L’inverno russo del 2021: le nuove sfide interne ed esterne

Nonostante le condizioni estreme dell’inverno russo e quelle sanitarie ancora preoccupanti, nelle ultime settimane decine di migliaia di cittadini russi si sono riversati nelle strade di Mosca, a San Pietroburgo, ma anche nelle gelide città siberiane, per protestare contro il governo che ha risposto con la forza e la repressione, metodo ben collaudato a quelle latitudini. Risultato: più di 5mila persone in cella.

Le dimostrazioni sono legate agli ultimi sviluppi del “caso Navalny”, l’oppositore che ha ingaggiato negli ultimi mesi un acceso duello con il Cremlino e che si presenta come il leader più popolare della frastagliata opposizione al partito “Russia Unita”. Dopo il tentativo di avvelenamento organizzato in patria – da parte dei Servizi Segreti russi, secondo molte ricostruzioni –, il blogger è rientrato a Mosca, consapevole che sarebbe stato arrestato. Alla prima ondata di dimostrazioni dopo l’arresto, ne è seguita un’altra successiva alla condanna del 2 febbraio, entrambe duramente represse.

Queste clamorose proteste intaccheranno la spessa corazza di potere che da anni blinda Putin?

Grazie alla diffusione delle denunce sulla corruzione dell’élite al potere, Navalny è riuscito a realizzare, per dimensione e diffusione geografica, un salto qualitativo nella capacità di mobilitazione popolare contro il potere di Putin, alla guida del paese da 20 anni. Se è vero che lo “Zar” rimane figura popolare – con un indice di gradimento ancora intorno al 70% – e che gli assetti di potere non sono certo prossimi a crollare, è altrettanto vero che il peggioramento della situazione economica (la pandemia ha indotto una contrazione del 4% nel 2020, l’aumento della disoccupazione, il calo della produzione) ha ridotto drasticamente il tenore di vita della popolazione, generando un malcontento palpabile. L’economia russa dipende in maniera preponderante dalle vendite di petrolio e gas naturale: qualsiasi riduzione del commercio globale (pandemia/guerre commerciali) complicherebbe la ripresa economica, minando la stabilità del potere di Putin.

La sfida immediata arriva dalle elezioni parlamentari di settembre

“Russia Unita” detiene una forte maggioranza alla Duma e gli altri due principali partiti sono guidati da vetero-comunisti e nazionalisti fanatici: Zyuganov (Partito Comunista) e Zhirinovsky (Partito Liberal Democratico). Una forza politica che riesca a compattarsi attorno alla figura di Navalny potrebbe sconvolgere gli equilibri di potere: è in questa prospettiva che il blogger è tornato a Mosca ed è proprio per evitare l’innescarsi di questa dinamica che il Cremlino ha scelto la linea dura, arrestandolo e condannandolo a restare in carcere per almeno due anni e mezzo, in modo da limitarne l’attività politica. Anche i movimenti della società civile sono stati colpiti, con centinaia di attivisti arrestati e accusati di essere spie e sabotatori ai sensi della “legge sugli agenti stranieri”.

Quali le ripercussioni della nervosa scena interna su quella globale, in primis nei rapporti con l’Occidente? Nella prima telefonata di rito tra Vladimir Putin e Joe Biden, gli argomenti trattati sono stati i più bollenti: la protesta contro il tentato avvelenamento e l’arresto di Navalny, la violenza contro i manifestanti, i “cyber-attacchi” di Mosca, l’Ucraina e le numerose questioni internazionali nelle quali le posizioni dei due giganti si contrappongono. Biden non potrà sottrarsi al compito di ridisegnare i rapporti con Mosca, dopo le denunce delle interferenze russe nelle elezioni americane e i sospetti di rapporti poco trasparenti tra la Casa Bianca di Trump e il Cremlino di Putin: si intuisce che lo farà tentando di ristabilire il concerto con gli Alleati transatlantici e muovendosi tra necessario realismo (perseguendo cooperazioni in settori di convergenza) e ritorno all’idealismo per la difesa e la diffusione dei valori liberali e democratici. L’estensione del “New Start” sul nucleare è segnale pragmatico positivo per evitare di riaprire una corsa agli armamenti strategici dopo la denuncia dell’amministrazione Trump di altri accordi sul controllo degli armamenti.

A Bruxelles, ogni volta che si parla della politica estera e di sicurezza comune dell’Ue e della sua capacità di porsi come attore geopolitico globale, tutto diventa più complicato: in più, per gli europei, ogni volta si discuta di Russia, riemergono fratture e differenze di posizioni dettate dalla storia, dalla geografia, dagli interessi economici e dalla stessa identità dei 27 paesi membri. È difficile comporre le sensibilità dei Paesi Baltici e della Polonia con quelle, ad esempio, della Grecia, dell’Italia e delle stesse Germania e Francia: alla fine di accese discussioni il compromesso ultimo è spesso un minimo comune denominatore che non va oltre la retorica di dichiarazioni comuni e la scarsa efficacia di misure sterilizzate.

In questo contesto, reso ancora più teso dal caso Navalny, si è recato a Mosca Josep Borrell, il capo della diplomazia dell’Ue

Uno degli obiettivi dichiarati della visita era chiedere la liberazione di Navalny: in subordine, la possibilità di una visita in carcere. Borrell non ha raggiunto alcuno dei due obiettivi, ed ha fornito facile bersaglio al Ministro degli esteri russo, Lavrov, nel corso della conferenza stampa di rito. Ulteriore colpo inferto dal Cremlino è stata l’espulsione di tre diplomatici di paesi membri dell’Ue (un tedesco, uno svedese e un polacco) per aver preso parte alle dimostrazioni delle scorse settimane. Buttare la croce addosso a Borrell sarebbe troppo semplice, anche se alle provocazioni di Lavrov avrebbe forse potuto opporre un atteggiamento proattivo, invece di incassare in silenzio. Il mandato, come anche gli obiettivi dell’incontro, non erano chiari e definiti: sarebbe stato meglio rinviare la visita e svolgerla dopo la ministeriale dei 27. La capacità di definire, in maniera chiara ed efficace, l’atteggiamento comune europeo nei confronti della Russia è la prima, reale prova del nove per rendere l’Unione un vero e credibile attore geopolitico nel mondo globalizzato, anche perché Mosca continua a fare con l’Europa quello che le viene meglio: dividerla e renderla incapace di avere una voce forte.

Che cosa significa per l’interesse nazionale italiano?

La Federazione Russa resta interlocutore importante per l’Italia: i due paesi vantano una solida tradizione diplomatica e commerciale, rafforzatasi molto nel periodo post-sovietico.

Sotto il profilo economico-commerciale, l’Italia è il terzo partner commerciale della Russia nell’Unione europea, dopo Germania e Olanda, e il secondo importatore di energia russa nella Ue, dopo la Germania. La definizione di una politica coerente nei confronti di Mosca è, quindi, una priorità per l’Ue, come per Roma, ancor più in questa fase di aspro confronto. L’obiettivo italiano dovrebbe essere l’elaborazione di una posizione che integri in modo chiaro e univoco interessi contrastanti nelle relazioni con Mosca: da un lato, le relazioni economiche e una partnership commerciale privilegiata; dall’altro, l’orientamento europeista del nostro Paese e la priorità da riservare alla difesa dei diritti umani e civili e alla promozione della democrazia e dei suoi valori nella nostra azione di politica estera. È evidente che le nuove sanzioni che dovessero scaturire dall’inasprimento dei rapporti di questi ultimi mesi danneggerebbero le esportazioni e le relazioni commerciali, ma bisogna andare oltre i singoli aspetti e muoversi a Bruxelles perché siano decise risposte coerenti con i valori europei, rispondenti alle attese prevalenti nelle opinioni pubbliche e in grado di produrre effetti concreti rendendo credibili le dichiarazioni di principio. L’Italia ha già dimostrato la volontà di rivedere il sistema di sanzioni contro la Russia del 2014, specie alla luce della loro effettiva inefficacia nel raggiungere l’obiettivo: riavvicinare Mosca. Il recupero di un dialogo costante con il Cremlino è conditio sine qua non per garantire la sicurezza europea anche per la maggiore presenza economica, politica e militare russa nel Mediterraneo, l’area di maggiore interesse strategico italiano.

È quindi auspicabile una ponderata riflessione in questo senso a Roma, e a Bruxelles, per non farsi cogliere impreparati ove gli eventi dovessero precipitare in Russia acuendo la crisi con l’Occidente.

*Michael L. Giffoni è analista di relazioni internazionali, già Ambasciatore d’Italia in Kosovo

 

 

 

 

 

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