Ambiente

L’egoismo indifferente è peggio del Coronavirus. Mettere al centro la Salute

La prima Giornata Mondiale per l’Ambiente della attuale pandemia, che anticipa di qualche giorno il World Ocean Day, è l’occasione per guardare al laboratorio di valori, idee e progetti capaci di far ripartire il nostro pianeta nel rispetto della Terra. Molte le azioni possibili e moltissimi sono gli spunti e le riflessioni che essa sollecita: soprattutto la sempre maggiore esigenza di dare corpo e vita al nuovo “Green Deal”, come definito nella agenda programmatica della Commissione Europea.
L’emergenza socio-sanitaria da Covid-19 ha di fatto impresso una spinta prepotente verso una maggiore consapevolezza e verso una coscienza profonda della ricerca di un rapporto sempre più corretto, etico e sostenibile con l’ambiente circostante e con la natura che lo anima.
In questo contesto si pongono illuminanti le parole di Papa Francesco: «Mentre pensiamo a una lenta e faticosa ripresa dalla pandemia, si insinua proprio un pericolo: dimenticare chi è rimasto indietro».
C’è un virus peggiore del Covid-19, ammonisce Bergoglio: «L’egoismo indifferente». Si trasmette «a partire dall’idea che la vita migliora se va meglio a me, che tutto andrà bene se andrà bene per me». Il Pontefice guarda avanti con speranza: il Coronavirus può essere l’occasione per «risanare le ingiustizie» (https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2020/04/19/papa-rischio-virus-peggiore-legoismo_cdbd92dc-dc88-4cbb-8713-ee678c073660.html). Si parte da qui e si arriva a «selezionare le persone, a scartare i poveri, a immolare chi sta indietro sull’altare del progresso. Questa pandemia ci ricorda però che non ci sono differenze e confini tra chi soffre. Siamo tutti fragili, tutti uguali, tutti preziosi». Ciò che sta accadendo «ci scuota dentro – esorta Francesco – è tempo di rimuovere le diseguaglianze, di risanare l’ingiustizia che mina alla radice la salute dell’intera umanità!».
Fare finta di niente sarà più difficile di prima, dopo questa esperienza e, di fatto, non si potrà tornare indietro perché essa ci ha profondamente cambiati. Le parole del Santo Padre ci riconducono ad una nuova etica verso la natura, e non solo: invitano ad un a nuova necessità ossia scommettere sulla capacità di tutti di far scattare elementi di condivisione. Passare da una società competitiva ad una comunitaria. Occorre imparare «dalla comunità cristiana delle origini, descritta nel libro degli Atti degli Apostoli. Aveva ricevuto misericordia e viveva con misericordia: “Tutti i credenti avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno”». Non è ideologia – dice Francesco – è cristianesimo». È una esortazione, in definitiva, alla condivisione rivolta alle imprese più ricche, più chiuse in se stesse nelle aride logiche dell’accumulo dei profitti.
La risposta alla pandemia del Coronavirus deve essere all’insegna della solidarietà, e del recupero dei valori fondanti dell’Occidente, quelli cioè che costituiscono la sua stessa base culturale: il pensiero giuridico romano, il pensiero filosofico greco e il pensiero religioso giudaico. Da allora, se riflettiamo, l’umanità non ha prodotto molto di nuovo, ad esclusione dell’Illuminismo. È andata avanti solo di progressione tecnologico/scientifica e di strumenti volti a controllare l’ambiente.
Con quale esito?
Se si riflette, l’imperituro desiderio di dominio dell’uomo sulla natura si è risolto nel contrasto dell’uomo contro la sua stessa natura umana. E questo è emerso, in tutta la sua drammatica evidenza, proprio nell’esperienza del contagio da Coronavirus. È stata questa la circostanza che ha permesso di comprendere quanto sia necessario non camminare in ordine sparso e quanto la prudenza nei comportamenti, l’adesione al rispetto delle regole, di tutti nessuno escluso, salvano noi stessi e gli altri, a partire dai propri cari.
In definitiva, non si vince da soli.
Quanto vi sia di connessione, di prossimità tra un individuo e l’altro, in termini di ricadute conseguenziali delle proprie azioni, si è visto con estrema chiarezza proprio negli ultimi mesi, quelli cioè del massimo distanziamento.
Il richiamo è dunque ai temi cardine della sostenibilità, della lotta agli sprechi, dell’economia circolare, dell’energia verde. Tutti concetti che non possono esistere senza una base organizzativa necessariamente solidaristica. Se di crescita o di “ rilancio” dobbiamo parlare, intesi in senso economico, il nuovo campo di gioco dove misurarsi e agire non può, in definitiva, che essere questo, senza dimenticare, tuttavia, il rispetto dell’etica. Di sicuro, non possiamo immaginare tale impegno come una mera operazione di marketing ovvero come un restyling frettoloso e senza cura.
Quindi al centro la Salute o la Salute al centro, che è lo stesso dire ma da una prospettiva diversa.
Ecco che gli àmbiti generali della innovazione e della ricerca – dall’ambito medico-sanitario dove si preparano e sono necessari buona parte dei futuri investimenti, sino a quelli infinitamente più settoriali del diritto della pesca e del food law – sono l’occasione per comprendere, sino in fondo, che gli intrecci sequenziali di tutti gli elementi naturali si tengono insieme mediante un cerchio di punti comprensibili gli uni e gli altri, in una logica infinita di legami e interconnessioni.
L’equilibrio del Mare e quello dei suoi abitanti, oltre la qualità delle acque (quelle costiere, territoriali e interne) dipendono largamente dalle nostre scelte sul riuso e dal nostro consumismo quotidiano che governa i nostri acquisti. È sempre a riva, infatti, che la Terra incontra il Mare.
Se la dispersione delle plastiche nell’ambiente, e segnatamente delle pericolosissime microplastiche, è provocata dalle scelte individuali degli oggetti di cui ci circondiamo o dei vestiti che indossiamo – ormai al centro di campagne di sensibilizzazione internazionali – allora il riuso è utile strumento o rilevante solo se applicato su larga scala?
Così il diritto, come metodo per regolare nuovi campi inesplorati di nascenti tutele, emerge protagonista per indicare nuovi parametri.
È stato evidenziato come progetti unicamente dedicati al riciclo non siano sufficienti a decretare l’inizio di una nuova èra – la chiave è infatti ripensare l’intera filiera produttiva –; nuove idee e proposte creative che incontrano esigenze di mercato e formule sostenibili sono materia fondamentale per contribuire alla rinascita.

Anche la moda mostra di avvicinarsi a questi concetti. Lenzuola di lusso ormai obsolete diventano così materia prima per nuove architetture dal taglio sartoriale, costruzioni a la garçonne, linee essenziali e originali increspature neo-romantiche. E sempre più consumatori evitano acquisti superflui e riscoprono capi del loro guardaroba. Il periodo che abbiamo vissuto ci ha permesso di riflettere su ciò che è importante e su mutamenti indispensabili, non solo nel fashion system.
La parola d’ordine consiste, pertanto, nel “controllare le etichette” e cercare se sono presenti le certificazioni elencate individuando sempre la qualità delle materie prime, la loro tracciabilità, l’impatto ambientale e il rispetto dei diritti dei lavoratori coinvolti nelle filiere del tessile così come dell’agroalimentare.
Si tratta di riscoprire la ricerca dell’adeguamento ambientale, l’impegno dei datori di lavoro al raggiungimento, per i propri dipendenti, dei valori discendenti dal salario minimo garantito, politiche commerciali responsabili e relazioni durature, fondamentali per poter concedere non solo aumenti salariali ai dipendenti, ma anche sicurezza e salubrità nei luoghi di lavoro, nonché la certezza del ripudio del turn over selvaggio.
Se la produzione agroalimentare dipende dalla agricoltura e se la produzione tessile dipende anch’essa dalla agricoltura, è necessario incentivare le organizzazioni di produttori leader nella produzione biologica al fine di offrire garanzie ai consumatori secondo stringenti criteri ambientali e sociali applicati a tutti i livelli della produzione: dalla raccolta in campo delle fibre naturali a tutte le successive fasi manifatturiere, fino alle etichettature del prodotto finito. A ciò si deve unire anche la certificazione che i prodotti tessili non contengano o rilascino sostanze dannose per la salute umana.
La stessa cosa vale, a maggior ragione, per il cibo, in tutti i segmenti della filiera, dal mare al piatto, dalla zolla al piatto, riscoprendo la curiosità nella conoscenza delle identità territoriali, degli itinerari, della straordinaria biodiversità mediterranea, di mare e di terra, recuperando l’esperienza della artigianalità e degli antichi mestieri le cui logiche possono ben rientrare nei segmenti della nuova èra industriale (etica) che ci apprestiamo a vivere.

Daniela Mainenti è Professore straordinario in diritto processuale penale comparato dei Paesi Euro-Med UTIU Università Telematica Internazionale UniNettuno, Responsabile nazionale postgraduate Fondazione Ymca Italia

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