L’antisemitismo oggi in Italia. Il Liceo “G.M. Dettori” e l’Eurispes per la Giornata della Memoria

 

Si è svolto questa mattina l’incontro promosso dal Liceo “G.M. Dettori” di Tempio Pausania e dall’Eurispes. In occasione della Giornata della Memoria, il Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, ha incontrato in videoconferenza due classi quinte dell’indirizzo Classico e Scienze umane. Gli studenti del liceo sardo si sono confrontati, in questi giorni, sul tema della Shoah, partendo dall’esame dei dati sulla diffusione dell’antisemitismo nel nostro Paese contenuti all’interno del 32° Rapporto Italia.

 

 

 

Giuseppe Pulina (docente) – Oggi l’Eurispes incontra la nostra scuola, il Liceo Dettori di Tempio Pausania, e così facendo si interfaccia con l’intero mondo della scuola italiana. Lo fa per presentare i dati dell’indagine sull’antisemitismo contenuti nel Rapporto Italia del 2020.

Concetta Cimmino (Dirigente scolastica del Liceo Dettori) – La Giornata della Memoria è una giornata che lascia un’enorme commozione. Non credo ci siano parole adatte per introdurre una memoria, la Memoria in particolare. Mi auguro che i ragazzi e le ragazze, grazie a questo confronto con l’Eurispes, possano cominciare o continuare a segnare un passo della loro esistenza affinché quello della Memoria non sia solo un ricordo.

Gian Maria Fara – L’Istituto ha sempre seguito con grande attenzione il tema dell’antisemitismo, sono ormai molti anni che teniamo sotto osservazione i mutamenti, i cambiamenti degli atteggiamenti dell’opinione pubblica su questo tema. Pensate che già nel 1993 l’Eurispes realizzò una ricerca (la prima realizzata in Italia) sui naziskin, dove si segnalava la crescita dei fenomeni di antisemitismo, di razzismo. A distanza di 16 anni dal Rapporto Italia del 2004, all’interno del quale realizzammo una prima indagine sull’atteggiamento degli italiani nei confronti della Shoah, abbiamo deciso nel 2020 di ripetere l’analisi, per cercare di capire che cosa fosse cambiato nel corso degli anni. La scheda che, immagino abbiate visto sfogliando il 32° Rapporto Italia, è abbastanza densa, complessa e raccontarvela tutta mi costringerebbe a subissarvi di dati, percentuali e informazioni. Quindi, mi limito ad una rapidissima riflessione, come risposta alle domande che avete posto e che mi sono state segnalate, una riflessione che possa di per sé costituire una vera e propria presentazione del fenomeno, non solo dell’indagine, ma del fenomeno dell’antisemitismo in generale. Che cosa emerge dalla scheda del Rapporto Italia 2020? Emerge che una parte minoritaria, ma comunque significativa della popolazione italiana, coltiva anche oggi pregiudizi antisemiti, quando con un clamoroso oblio della storia, secondo le nostre rilevazioni, il 16% circa degli italiani sminuisce la portata della Shoah e il 15,6% addirittura la nega. Alcuni sono convinti che gli ebrei controllino il potere economico e finanziario (circa un quarto degli intervistati) e, naturalmente, insieme al potere economico e finanziario anche i mezzi di informazione. In un quarto dei casi i cittadini ritengono che gli ebrei determinino le scelte politiche americane (26%). Nel confronto con i dati rilevati nel 2004 segnaliamo un preoccupante aumento di chi pensa che l’Olocausto non sia mai avvenuto: dal 2,7% del 2004 siamo passati al 15,6, quindi c’è un aumento abbastanza preoccupante. Se i recenti episodi di antisemitismo vengono considerati solo fatti isolati (nel 61,7% dei casi), la maggioranza dei cittadini concorda sul fatto che essi siano la conseguenza di un diffuso linguaggio basato su odio e razzismo (circa il 60%). In quasi la metà dei casi, però, 47,5 %, gli atti di antisemitismo avvenuti anche in Italia sono indicati come il segnale di una pericolosa recrudescenza del fenomeno. Quindi siamo di fronte ad una nuova consapevolezza. Ma il dato che più mi ha colpito e, nello stesso tempo consolato, è legato al fatto che i più preoccupati di questa recrudescenza del fenomeno dell’antisemitismo siano proprio i più giovani; cioè fra i più giovani c’è una maggiore consapevolezza della gravità del fenomeno e i più giovani sono anche quelli più preoccupati dalla deriva che sta assumendo il fenomeno, o meglio l’atteggiamento, dell’opinione pubblica nei confronti del fenomeno. Questi sono alcuni dei dati segnalati all’interno del 32° Rapporto; poi, ovviamente, c’è una messe di dati che andrebbero studiati, analizzati, approfonditi, discussi. Una cosa è certa: noi siamo particolarmente sensibili a questo e, naturalmente anche ad altri temi, e continueremo a tenere sotto osservazione un fenomeno che ci preoccupa non poco, che chiama in causa moltissimi fattori di carattere sociale, economico e culturale, quindi le risposte non possono che essere complesse così come complessa è la questione. Mi ostino a pensare che la chiave di volta per una risposta o per una serie di risposte coerenti non possa che essere l’educazione. L’educazione, l’informazione, la conoscenza. Credo che la scuola debba e possa avere un ruolo centrale, come ovviamente ha, nella formazione dei più giovani cittadini, ma la scuola deve essere anche un luogo di produzione di una conoscenza che deve essere divulgata, diffusa, che deve essere difesa. Conto molto sul fatto che i nostri giovani possano, nel corso del tempo, approfondire tematiche anche così delicate e farsi portatori di una nuova cultura della comprensione, di una cultura dell’apprezzamento dell’alterità e che si riesca, in qualche maniera, a superare una vecchia logica che ancora segna il dibattito politico, ma anche, per certi aspetti il dibattito culturale, quella logica schmittiana dell’amico-nemico. Questa secondo me è una delle chiavi per superare questa fase, per andare in direzione di una crescita, di una consapevolezza, di una maturità complessiva della società. Insomma, credo molto nel contributo che i giovani possono dare nell’affrontare un problema così delicato e complesso.

Seguono le domande degli studenti e le risposte del Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara

1) Anita Tirotto – Quali figure professionali di ricercatori avete reclutato per realizzare la vostra inchiesta sull’antisemitismo?

Non è che reclutiamo i ricercatori ad ogni occasione. L’Istituto ha una propria rete di ricercatori e di intervistatori, ha una presenza molto attiva sul territorio, costruita nell’arco di quasi quarant’anni di attività (faremo quarant’anni nel 2022). Sono ricercatori che provengono, in gran parte, dal mondo accademico, dal mondo dell’Università; l’Istituto ha collegamenti con le più importanti Università italiane e non solo, anche internazionali. Quindi sono giovani sociologi, economisti, giuristi. L’approccio che l’Istituto dedica a tutti i temi di indagine è sempre di carattere interdisciplinare, quindi si tratta di giovani in gamba, laureati e preparati che hanno un interesse marcato nei confronti della ricerca. Considerate che alla stesura del Rapporto Italia collaborano circa 300 persone.

2) Anna Maria Uzzanu – Per quanto concerne le indagini statistiche da voi svolte, come fate a scegliere la popolazione statistica in modo tale da rappresentare tutte le variegate realtà socio-economiche e culturali del Paese?

È semplice: c’è una tecnica che si chiama metodologia e tecnica della ricerca sociale in base alla quale un campione si costruisce riproducendo in piccolo l’articolazione sociale del Paese. Quando si costruisce un campione, si tiene conto del titolo di studio dell’intervistato, dell’età, della professione, del collocamento geografico. Il campione che viene costruito deve essere rappresentativo di tutta la popolazione italiana, quindi ogni campione ha “x” maschi e “x” femmine, “x” giovani per fasce di età, “x” persone più mature. Come dire, la costruzione statistica di un campione che si consideri rappresentativo della popolazione. Di solito, se il campione è costruito bene ed è aderente alla realtà, anche i risultati delle indagini sono estremamente interessanti. Poi il problema non è solo la costruzione del campione (che è un fatto tecnico, perché costruire un campione che sia rappresentativo della popolazione italiana è abbastanza semplice), il problema sono le domande: quali domande poni e quali risposte ti aspetti. Chi fa ricerca come noi e ha un approccio alla ricerca esclusivamente scientifico cerca di porre domande che non prevedano già una risposta. Noi siamo mossi e stimolati dalla curiosità, non ci interessa che l’opinione pubblica ci racconti le cose che noi pensiamo. Le domande devono essere poste in maniera seria, intelligente, oggettiva e devono dare all’intervistato la possibilità di esprimere il proprio parere, la propria posizione, la propria opinione in totale libertà. I questionari che vengono raccolti sono assolutamente anonimi, quindi confluiscono in un grande database che poi analizza le risposte. Tutto in maniera molto asettica. Conosco i risultati dei sondaggi solo quando vengono estrapolati i dati dal computer; non ho, pur essendo il Presidente dell’Istituto, nessuna possibilità di intervenire o per modificare o per orientare i risultati. Certe volte i risultati sorprendono anche me, ma tant’è. L’Istituto deve la propria autorevolezza e credibilità proprio alla scientificità che, nel corso degli anni, ha dimostrato di saper mettere a disposizione della produzione di conoscenza.

3) Sara Sotgiu – Noi abbiamo analizzato i dati e i risultati dei sondaggi. I sondaggi sono sfruttati solo ed esclusivamente dalle Associazioni che proteggono minoranze religiose, oppure che si occupano di combattere anche la discriminazione in generale?

I dati, quando sono considerati seri, credibili, scientifici, sono utilizzati da tutti. Vengono utilizzati dalle Associazioni, dalle Istituzioni, dai mezzi di comunicazione di massa. Per esempio, in questi giorni che hanno preceduto il 27, tantissimi giornali italiani, radio, televisioni, hanno fatto riferimento ai nostri dati per segnalare, con preoccupazione, la crescita di questo fronte negazionista. I dati, una volta divulgati non appartengono più a noi, appartengono alla comunità politica, a quella istituzionale e al mondo dell’informazione che li utilizza e li gestisce, di solito, in maniera appropriata e in modo del tutto autonomo rispetto a noi. Al limite, noi veniamo chiamati a rilasciare dichiarazioni o interviste, ma i dati, una volta messi in Rete, sono di tutti. Io noto una grandissima sensibilità nei confronti di queste informazioni che riguardano la Shoah, segnalata dal grande numero delle citazioni sui giornali, ma anche in Parlamento, nel corso dei dibattiti e delle interrogazioni parlamentari. I mezzi di comunicazione hanno largamente utilizzato questi dati, queste informazioni. Credo che siano stati pubblicati, su questa scheda del Rapporto Italia, tra i 400 e i 500 articoli di giornale.

4) Chiara Chinni – Le persone selezionate per i sondaggi, si rifiutano spesso di partecipare all’indagine? Se sì, qual è l’età media delle persone che non vogliono essere coinvolte nello studio?

In genere, non abbiamo questo tipo di difficoltà. Intanto, perché la compilazione dei questionari, la partecipazione, avviene vis a vis e quindi c’è sempre un rapporto di conoscenza tra l’intervistatore e l’intervistato, ma le persone rispondono abbastanza volentieri. Peraltro, noi, statutariamente e istituzionalmente, non realizziamo indagini di carattere politico. Non siamo un Istituto di sondaggi; il sondaggio, per l’Istituto, è uno degli strumenti tecnici della ricerca sociale. Non realizziamo sondaggi per sapere chi vincerà le elezioni domani mattina, qual è il gradimento sul politico di turno; l’Istituto affronta, attraverso l’indagine statistica e il sondaggio d’opinione, solo temi e questioni che abbiano una rilevanza sociale, economica e culturale. Quindi, quanto all’intervistato non vengono proposte delle domande che riguardino i suoi atteggiamenti di voto, ma riguardano temi di carattere più generale ed anche, forse, un pochino più seri, più profondi, la gente risponde senza grandi riserve. Magari, per certi questionari – pensate che il questionario col quale si costruisce il Rapporto Italia prevede quasi cento domande, quindi è faticoso, pesante anche da gestire – può capitare, in qualche occasione, che l’intervistato non sappia rispondere a una domanda piuttosto che a un’altra, perché non ha la preparazione necessaria o non ha elementi per valutare il tema e quindi dare una risposta compiuta. Per questo motivo all’interno del questionario c’è anche l’opzione “non so”, però, di solito, tutto avviene con molta scioltezza.

5) Daniela Muzzu – Come abbiamo già ricordato, l’antisemitismo è una piaga diffusa nel panorama italiano e questo emerge anche dalla vostra indagine. In particolare, nel 32° Rapporto dell’Eurispes, [la scheda] che riguarda proprio l’antisemitismo, i dati sono organizzati suddividendo la popolazione statistica in base all’età, la formazione e l’appartenenza politica degli intervistati. Noi ci siamo chiesti se esista una suddivisione anche in base alla regione geografica di appartenenza e, dunque, se sia emersa un’area geografica in cui l’antisemitismo è maggiormente diffuso. Per quanto riguarda la Sardegna, i dati come risultano?

È chiaro che tra le variabili, una delle principali è quella dell’appartenenza geografica. Se il campione deve essere rappresentativo dell’intera popolazione italiana, evidentemente ci sono anche i sardi, così come i siciliani o i calabresi o i veneti. [Campione] rappresentativo della popolazione italiana significa che è presa in considerazione la dislocazione della popolazione in tutte le regioni, le province e in gran parte dei comuni. I sardi non stanno messi male, sono nella media che abbiamo segnalato: non siamo né più buoni né più cattivi. C’è un atteggiamento diffuso, di carattere generale, che spesso è legato, più che a convinzioni estreme, a fattori culturali, all’ignoranza, alla preparazione delle persone.

6) Alessandra Carboni – Volevo chiederle se il vostro studio sull’antisemitismo dimostri che cultura e scolarizzazione, in questo caso, possano aiutare davvero a prevenire la formazione di pregiudizi razziali.

È quello che ho detto all’inizio, nella breve introduzione: l’educazione, la cultura, l’istruzione e la conoscenza sono il sale del vivere associato. Se uno non si informa, non legge, non utilizza i mezzi che, tra l’altro, la postmodernità ci mette a disposizione, è chiaro che avrà meno possibilità di farsi un’idea su come va il mondo. È chiaro che le persone di una certa cultura e preparazione, esprimono giudizi e pareri che sono profondamente diversi da quelli espressi da persone incolte. L’unica vera arma per combattere fenomeni di questo tipo, o subculture di questo tipo, è la formazione, l’educazione, quindi la scuola ha un ruolo assolutamente centrale.

7) Gabriele Verre – Le vorrei chiedere: come viene percepito il problema dell’antisemitismo oggi dalle piccole comunità ebraiche presenti in Italia. Quindi, non in senso nazionale ma anche da quelle persone che hanno vissuto indirettamente, o direttamente, i racconti di un fatto così grave.

Abbiamo un rapporto molto intenso, molto cordiale, con la comunità ebraica nazionale. Naturalmente esistono insediamenti, colonie, chiamiamole così, della comunità ebraica in tutta Italia; in alcune città sono presenze più marcate, in altre molto meno. La comunità ebraica, nel complesso, è seriamente preoccupata da questa recrudescenza del fenomeno, ma lo siamo tutti. Siamo tutti preoccupati perché il problema non è solo degli ebrei – dei cittadini italiani che professano quella religione. La preoccupazione è di carattere generale, perché l’obiettivo deve essere quello di non concedere nessuno spazio a certe posizioni, che sono assolutamente pericolose. Esistono più tipi di risposte, evidentemente; ho parlato prima del ruolo della scuola ma è determinante, secondo me, il ruolo dei mezzi di comunicazione di massa (radio, televisione, giornali), che devono lavorare per diffondere buona conoscenza. Il problema vero è che, spesso, i mezzi di comunicazione di massa, soprattutto nella società complessa, non sempre lavorano per la creazione di senso, ma contribuiscono a destrutturare o a distruggere il senso. I media hanno un ruolo assolutamente rilevante nella formazione dell’opinione pubblica e delle culture, quindi, anche a loro spetta il compito di diffondere buona informazione, buona conoscenza, ma, soprattutto, credo sia importante tenere alta, sempre, la guardia. Parlare della Shoah, il 27 di gennaio, è una cosa molto bella, molto carina: se ne comincia a parlare una settimana prima, la radio trasmette servizi, la televisione ci propone dei film – ho rivisto, per la terza volta, Schindler’s List –, poi tutto finisce là e se ne riparla il 27 gennaio prossimo. Su questi temi e problemi bisognerebbe tenere sempre alta l’attenzione, non abbassare mai la guardia, perché si tratta di culture, di subculture, assolutamente pericolose.

8) Alice Murru – L’antisemitismo, oggi, è da considerarsi un fenomeno legato solamente a pregiudizi di matrice religiosa?

Viviamo in una società complessa e pretendiamo di dare a questa complessità delle risposte semplici; pensiamo di poter risolvere tutto con uno slogan o con due righe. Il vero problema è che la società complessa pretende risposte complesse, e questo tema ha diverse proiezioni, diverse sfaccettature, che investono certi atteggiamenti – problemi di carattere religioso e anche di carattere culturale, politico, economico. Una cosa è certa: alcuni fenomeni tendono a manifestarsi e ad affermarsi in periodi di crisi, anche economica. Quindi c’è anche, sicuramente, un legame tra l’economia, le difficoltà e l’emergere e l’affermarsi di certi fenomeni. Quando si vive in momenti di difficoltà, si tende sempre di cercare di individuarne la causa e, di solito, anche a costruirsi un nemico sul quale scaricare le proprie ansie, tensioni, aspettative deluse. Le minoranze, spesso, sono oggetto di questa cultura: si cerca il responsabile delle nostre paure e della nostra insicurezza, con i danni che tutti quanti conosciamo.

9) Federica Mannu – Analizzando le tabelle del Rapporto, si nota come la presenza di posizioni antisemite sia un dato direttamente proporzionale all’aumentare dell’età degli intervistati. Secondo lei, a cosa è dovuto questo dato e quali sono i fattori che lo influenzano?

La risposta è nella domanda. I più giovani sono anche i più informati – volenti o nolenti – e finiscono per essere più saggi di quelli meno giovani che, invece, trascurano la propria formazione e il proprio interesse per la conoscenza. Come dicevo all’inizio, sono particolarmente felice nel vedere che i più giovani, che sono quelli più lontani dalla Shoah – sono passati ormai settantacinque anni –, che non hanno mai avuto un rapporto e una conoscenza diretta, non solo con la Shoah ma neanche con i superstiti della Shoah, sono anche quelli che viaggiano, leggono, studiano, si informano e di conseguenza hanno un bagaglio culturale che permette loro di avere nei confronti di questo, ma anche di tanti altri temi, un atteggiamento più informato. È chiaro che se uno conosce le cose, riesce anche ad esprimere un giudizio sulle cose. Molto spesso i nostri giudizi, invece, non sono sostenuti dalla conoscenza o da una cultura, sono giudizi a ruota libera, più da tifoseria che non da persone informate. Il problema è tutto lì. Fortunatamente i nostri giovani, che hanno oggi più possibilità di essere informati di quante non ne avessero le generazioni precedenti, sono in grado di esprimere una maturità che consola e incoraggia. L’incontro e la chiacchierata che stiamo facendo questa mattina vanno in questa direzione. Io non vedo “anzianotti” intorno a voi, siete tutti giovani e in gamba.

10) Giada Amadori – Le volevo fare una domanda in riferimento all’evento che abbiamo recentemente visto negli Usa, l’assalto al Campidoglio, che potremmo definire un assalto alla democrazia. Ecco, io ho visto interviste e telegiornali su media americani e ho visto che tra i manifestanti, numerosi indossavano magliette inneggianti all’odio antisemita. Appunto, volevo chiedere se secondo lei l’antisemitismo è più diffuso in terra americana o se abbiamo delle stime per fare un paragone tra l’Europa o tra l’Italia e nazioni extraeuropee, tipo gli Usa, in questo caso.

Ho la sensazione che l’antisemitismo sia forse più diffuso negli Stati Uniti piuttosto che in Europa per un motivo molto semplice: l’antisemitismo è una delle facce del razzismo e gli Stati Uniti sono un paese che ha coltivato a lungo la vocazione razzista. Come voi sapete, fino agli anni Sessanta gli Usa vivevano quasi in un regime di segregazione sul modello sudafricano. Le persone di colore non potevano sedersi vicino ai bianchi quando si viaggiava in treno o in autobus. C’era addirittura segregazione anche all’interno delle forze armate. Quindi gli Usa hanno una lunga e consolidata tradizione razzista, alla quale si accompagna anche una certa tradizione antisemita. Guardate, conoscere la storia spesso aiuta a capire i problemi. Pensate, prima dell’entrata in guerra degli Stati Uniti – mi riferisco alla seconda Guerra Mondiale – non è che gli americani fossero poi così convinti di dover venire in Europa e fare la guerra a Hitler. Il regime nazista e quello fascista erano, tutto sommato, ben visti dall’establishment politico, economico e industriale americano. Il vero nemico per gli americani era il comunismo, quindi tutti quelli che non erano comunisti o erano contro i comunisti erano amici. La logica del beduino: gli amici dei miei amici sono amici, i nemici dei miei nemici sono miei amici. Quindi avevano un atteggiamento molto tollerante verso i regimi nazisti e fascisti che si erano affermati in Europa ed erano anche molto riluttanti dall’entrare in guerra. Poi ci furono tirati un po’ dagli inglesi e da altre vicende, ora troppo complesse da spiegare. Però negli Usa c’è sempre stato un forte retroterra razzista e antisemita. L’Europa, tuttavia, non è da meno. La Germania da una parte, la Francia dall’altra – la quale, proprio in questi giorni si sta confrontando con un problema che è più diffuso di quanto gli stessi governanti non pensassero. Non è che i francesi si siano comportati tanto bene nei confronti degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, così come non ci siamo comportati tanto bene neanche noi italiani, visto che 8mila ebrei di nazionalità italiana sono scomparsi nei campi di sterminio tedeschi. Noi fortunatamente, a parte qualche caso sporadico, non abbiamo avuto campi di concentramento e non abbiamo partecipato attivamente allo sterminio di massa; anche se le Leggi Razziali hanno dato una grossa mano all’isolamento e alla deportazione degli ebrei. Poi c’è l’altra tradizione antisemita dei Paesi dell’Est: Ungheria, Polonia, ex-Cecoslovacchia, Ucraina, Bielorussia. Lì c’è sempre stato un fortissimo atteggiamento antisemita, antiebraico.

11) Gianni Bellu – In base alla ricerca Eurispes presentata nel 32° Rapporto Italia, nella quale emerge che i cittadini più giovani sono più consapevoli che le manifestazioni di antisemitismo non siano casi isolati, tendenza che aumenta, però, con l’avanzare dell’età, chiedevo, appunto, bisogna avere fiducia nei giovani?

Assolutamente, bisogna averla per forza. Perché noi vecchie generazioni abbiamo fatto tutti i danni possibili e immaginabili. Voi avete il compito di ripararli e di rimettere tutto in carreggiata. Le giovani generazioni, la vostra, è il futuro. La nostra è una generazione sì, ancora di azione, ma più che altro di testimonianza, perché tutti i danni che si potevano commettere li abbiamo già fatti. Per cui il mondo è vostro, il futuro siete voi. Siete voi che dovete costruire una società migliore di quella che siamo riusciti a costruire noi, voi dovete riuscire a vivere e impegnarvi avendo come punti di riferimento valori quali l’uguaglianza, la comprensione, la collaborazione, la fraternità, il rispetto degli altri. Io, per esempio, ho sempre preferito confrontarmi con persone che la pensano diversamente da me. Mi annoia terribilmente parlare con persone che la pensano esattamente come me. Il bello è confrontarsi con l’alterità, perché ciò produce ricchezza e dà la possibilità di comprendere l’altro da te e arricchirsi vicendevolmente. Penso che l’atteggiamento dei giovani, oggi, sia molto più laico di quello che abbiamo avuto noi da ragazzi che eravamo molto di più segnati dall’appartenenza ideologica. La mattina ci si alzava e si sapeva con certezza cosa significava essere di sinistra e di destra. Oggi, tutto questo ha perso di valore, anche perché non si capisce più bene quale sia l’una e quale l’altra. Le ideologie sono state superate. Voi siete strutturalmente e intimamente più laici e più disposti a confrontarvi con chi la pensa diversamente. Avete occasioni e possibilità che le nostre generazioni non hanno avuto. Ad esempio, quando sono partito da Tempio, ad Olbia c’era un pontile che si chiamava “la bianca”, era il pontile dove attraccavano poche navi; le navi erano delle carrette e avevi paura che affondassero durante il tragitto, insomma, delle vere e proprie bagnarole, un viaggio terribile. Avevo 16/17 anni, sono scappato e sono andato via. Ma sono uno dei pochi che è riuscito ad andare via rispetto al resto della popolazione. Questo per dirvi che il viaggio era lungo, difficile, complicato. Partivi per il Continente e sembrava chissà dove stessi andando. I giovani di oggi si spostano non solo tra una città e l’altra, dalla Sardegna al Continente, ma ho avuto occasione di incontrare dei giovani che mi raccontano di posti che hanno visto e che io non ho mai visto. Giovani che sono stati in giro per il mondo, in Giappone, in Cina, in America Latina, negli Stati Uniti: la nostra generazione non aveva questa possibilità. Voi avete l’occasione di imparare, di comprendere, di interagire con l’alterità, e questo vi fa ricchi, molto più ricchi delle generazioni che vi hanno preceduto.

12) Nicolò Inzaina – Dal 2000 ad oggi abbiamo assistito a grandi cambiamenti, che hanno mutato la società intera. Mi chiedo se questi cambiamenti abbiano influenzato, in qualche maniera, il fenomeno e, soprattutto, se ci sia stata poi qualche forma di degenerazione del problema stesso.

Tutti i cambiamenti producono fenomeni, nel bene e nel male. Alcuni fenomeni possono essere positivi, altri negativi. È certo che quando la rete sociale tende a disarticolarsi, i soggetti si trovano di fronte ad una perdita di punti di riferimento e razionalità. Utilizzando la metafora della famiglia: se a casa va tutto bene, se il papà e la mamma vanno d’accordo, se i fratelli e le sorelle hanno un buon rapporto, se la famiglia funziona, funzioni anche tu. Se la famiglia è disgregata, anche tu cominci ad avere qualche difficoltà, qualche problema dalla famiglia si trasferisce all’interno della società. Dipende dalla capacità dell’organizzazione sociale di dare risposte coerenti a tutti i suoi partecipanti. Certo che in una società in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, alcuni hanno tutto, altri poco o niente, anche la formazione delle personalità subisce delle pressioni, dei contraccolpi.

13) Danilo Sias – Oggi è la Giornata della Memoria e noi abbiamo pensato che riflettere sul problema dell’antisemitismo al giorno d’oggi sia uno dei migliori modi per mantenere viva la memoria; aggiungerei, anche, per tenerla lontana da quella che è la retorica, analizzando il presente per evitare che fenomeni del genere accadano di nuovo. Lei è d’accordo con questa visione e come si può e come si deve oggi mantenere viva la memoria?

Beh, come faccio a non essere d’accordo, confermo tutto quello detto fin qui. Il rischio che in qualche maniera la domanda vuole rappresentare è quello della retorica, che tutto si esaurisca nella retorica della celebrazione. Come dicevo prima, il 27 di gennaio deve essere il 1° di gennaio, il 30 di agosto, il 20 di settembre, cioè non dobbiamo affidare temi e problemi così rilevanti, importanti e determinanti ad una sola giornata. La Giornata della Violenza sulle Donne: benissimo, durante questa giornata non si esercita la violenza sulle donne, tutti gli altri giorni sì. Va a finire, di fatto, in questa maniera. Va bene la giornata della celebrazione ed è comprensibile anche una certa retorica in concomitanza con questa giornata, però dobbiamo pensare ad elaborare strategie quotidiane di incontro, confronto, sulle grandi questioni che attraversano la nostra società. E questo è uno di quei temi, e per questo l’impegno deve essere costante. Per questo insisto sull’aspetto della formazione, della scuola. La scuola deve riuscire a farsi carico non solo di trasmettere quello che il Prof. Pulina cerca di insegnarvi sui filosofi e sull’evoluzione del pensiero filosofico nel corso dei secoli. La scuola deve impegnarsi anche ad utilizzare le conoscenze per confrontarsi con la realtà di tutti i giorni, altrimenti serve a poco. Continuo a pensare che le chiavi siano nella scuola, nella formazione, nell’atteggiamento dei mezzi di comunicazione di massa. Non dobbiamo aspettare il 27 gennaio per vedere le televisioni che producono a getto continuo film sulla Shoah. Questo tema, nella nostra testa, deve essere presente quotidianamente insieme a tanti altri. Dobbiamo creare una sensibilità che ci dà anche poi la possibilità di reagire di fronte ad atteggiamenti che non condividiamo.

 

CONCLUSIONI

Concetta Cimmino (Dirigente scolastica del Liceo Dettori) – Ringrazio le ragazze e i ragazzi che ci confortano con il loro impegno. Occasioni come queste servono a fornire ai ragazzi momenti e spunti di riflessione. La storia e la filosofia, egregiamente rappresentate dal Prof. Pulina, devono essere utilizzate come strumento per leggere la realtà, per prepararsi al futuro tenendo a mente il passato. I viaggi, la scuola, i mass media sono strumenti, sono occasioni di formazione. E la scuola, in tutte le sue forme organizzative, spesso trascurate, è molto impegnata sull’obiettivo di dare agli studenti strumenti per trasferire in maniera corretta la conoscenza e, quindi, per sviluppare la libertà di pensiero.

Gian Maria Fara – Sarò sempre un difensore del ruolo della scuola. Credo che la scuola sia una delle più importanti agenzie di senso e di orientamento, però questa convinzione si scontra con l’atteggiamento che la società ha nei confronti della scuola. Siamo stati bravissimi nel corso degli ultimi decenni nel cercare di demolire quello che di buono questo Paese offre. La nostra era una scuola che funzionava, una scuola che produceva cultura, una scuola che produceva senso, e noi la stiamo mortificando in termini culturali e organizzativi. Alla politica sembra che la scuola interessi marginalmente; se pensate a quello che gli altri paesi destinano in termini di risorse all’educazione e alla formazione rispetto a quello che destiniamo noi, c’è da mettersi le mani nei capelli. Ogni buona politica, non può che partire dall’affermazione del ruolo della scuola e dal potenziamento delle sue capacità organizzative ed educative. Ed è per questo che l’Istituto, che è un istituto che produce conoscenza e cultura, è così interessato alla formazione. I nostri ricercatori vengono dalla scuola italiana. Alcuni dei nostri ricercatori, alcuni dei giovani che approdano nel nostro Istituto sono valentissimi, preparati e attrezzati culturalmente. In molte occasioni, purtroppo, le cose non stanno così: ci ritroviamo spesso di fronte a laureati che hanno difficoltà a mettere insieme la grammatica con la sintassi e questa è una grande delusione, è una sconfitta. Fortunatamente, ci sono ragazzi che utilizzano la scuola per quel che deve servire e ci sono docenti che fanno seriamente il loro mestiere, come voi in questo momento.

 

Hanno preso parte all’incontro anche gli studenti: Nicolò Abeltino, Giulia Antona, Anna Azzena, Federico Baltolu, Federica Battino, Anastacia Copes, Daniele Diana, Giovanni Fontana,  Federica Marras, Martina Nicolli, Lorenza Nuvole, Francesca Pani, Marta Sanna, Giulio Satta, Anna Rau, Dorothy Tocco, Lisa Uscidda.

 

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  La mission del magazine online dell’Istituto Eurispes è quella di raccontare “l’Italia che verrà”. Nasce così l’idea di fornire sulle nostre pagine...
di Claudia Bugno*
europa e africa
Briefing

Europa e Africa, un futuro condiviso oltre “l’inerzia del mondo”

La recente visita di Mattarella in Algeria ha gettato lo sguardo oltre le tradizionali dinamiche europee, evidenziando che Europa e Africa sono due continenti legati da un destino condiviso in economia come nella lotta alla crisi climatica. La crescita economica africana può coinvolgere in primo luogo in nostro Paese, per posizione geografica e per opportunità.
di Amb. Paolo Sannella*
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Istituzioni

Muri di sabbia, l’ultima frontiera contro le migrazioni dall’Africa

Mentre l’Europa resta a guardare di fronte alle forze di Minsk che usano i profughi come arma politica, in Africa si usano altre forme per bloccare i flussi migratori. Muri di sabbia vengono eretti e ampliati in Marocco, Algeria, Niger, Libia: lo scopo è far sì che i profughi non superino i confini nazionali.
di Marco Omizzolo*
muri di sabbia