidenza; lo sono sotto il profilo della criminalità, in quanto gli spazi che il mercato offre in questo momento sono spazi importanti per la criminalità che dispone di ingenti somme di denaro e che può investire e trasformare le proprie risorse – che sono provento di reato – in economia legale, può trasformare e riciclare il proprio denaro rilevando imprese e attività economiche in sofferenza. Vi è poi una situazione generale del Paese di stanchezza, un atteggiamento conflittuale, una conflittualità sociale che stiamo registrando e che non è limitata alla sola Italia, in quanto è ampiamente diffusa in molte aree del mondo. Il fenomeno che si sta verificando in Italia è anche quello di una certa strumentalizzazione – lo abbiamo visto a Napoli, lo abbiamo visto anche a Roma – da parte di alcuni movimenti della destra eversiva, da parte delle tifoserie, da parte della stessa criminalità organizzata, di questo sentimento di stanchezza sociale; quindi anche questa fenomenologia va tenuta sotto controllo, perché sicuramente costituisce un semaforo, non voglio creare allarmismo, non rosso, ma sicuramente un semaforo arancione che deve richiamarci alla massima attenzione su questi elementi di criticità. 

 

Ordine pubblico e infiltrazione nell’economia. A che livello è il contrasto alle grandi mafie che, con un tozzo di pane, rilevano le imprese in difficoltà?

Il fenomeno è continuamente monitorato dalla Magistratura e dalle Forze di Polizia. Il Ministero dell’Interno, il Ministro e il Capo della Polizia hanno fortemente voluto la realizzazione, sin da subito, dagli inizi di quest’anno, di un Osservatorio per tenere sotto controllo tutti quei parametri che potessero fornirci degli indicatori utili di rischio potenziale di infiltrazione della criminalità nell’economia legale. Noi abbiamo fatto qualcosa in più, in quanto ci siamo proposti, a livello internazionale, per confrontarci con altri paesi del mondo e costituire dei gruppi a livello internazionale. Europol, per l’Europa, ha affidato a noi il governo di un gruppo di lavoro con alcuni paesi – una decina – con i quali condividere l’esperienza italiana e cercare di cogliere in anticipo i segnali di potenziale rischio di infiltrazione. L’Osservatorio nazionale si è mosso con tutte le Forze di Polizia, con la Magistratura, con le Procure italiane più importanti e anche con le associazioni di categoria – penso a Confindustria, a Confcommercio, all’Unione Petrolifera Italiana – per monitorare, nei vari settori, al di là di quello che veniva denunciato o appreso dalle Forze di Polizia, anche quello che era nella “pancia” delle associazioni di categoria, non ancora trasformato in una denuncia, per cercare di cogliere questi segnali premonitori. Devo dire che probabilmente è ancora presto, perché il rischio potenziale ha soltanto pochissime concrete evidenze di tipo investigativo-processuale – questo lo dico anche sulla base di un confronto diretto che abbiamo avuto con la distrettuale di Napoli, di Roma, di Palermo, di Reggio Calabria, con i quali abbiamo, come Osservatorio, un contatto piuttosto frequente e con le stesse Forze di Polizia che ci aggiornano su quelli che sono i rischi attuali. La chiave di lettura potrebbe essere nel fatto che questi sono processi lunghi. Attualmente, anche le misure che sono state adottate, di sostegno alle imprese, le misure di welfare, la possibilità di accedere alla cassa integrazione, pongono queste situazioni in una condizione di stallo per cui lo dovremo vedere in futuro se le aziende potranno accedere a questo Recovery Fund, alle liquidità messe a disposizione dallo Stato. Il percorso è ancora di tipo potenziale: c’è un rischio potenziale e non c’è un’attualità se non pochi segnali che in questo momento teniamo sotto controllo; però io credo che l’aspetto positivo di quello che le sto dicendo è che non ci stiamo facendo sorprendere da qualcosa di imprevisto o imprevedibile; abbiamo sin da subito realizzato un meccanismo di condivisione delle informazioni perché, come nella ricerca scientifica cogliere prematuramente i sintomi di un malessere, di una malattia, aiuta a realizzare al meglio la cura, altrettanto avviene nel contrasto alla criminalità dove arrivare tardivamente può essere fatale per la tenuta del sistema.

Per quanto riguarda l’ordine pubblico ci siamo trovati di fronte a realtà un po’ diverse, almeno da quello che potevamo scrutare attraverso le telecamere e le trasmissioni televisive. Una sorta di guerriglia più che gruppi organizzati veri e propri.

Sì, è così. Il fenomeno è attualmente all’osservazione a livello territoriale e centrale. La Direzione Centrale Polizia di Prevenzione sta analizzando questo tipo di segnali che appaiono in larga parte strumentali anche a ottenere obiettivi che non sono semplicemente rappresentativi di uno stato di malessere o di disagio della popolazione, ma appaiono strumentali ad altri tipi di ragioni. Questo tipo di fenomeno è molto presente, viene analizzato e anche su questo ritengo che ci siamo mossi preventivamente. Aggiungo solo che questa conflittualità sociale è un fenomeno diffuso in varie aree del mondo: ricordo che già all’inizio di quest’anno, negli Stati Uniti, questa conflittualità soprattutto, per esempio, nei confronti delle stesse Forze di Polizia, era nata come movimento del “Black Lives Matter” ma, immediatamente, si era percepito che questo tipo di conflittualità andava ben oltre la stessa tematica del “Black Lives Matter” ed era diventata più diffusa, espressione di un disagio e di una conflittualità più ampia. Non possiamo fare paragoni tra mondi molto diversi, anche tra fenomenologie destabilizzatrici dell’ordine pubblico che ci sono in altre aree del mondo – penso ai movimenti sovranisti e a forme di terrorismo che nel nostro Paese, o comunque in Europa, ancora non si sono palesate – ma in un mondo globalizzato, in una realtà – e uso la metafora del virus Covid-19 proprio come chiave di lettura – dove un virus che si è manifestato per la prima volta in una provincia della Cina, è approdato in Italia come primo paese europeo dove si è manifestata questa pandemia, ci deve far riflettere che quello che accade in una parte del mondo, anche sotto il profilo dei fenomeni sociali e criminali, in un’epoca di globalizzazione, finirà per interessare anche altre parti del mondo.

Prefetto Rizzi, la violenza in famiglia a causa delle restrizioni dovute al lockdown ha colpito soprattutto le donne. Quali segnali vengono dalle vittime della violenza? C’è una richiesta di aiuto?

Questo fenomeno deve essere letto e interpretato, perché se ci limitiamo alle denunce ci rendiamo conto che c’è un calo e ovviamente così abbiamo una visione limitata del fenomeno, perché dall’altra parte, di converso, le chiamate che sono state registrate non dalle Forze di Polizia, ma dalle Pari opportunità, rilevano invece un disagio crescente in àmbito familiare, quindi potenziali fenomeni di reato e di reati spia di violenza domestica. Unire questo patrimonio informativo, cosa che per esempio abbiamo fatto anche all’interno della stessa cabina di regia, ci aiuta ad intervenire preventivamente anche attraverso campagne informative, perché il lockdown – la chiusura delle case per ragioni di contenimento della pandemia – non significa un lockdown per la sicurezza, né misure di tutela affievolite soprattutto verso le fasce più vulnerabili. Quindi le nostre campagne informative sono state promosse affinché si possa accedere a tutti gli strumenti di denuncia e si possa accedere alle segnalazioni, perché non vi è lockdown per la sicurezza. Le nostre campagne informative sono tantissime: da un’app dedicata a questo tipo di fenomeno, a quelle che sono le campagne che facciamo attraverso le Pari opportunità e i nostri siti istituzionali. La circolare che, proprio in pieno lockdown, il Direttore generale del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, il Prefetto Gabrielli, ha indirizzato a tutte le Forze di Polizia perché venissero allertati al massimo i sensori per rilevare questo tipo di fenomeno, dimostra una sensibilità culturale ed istituzionale verso il tema della violenza di genere che, fortunatamente, riusciamo a monitorare come Forze di Polizia.

Un telegramma finale: la tecnologia farà la differenza nella lotta al crimine. E il crimine usa la tecnologia?

È un po’ la vecchia storia dell’eterna competizione tra guardie e ladri. La tecnologia è al servizio di chi ne usufruisce, quindi tanto del crimine quanto delle Forze di Polizia, ed è una continua ricerca. Anche qui mi piace schierarmi dalla parte degli elementi positivi, a favore della tecnologia che aiuta a contrastare il crimine. Le Forze di Polizia da anni sono dotate di tecnici – ingegneri, chimici, biologi, matematici, statistici, architetti, oramai abbiamo tutte le specializzazioni tecnico-scientifiche professionali – che impiegano questi loro saperi scientifici a fini forensi, cioè per cercare le tracce e le prove di un reato. Credo che l’esperienza forense nazionale ed internazionale sia lo strumento più adatto, se si pensa che la criminalistica, cioè i rudimenti di applicazione delle scienze nel contrasto ai crimini, appartengono addirittura alla storia della criminologia, al Lombroso e poi a Ottolenghi e a tutti gli scienziati che hanno voluto applicare le scienze nel contrasto al crimine, ebbene oggi siamo così avanti che, per esempio, la Polizia di Stato dispone di un teatro virtuale per la ricostruzione virtuale della scena del crimine. E ci auguriamo che lo sviluppo tecnologico, con la realtà predittiva, con gli algoritmi che consentono di cercare di anticipare la minaccia, ci porti a realizzare modelli di prevenzione sempre più performanti contro il crimine.

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