La verità sulle banche. Da Etruria a Lehman al “caso Banca d’Italia”. I parte

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Banche italiane senza pace. Ora tocca a Banca d’Italia. Pochi giorni fa, da Vicenza, a una riunione dei correntisti e azionisti di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, i due vice-premier hanno nuovamente tuonato contro il sistema bancario italiano. Si è addirittura arrivati ai toni (elettorali?) da film western: «Convocheremo i banchieri e li faremo cantare». Vedremo. E ascolteremo il canto. Al momento, però, è forse più importante dotarsi di ciò che serve a capire. Prendere coscienza di ciò di cui stiamo parlando. Lo facciamo con il professor Giampaolo Gabbi, professore Ordinario di Economia degli Intermediari Creditizi alla facoltà di Economia dell’Università di Siena. Giampaolo Gabbi è un profondo conoscitore dell’economia finanziaria – quella che oggi sembra contare davvero – e possiede il dono della semplificazione, tipica dei professori veri, che sanno fare il loro mestiere.

Il dibattito sulle banche ha messo in luce quanto non sia chiaro alla pubblica opinione il senso di cosa una banca sia; di come funzioni il circuito del credito; dei principi di base sulla gestione del risparmio privato. Insomma, esiste un serio problema di “educazione finanziaria”.

Il problema dell’educazione finanziaria non è un tema sollevato dalla crisi. Dal 2005, periodo in cui l’OCSE ha diffuso le raccomandazioni in materia di educazione finanziaria, numerosi paesi europei hanno investito per migliorare la consapevolezza delle persone in materia economica e finanziaria. Al di là del tema culturale, c’è un motivo economico: alla conoscenza finanziaria corrisponde anche crescita economica superiore, almeno per redditi pro capite superiori a 12mila dollari annui.
Il 6 novembre 2007 (quindi praticamente in coincidenza con l’inizio della crisi finanziaria) il Ministero della Pubblica Istruzione e la Banca d’Italia hanno siglato il Memorandum d’intesa «per l’avvio di un progetto sperimentale di formazione in materia economica e finanziaria in alcune scuole campione».
Nonostante queste iniziative, la situazione in Italia è ancora arretrata rispetto ai paesi simili al nostro. Dall’indagine di Standard & Poor’s condotta a livello globale, meno del 40% degli adulti italiani conoscono concetti basilari quali la diversificazione del rischio, il concetto di inflazione e le logiche di calcolo degli interessi su investimenti finanziari. La percentuale italiana è più o meno quella registrata in Sud Africa e in Russia. Ma, cosa più preoccupante, il livello di conoscenza finanziaria è molto basso anche fra i consulenti finanziari (quelli che prima si chiamavano promotori finanziari). Le autorità di vigilanza europea e italiana hanno imposto corsi obbligatori proprio per garantire una minima professionalità. E la situazione è ancora più allarmante se parliamo di conoscenza della funzione bancaria nel sistema economico.

Senta professore, cosa è una banca oggi? questo termine non è un po’ generico rispetto a quanto esprime?

Il tema non è banale. Se ne discute molto anche a livello manageriale, perché le strategie bancarie dipendono da cosa si vuole (e si può) fare in quel settore. Ad esempio oggi entrano nel mercato bancario anche soggetti che fino a pochi anni fa non esistevano, come PayPal, Amazon e Apple.
Il settore è vario e complesso: “banca” non significa sempre la stessa cosa. Se vogliamo dare una definizione base ci si può concentrare su tre funzioni: quella monetaria, quella creditizia e quella di intermediazione finanziaria. In altri termini, una banca è quell’impresa che emette strumenti che hanno una funzione monetaria (pensiamo agli assegni o alle carte di credito), che fa prestiti utilizzando le risorse che raccoglie dai depositanti e che consente ai risparmiatori di pianificare il futuro trovando le soluzioni finanziarie più adeguate.

Si sente parlare di banche commerciali, di private banking, di banche di investimenti: sono solo dei modi di dire, o rappresentano diverse realtà nel più generale mondo delle banche?

La seconda. Per riconoscere il core business dell’industria bancaria, si sono introdotte definizioni più specialistiche. Così abbiamo banche commerciali (Intesa Sanpaolo) che sono concentrate nell’ambito del credito e della raccolta di depositi (servizi di corporate banking). Abbiamo poi le banche private (UBS Asset Management) che invece offrono servizi a investitori che spesso hanno patrimoni molto elevati (servizi di wealth management). Una terza e distinta categoria, infine, sono le banche di investimento (Goldman Sachs), che offrono servizi molto sofisticati a grandi clienti per operazioni cosiddette “di finanza straordinaria”, come fusioni e acquisizioni, collocamenti in Borsa, emissioni di obbligazioni.

Un primo insegnamento che ne traiamo, quindi, è che quando si discute di una crisi bancaria, occorre capire innanzitutto di che tipologia di banca si tratti, perché alla parola “banca” fanno riferimento situazioni anche molto differenti.
Andiamo avanti: Etruria e Lehmann sono due banche fallite: cosa significa “fallimento” di una banca?

I casi citati sono molto diversi e non solo per la loro dimensione. Banca Etruria era una banca commerciale, essenzialmente orientata al mercato locale e retail, quindi piccoli risparmiatori e piccole imprese. Lehman era una banca d’investimenti che operava a livello globale. Li accumuna il fallimento; tuttavia, giuridicamente non possiamo definirlo un vero fallimento ma una liquidazione.
In ogni caso, la situazione coincide con la situazione per cui una banca ha totalmente eroso il proprio patrimonio per i rischi assunti. Detto in altri termini, il valore delle attività della banca (cassa, crediti, titoli, immobili) è inferiore al valore delle passività (debiti nei confronti di depositanti e obbligazionisti). Quindi le due banche, e tutte quelle che durante la crisi si sono trovate in questa situazione, non erano più in grado di onorare i debiti. Anche se avessero venduto tutte le loro attività, non ci sarebbero state risorse sufficienti per restituire i capitali dei depositanti e degli investitori. E qui si pone il problema degli eventuali salvataggi bancari, che tanto mal di pancia sollevano.

Appunto di salvataggi bancari volevo parlare. È giusto, o meglio, è nel pubblico interesse che uno Stato investa per salvare una banca?

Il finale della storia di Banca Etruria e di Lehman Brothers aiuta a dare una risposta. Il primo è proprio la loro natura. Se non si interviene per salvare una banca commerciale, si accetta la possibilità che una parte dei depositi in conto corrente possano non venire restituiti. Ma i depositi sono tecnicamente moneta bancaria, cioè noi accettiamo strumenti bancari per regolare gli scambi. E se perdiamo la fiducia che questi strumenti siano davvero liquidi e garantiti da banche solvibili, l’intero impianto del sistema degli scambi economici potrebbe crollare. Non dimentichiamo mai che la nostra Costituzione (art. 47) tutela il risparmio. E per questo motivo lo Stato “disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”. È così che il sistema bancario italiano nel caso di Etruria è intervenuto, per evitare una liquidazione che potesse intaccare la fiducia dei depositanti. Alcuni investitori in obbligazioni più rischiose e in azioni hanno però perduto parte dei loro capitali. E qui torniamo al primo argomento: la non conoscenza dei rischi anche bancari ha portato molti investitori a scegliere titoli bancari che promettevano rendimenti superiori pensando fossero senza rischi. Ma questo è tecnicamente impossibile: se un titolo rende di più di un altro deve essere più rischioso, altrimenti non si vede perché il debitore dovrebbe accettare di pagare un rendimento superiore. In inglese si direbbe “there is no free lunch”, non si mangia gratis.

Mi pare chiaro: in Italia la Costituzione impone dei comportamenti a tutela del risparmio. Di contro, mi viene da dire, dovrebbe imporre ai consumatori di essere prudenti, meno avidi e più informati: i soldi facili non esistono. E negli States? Cosa ne pensa del caso Lehman?

Mi chiede perché invece Lehman è finita con la sua chiusura? In primo luogo perché essendo una banca di investimento non si dovevano tutelare i depositanti. Non c’erano filiali di Lehman, non esistevano conti correnti. Quindi i clienti erano essenzialmente obbligazionisti non solo americani. E poi perché gli Stati Uniti dovevano decidere se utilizzare denaro dei contribuenti per salvare una banca che aveva adottato politiche chiaramente speculative. Non bisogna dimenticare che nel settembre 2008, quando fallì Lehman, ci fu un altro importante salvataggio, quello di AIG, una delle più importanti assicurazioni americane su cui poggiavano molti risparmi pensionistici privati degli americani. L’amministrazione Bush decise di salvare AIG per evitare un contagio interno e di lasciar fallire Lehman, di fatto trasferendo il contagio a livello mondiale.

Chiarissimo. Vogliamo provare a sintetizzare?

In primo luogo, non tutte le banche in difficoltà meritano un salvataggio. Direi che il problema si pone quando sono banche commerciali. In secondo luogo, prima di valutare un intervento pubblico si cerca sempre una soluzione privata, cioè un’altra banca in grado di ristabilire l’equilibrio iniziale. Nel caso di Etruria, dopo una prima fase di gestione straordinaria, la banca è stata acquisita da UBI. Il problema è che, in un periodo di crisi finanziaria, non è facile trovare una banca con le spalle sufficientemente robuste per acquisire banche in perdita. Si è trovata una soluzione, il bail-in, che dovrebbe permettere di effettuare il salvataggio coinvolgendo alcuni dei creditori della banca, soprattutto quelli che hanno ottenuto rendimenti maggiori di altri grazie a obbligazioni più rischiose. L’intervento pubblico dovrebbe essere l’extrema ratio. Quindi, penso sia giusto salvaguardare la stabilità del sistema bancario per tutelare il risparmio e il credito alle imprese, ma sarebbe ideale evitare l’intervento pubblico. Anche per evitare che nelle giornate di sole i profitti siano privati e nei giorni di pioggia le perdite siano coperte dai contribuenti.

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