“Il nuovo petrolio” del mondo digitale sono le competenze

digital learning

L’adozione del digital learning richiede un cambiamento di prospettiva, un mindset completamente diverso, che in molti casi è mancato. Il digital learning non è uno strumento alternativo o semplicemente accessorio, ma credo che possa rivestire un ruolo principale rispetto alla formazione tradizionale. Se ben utilizzato, stimola una maggiore interazione con gli studenti e facilita i processi di apprendimento”. Giuseppe Italiano, docente alla Luiss di Artificial Intelligence e Machine Learning, non ha dubbi: in un momento in cui il dibattito è polarizzato sulla definizione del PNNR con l’intento di canalizzare le risorse per l’effettiva realizzazione di un “neo rinascimento” italiano, la formazione del futuro dovrà dotarsi di linguaggi e metodi adeguati. Abitare la complessità è una sfida che non ammette superficialità né approssimazioni.  

L’intervista

Prof. Comincerei, dall’esperienza che state portando avanti alla Luiss. “Peer to peer learning” è un metodo di insegnamento che si avvale tra l’altro di una strumentazione mai praticate nel passato, “le piscine”.  Di che “immersione” si tratta?

L’anno scorso abbiamo lanciato 42Roma Luiss, la prima sede italiana del network internazionale di Ecole 42. Si tratta di un modello educativo profondamente innovativo, basato sul “peer-to-peer learning”, che si fonda su un approccio molto “dirompente”: è gratuita, non ci sono classi, né aule, né professori. Chi supera i test logici iniziali, affronta le “Piscine”, che è una metafora per dire che si viene buttati in acqua e si riesce a sopravvivere solo se si impara velocemente a nuotare. Le Piscine sono un’autentica full immersion di coding che dura quattro settimane, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, con l’obiettivo di scoprire chi ha veramente il potenziale, il talento e la motivazione per andare avanti.

Il digital learning ha permesso agli studenti di frequentare le lezioni nonostante la pandemia

Quali sono gli obiettivi di un’iniziativa che rientra in un network internazionale ?  

Il progetto 42 Roma Luiss è il fulcro di un percorso di stage e attività peer-to-peer learning che dura complessivamente tre anni. Alla fine dell’iter verranno formate risorse che saranno contese dalle migliori aziende, anche se non avranno formalmente un titolo di studio tradizionale. Questo perché avranno dimostrato sul campo di essere davvero i migliori talenti e di avere le competenze che servono per avere successo in un mondo sempre più digitale.

In un tempo di crisi come quello che stiamo vivendo risulta di importanza strategica investire sulle competenze. Il suo lavoro si muove in ambiti di ricerca che sono al centro di quella che Luciano Floridi ha definito “Quarta rivoluzione”. Quali modelli formativi bisognerà mettere in atto per far crescere quei “nuovi saperi” da cui dipendono non solo i livelli occupazionali, ma la stessa competitività del sistema Italia?

Innanzitutto, dobbiamo recuperare velocemente il grosso gap digitale che ci separa da altri paesi. Se guardiamo ad esempio al DESI (Digital Economy and Society Index), con cui viene monitorato il progresso digitale dei paesi dell’Ue, l’Italia è agli ultimi posti per competenze digitali. Per recuperare terreno ed evitare di trovarci con un gap digitale sempre più incolmabile, non servono soluzioni particolarmente sofisticate. È sufficiente avviare una seria riflessione politica, provando a invertire la rotta con una strategia chiara e con forti investimenti nella formazione sui settori più innovativi del digitale. Ne va del nostro futuro e del futuro dei nostri giovani.

Il digital learning potrebbe rivestire un ruolo principale rispetto alla formazione tradizionale

“Google Career Certificates è l’iniziativa di Google, che ha fatto discutere, diretta agli studenti che intendono rafforzare le proprie competenze nel campo del digitale. Si tratta di un’esperienza sicuramente innovativa guardata però con sospetto da alcuni osservatori, che vedono nel progetto una messa in discussione delle tradizionali agenzie di senso e in particolare del ruolo dell’Università nel percorso formativo. Sono preoccupazioni mal poste?  

I Google Career Certificates sono più o meno certificazioni professionali, non sono una grossa novità nel settore digitale. Google sta offrendo da tempo anche altri professional certificate, senza per questo aver sollevato discussioni o polemiche. A mio parere, i Google Career Certificates non hanno la finalità di mettere in discussione il ruolo delle università, proprio perché si inseriscono in una tipologia di formazione che è presente già da vari anni. La vera grossa novità sta nel fatto che Google sta investendo nella formazione professionale e che le sue certificazioni saranno riconosciute anche da molte altre aziende. Questo interesse testimonia anche che, ora più che mai, le competenze digitali di base sono sempre più cruciali per le carriere professionali e che molte aziende sono sempre più interessate a reclutare persone che siano “job ready”, cioè immediatamente pronte a essere inserite nel mondo del lavoro.

 I saperi politecnici e la dimensione umanistica

“Job Ready” soffermiamoci su questo termine. Le aziende vogliono risorse “pronte all’uso”. Avremo una nuova generazione di manager sia nella politica che nell’impresa, che tenderanno ad acquisire la preparazione necessaria facendo a meno del duro e metodico lavoro sui libri, che ha segnato la vita di tante generazioni?

Una certificazione, come i Google Career Certificates, può aiutare a essere “job ready” in sei mesi. Ma soltanto una formazione più approfondita, come quella universitaria, può aiutare a essere anche “future ready”, ovvero può fornire una cassetta degli attrezzi, fatta di conoscenze e di competenze, che aiuti a capire non solo come inserirsi immediatamente nel mondo del lavoro, ma anche dove andare, come muoversi e come riconfigurarsi in un mondo professionale che sta cambiando sempre più velocemente. Nel contesto attuale, le aziende possono essere sempre più interessate a offrire una formazione “job ready”, ma soltanto istituzioni come le università possono investire nel lungo termine per offrire una formazione “future ready”, soprattutto ai futuri manager. Teniamo presente che considerando la velocità attuale di cambiamento delle professioni e dei contesti professionali, una formazione “future ready” è sicuramente in grado di garantire migliori traiettorie professionali rispetto a una formazione “job ready”.

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Il destino dei cosiddetti saperi politecnici viene sempre più messo in discussione nella società digitale. Saranno le discipline della cosiddetta area STEM, oltre al coding, alla robotica, alle neuroscienze a farla da padrone nell’immediato futuro? 

I laureati STEM sono sempre più richiesti nel mondo del lavoro. Ma oggi le tecnologie digitali influenzano diversi aspetti, non esclusivamente di natura tecnologica, della nostra società, e hanno introdotto profonde innovazioni anche nei rapporti di forza, negli equilibri di potere, nella sorveglianza e nel controllo dell’informazione, come possiamo facilmente renderci conto osservando quello che succede in questi giorni. In un mondo che sta diventando sempre più complesso, non sembra più sufficiente un approccio educativo basato su STEM, ma appare sempre più importante riuscire ad arricchirlo di un’ulteriore componente umanistica. Molti tendono a enfatizzare un diverso acronimo: “STEAM” (Science, Technology, Engineering, Arts and Mathematics) dove la parola “Arts” sottolinea appunto la dimensione umanistica che è necessaria per acquisire le competenze a 360 gradi che sono sempre più richieste.

A proposito di rivoluzione digitale. Il passaggio forzato allo smart working ha dato imprevedibili opportunità ai cybercriminali. Per garantire la sicurezza informatica non crede che sarà necessario mettere in campo dei programmi di formazione ad hoc, in grado di incidere sui comportamenti e nel contempo di trasformare i cittadini-fruitori nei primi veri difensori delle reti, al fine di ricreare una necessaria e opportuna “simmetria” tra le conoscenze sempre più avanzate degli hacker e l’abilità e la consapevolezza (awareness) della platea crescente degli utilizzatori dei servizi on line?

Man mano che gran parte della nostra vita si sposta sul digitale, offriamo sempre più superfici di attacco alla criminalità cyber. Anche perché mentre tutti tendiamo ad essere molto diffidenti nella nostra vita “fisica”, nella nostra vita “digitale” siamo invece molto più disinibiti e meno consapevoli dei rischi a cui andiamo incontro. Anche qui le competenze digitali sono molto importanti, e le università stanno lavorando molto in questa direzione anche con programmi di formazione ad hoc. Facciamo un esempio concreto: in Luiss abbiamo un Master in cybersecurity, che è molto richiesto e che affronta il problema in modo interdisciplinare: non solo dal punto di vista tecnologico, ma anche dal punto di vista delle politiche pubbliche, normative e di gestione. Ricordiamoci che la sicurezza informatica non è solo un problema tecnologico: è un problema molto più complesso, e va affrontato da molti punti di vista.

I nuovi linguaggi della formazione

La DAD cui l’80% delle scuole è stata costretta in questa drammatica “terza ondata” rimane al centro del dibattito. Più di qualche voce critica ha ribattezzato questa metodica come disagio a distanza. Nei paesi anglosassoni, in particolare, durante il lockdown è cresciuta la popolarità di piattaforme online quali edX, Coursera, e FutureLearn, che utilizzando lo strumento dei Mooc (Massive Open Online Courses), hanno permesso ad adulti occupati di acquisire una formazione che altrimenti sarebbe loro preclusa. Che futuro intravede per queste modalità di insegnamento, che richiedono competenze e infrastrutture, di cui, almeno alle nostre latitudini, siamo ancora purtroppo scarsamente dotati?

Al di là delle critiche, le tecnologie digitali ci hanno indubbiamente aiutato a vivere meglio durante il lockdown, e forse molti di noi si sono improvvisamente accorti delle potenzialità del digitale soltanto in questo periodo. Pensiamo a cosa sarebbe successo se questa pandemia ci fosse stata 25 anni fa, cioè se fosse stato un covid-94 al posto del covid-19! Nel 1994 non avevamo quasi nessuna infrastruttura digitale. Non avremmo potuto continuare a lavorare, ad interagire con i nostri cari, ad andare a scuola, all’università, a fare acquisti online, e molto altro. L’adozione del digital learning richiede soprattutto un cambiamento di prospettiva, un mindset completamente diverso, e forse questo in molti casi è mancato. Non credo che il digital learning sia solo alternativo, o accessorio, ma credo che possa rivestire un ruolo principale rispetto alla formazione tradizionale. Se ben utilizzato, stimola una maggiore interazione con gli studenti e facilita i processi di apprendimento. Sono convinto che sarà sempre più importante per la nostra formazione. A patto di avere non soltanto le competenze e le infrastrutture tecnologiche appropriate, ma anche di essere in grado di ripensare in modo critico i processi formativi, cosa peraltro richiesto dalla società moderna.

 

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