Quale futuro energetico per l’Europa?

energetico

L’Europa è stata, a partire dalla macchina a vapore, il centro motore della rivoluzione industriale dovuta all’energia, assieme alla rivoluzione dell’ordine sociale da essa portato, in tutto mondo abitato. Possiamo oggi affermare di essere nell’epoca, o addirittura era, dell’energia e che “viviamo” di energia in tutte le sue varie forme applicative.

Assistiamo oggi, dopo aver originato noi Europa una intera civiltà basata sull’utilizzazione dell’energia, al nascere di una problematica con elementi di estrema criticità, perché tutta l’Europa vive un momento di dipendenza commerciale da paesi, esterni alla propria giurisdizione, che sono in possesso dei quantitativi di fonti fossili divenuti invece scarsi nel territorio europeo.  Dipendenza commerciale che può divenire, in condizioni geopolitiche instabili, anche dipendenza politica ovvero criticità nei rapporti politici tra nazioni, molte di esse ricche di fonti fossili sotto regimi autocratici e autoritari.

Contemporaneamente all’esaurirsi geografico delle risorse naturali estratte per finalità energetiche, e alla necessità per i paesi di ricorrere a risorse minerarie possedute da altri paesi, assistiamo ad un preoccupante effetto dello sfruttamento energetico avvenuto in crescendo negli ultimi due secoli con una brusca accelerazione recente dovuta sia ad una maggiore domanda nei paesi industrializzati sia all’accrescersi della domanda, prima minima, dei paesi in via di sviluppo. Essi anzi pretendono, non senza ragione, di poter finalmente anche loro attingere a piene mani e senza condizionamenti alle fonti energetiche per velocizzare il loro sviluppo e migliorare le proprie condizioni di benessere sociale.

Conseguenza prima di tale accelerazione è l’effetto nefasto sull’ambiente e sul clima, i cui dati recenti rilevati mostrano rispetto ai dati storici preoccupante allontanamento tendenziale a breve termine dalle condizioni di equilibrio terra, cielo e acque instauratosi nei millenni.

L’ambiente viene quindi ad essere indissolubilmente legato allo sfruttamento energetico e la strada intrapresa dai paesi europei, in particolare quelli dell’Unione europea, memori del loro stimolo originario “illuministico” al cambiamento della società mondiale, è quello di porsi a guida per tutto il globo terrestre nella più razionale utilizzazione dell’energia tratta dalle fonti fossili. Gli obiettivi non a caso fissati a Parigi nel corso della 21a Conferenza delle Parti (COP 21) nel 2015 sono quelli tuttora a tendere per la neutralità climatica nel 2050 (sono passati già otto anni e ne mancano “appena” 27) e va purtroppo osservato che pochissimi passi sono stati fatti in questa direzione. Anzi, la guerra in Ucraina iniziata il 24 febbraio 2022 ha riportato indietro molte iniziative del programma europeo della transizione energetica “Green New Deal” e “REPowerEU” per aver dovuto i paesi europei chiudere o ridurre fortemente gli acquisti di gas dalla Russia, divenuti negli anni di pace precedenti una rilevante percentuale del fabbisogno complessivo.

Le azioni europee in campo di transizione energetica

Le ultime azioni istituzionali europee (UE) in campo di transizione energetica annoverano tre decisioni da esaminare maggiormente in dettaglio:

  • Divieto di produzione di automobili con motore a combustione interna dal 2035
  • Efficientamento dell’isolamento termico del patrimonio edilizio entro 2030
  • E-fuel incentivato a discapito di bio-fuel

Divieto di produzione di automobili con motore a combustione interna dal 2035

Il primo obiettivo comporta la scomparsa graduale, ma con termine fissato al 2035, della filiera di produzione dei motori endotermici tradizionali a scoppio e Diesel e componentistiche direttamente connesse. Queste filiere hanno raggiunto vertici di perfezione tecnologica in oltre un secolo di produzione e un dopoguerra di espansione vertiginosa nel mondo, con i continui miglioramenti introdotti nella produzione dai numerosissimi brevetti industriali utilizzati.  Nel ristretto spazio di un motore di automobile (o nel ristretto spazio di un camion rispetto alle sue dimensioni) sono assemblati una enorme quantità di componenti sincronicamente tutti funzionanti ad elevate velocità relative ed elevate accelerazioni, con una oramai raggiunta elevatissima affidabilità per molti anni di funzionamento e centinaia di migliaia di chilometri percorsi. La componentistica è prodotta da numerosissime aziende specializzate sparse in tutto il mondo, in specie nei paesi in via di sviluppo.

Il motore elettrico che già ha iniziato a sostituire e sostituirà del tutto, entro la data fissata, il motore endotermico è un “semplice” oggetto rotante, praticamente uguale a quello inventato a fine ottocento, già perfetto di per sé. Anche il suo comando (quello che esercitiamo premendo l’acceleratore) è semplice e non ha per di più bisogno del “cambio” producendo in continuo, dolcemente senza strappi, la forza e la potenza necessaria al moto. Sin da velocità zero, quando occorre la forza massima per vincere le resistenze al moto e dare la maggiore accelerazione. Momento critico che tutti noi automobilisti bene conosciamo con il motore endotermico che necessita di premere la frizione in adeguata sintonia con l’acceleratore, a meno di possedere, come peraltro oramai assai diffuso, il cambio automatico ai vertici della perfezione meccanica, composto anch’esso da numerosissimi componenti. Questi sono forniti da una filiera specializzata che anch’essa è destinata a scomparire.

Una tale rivoluzione mondiale nella produzione delle automobili, bene familiare e strumentale assai diffuso, dovrebbe essere affrontata con estrema attenzione da parte dei governanti e da parte delle istituzioni Ue per evitare che il settore possa, se non convenientemente regolamentato e, se necessario, incentivato nella transizione, generare un seguito di fallimenti di aziende capofila e dell’indotto che, come in un domino, inneschino processi economici negativi a cascata con gravi effetti sociali diffusi. Da parte dell’Europa (UE) accanto alla fissazione dell’obiettivo al 2035 va “progettato” in dettaglio il periodo di transizione, seguendo l’industria nella riconversione, nei programmi di investimento più coerenti e nella formazione per la ricollocazione della forza lavoro che fino ad ora ha potuto utilizzare la sua alta specializzazione nel settore specifico del motore endotermico e suo indotto, che andranno man mano a scomparire.

In ogni caso lo sviluppo dell’auto elettrica richiederà infrastrutture per la ricarica degli autoveicoli del tutto simili a quelle che oggi utilizziamo. Stazioni di servizio frequentissime in città e similmente frequenti su ogni strada. Ad esse va portata l’infrastruttura elettrica di adeguata capacità che deve essere progettata e realizzata contemporaneamente allo sviluppo delle vendite degli autoveicoli entro la data prefissata. Occorre con stessa temporalità generare l’energia elettrica necessaria. Questa, se l’obiettivo è quello del risanamento ambientale con contributo netto zero alla CO2, deve essere prodotta con fonti rinnovabili o assimilabili ad esse e non da idrocarburi. Un programma, questo descritto, che non si vede adombrato nelle direttive Ue, come indirizzo e stimolo alla precisa programmazione nei tempi definiti. Il “laissez faire” del liberismo economico potrà non essere sufficiente, e possiamo ben essere convinti che senz’altro non lo sarà.

Infine va tenuto in conto che le fonti rinnovabili, le cui tecnologie oggi sviluppate sono essenzialmente legate al sole e al vento, e all’energia idraulica, sono legate alle mutevoli condizioni del tempo meteorologico e possono non garantire continuità. Per poterla garantire c’è bisogno di infrastrutture di trasporto potenti e diffuse sul territorio europeo, in modo che quello che manca da una parte geografica sia sostenuto dall’eccesso che si ha in un’altra parte geografica lontana. Oppure sarà necessario, nel senso dell’ineludibile, produrre quanto manca con centrali di produzione elettrica da fonte tradizionale, che almeno si spera sia alimentata a gas naturale e non da carbone o da petrolio.

Per questo ultimo motivo, fornire la supplenza necessaria alle fonti rinnovabili, la fonte di produzione nucleare tradizionale da fissione, nelle forme più moderne di piccole unità più facilmente gestibili e collocabili sul territorio, viene considerata dalla UE assimilabile alle fonti rinnovabili. Non ha produzione di CO2 ed è quindi “pulita” per questo aspetto; la produzione di scorie radioattive come sottoprodotto “cattivo” deve essere avviata allo smaltimento speciale, problema ad oggi non risolto in modo soddisfacente da nessun paese al mondo. Scorie radioattive da inviare a smaltimento speciale, ricordiamolo, provengono anche in misura cospicua dalla medicina nucleare presente in ciascuna struttura ospedaliera o di cura, o di ricerca. Lo smaltimento speciale deve avvenire in siti stabili geologicamente.  In Italia questi siti, pur individuati dalla società di Stato appositamente istituita nel 1999 (SOGIN) sulla base di criteri obiettivi e stringenti sulla stabilità geologica per almeno trecento anni, attendono ancora la ufficializzazione definitiva.

In merito di produzione di energia da fonti rinnovabili va anche posta attenzione e programmazione da parte UE sulla produzione di pannelli solari sul proprio territorio. Negli oltre dieci anni dalle prime installazioni incentivate fortemente, con contributi a carico dello stesso settore elettrico e non a carico dello Stato (esempio di scuola di una economia che si sorregge da sola), i pannelli in massima parte sono stati importati dalla Cina. Esempio questo negativo per l’economia europea che deve presto riguadagnare terreno, investendo nella produzione ovvero tassando le importazioni. Come sancito anche dagli Statti Uniti con il cospicuo provvedimento IRA (Inflaction Reduction Act) di incentivazione dell’economica interna dello scorso agosto 2022, con volontà anche strettamente protezionistiche. Per il solo settore dell’energia sono destinati 369 mldi di dollari sui 737 mldi complessivi del piano.

Anche per quest’ultimo aspetto la UE ha presentato solo rimostranze al WTO e polemiche inutili anziché almeno prevedere e dibattere, nelle sedi del Consiglio, della Commissione e del Parlamento, una seria misura di risposta europea, magari autonoma ed originale con medesimi obiettivi di riportare la produzione di nuovo in Europa nei molti settori ove troppo facilmente e non strategicamente si sono spostate importanti produzioni nei paesi dell’Est. Non solo saranno necessarie aziende produttrici di pannelli solari europei ma anche da subito quelle produttrici di batterie europee per la nuova filiera di auto elettriche. Le terre rare necessarie debbono essere trovate e convenzionate dalla Ue con i paesi che ne hanno miniere di estrazione, escludendo man mano i paesi dell’Est che oggi ne detengono quasi il monopolio.

Nulla di tutto questo si vede essere convintamente nelle strategie di breve-medio e soprattutto lungo termine nei ragionamenti istituzionali della UE, a corredo delle misure di fissazione dei termini per il definitivo abbandono del motore termico nei mezzi di trasporto.

Per concludere la breve disamina dei temi sopra riportati in merito alla necessità di produzione elettrica da fonte non fossile uno sguardo va dato alla fusione nucleare che rappresenterà, una volta che saremo riusciti ad utilizzarla industrialmente, la soluzione per la produzione di energia “pulita”, rinnovabile e senza limiti. Il reattore a fusione nucleare ITER – Tokamak nel Sud della Francia, a Cadarache, è l’esperimento di taglia industriale (500 MW da mantenere per almeno dieci minuti) a cui partecipano i paesi della UE assieme a Russia, Cina, Stati Uniti d’America, Giappone, Corea del Sud e India. La data prevista per l’accensione è stata spostata di continuo ed ora è verosimilmente prevista per il 2035, ad indicare le difficoltà dell’esperimento, soprattutto legate alla stabilità in alta potenza del plasma di Deuterio e Trizio (isotopi dell’idrogeno H2 e H3) all’interno del toro Tokamak, tecnologia già ampiamente utilizzata negli istituti di ricerca, come l’ENEA in Italia a Frascati, ma con potenze necessarie alle sperimentazioni nucleari e subnucleari assolutamente minimali.

La stampa scientifica ha riportato recentemente esperimenti riusciti di fusione nucleare compiuti al MIT di Boston negli USA, con la partecipazione anche della nostra ENI, e anche ad Hefei nella Cina Orientale. Si tratta sinora di sperimentazioni di piccolissima potenza che anch’esse traguardano una applicazione industriale a tempi medi. La problematica consiste nella temperatura di innesco del processo di fusione che è di milioni di gradi Celtius e ad oggi non esistono materiali capaci di resistere, ovvero capacità di confinamento della zona ad altissima temperatura in modo da non fondere i materiali tradizionali. Che il processo di produzione dell’energia da fusione sia possibile fu dimostrato agli inizi degli anni cinquanta con le esplosioni delle bombe cosiddette H, dal simbolo dell’idrogeno il cui atomo viene a fondersi ad altissime temperature con un altro atomo uguale a formare Deuterio H2 con rilascio di energia in sovrappiù. La reazione è quella che da miliardi di anni incendia il nostro Sole e le altre stelle dell’universo.

Efficientamento dell’isolamento termico del patrimonio edilizio entro 2030 

Anche questa direttiva è stata rilasciata dalla Ue come obiettivo temporale, senza analizzare e dibattere sulle problematiche oltre che economiche anche sociali connesse.

Anzitutto la critica fondamentale riguarda le temperature medie dei vari paesi e la loro persistenza temporale. Un paese del Nord Europa come Olanda, Danimarca, Svezia, Paesi Baltici, Finlandia ha connessa alla sua latitudine una persistenza di temperature basse che necessitano di un fabbisogno di riscaldamento assai superiore a quello necessario a paesi come Grecia, Spagna o Italia a sud di Roma in cui l’inverno è assolutamente mite. Per ciascun paese il fabbisogno di riscaldamento può essere calcolato a priori. Ne deriva una “classifica” dei paesi che mostra assai differenti necessità per il riscaldamento invernale degli ambienti. La necessità di migliorare l’isolamento degli edifici deve quindi essere rapportato al paese altrimenti l’efficienza della spesa risulta adeguata in paesi ad alta richiesta di calore mentre risulta economicamente non giustificata nei paesi con basso fabbisogno di calore. Inefficienza per spreco di risorse è il risultato opposto all’obiettivo della efficienza energetica. Tutto questo non è stato neanche contemplato.

Similmente può essere costruita una classifica dei paesi che necessitano di raffrescamento estivo e questa classifica sarebbe complementare all’altra.

Nei due casi il miglioramento dell’isolamento termico comporta un minor fabbisogno di generazione di calore in inverno e un minor fabbisogno di generazione di freddo in estate. Sembrerebbero quindi equilibrarsi le due esigenze ed essere corretto indicare, ed imporre, una uniformità di obiettivo di isolamento termico delle strutture edilizie per paesi del Nord e per paesi del Sud d’Europa. Questo sarebbe vero se ci si riferisse ad un parco edilizio, pubblico e privato, tutto condizionato come invece, soprattutto per l’edilizia privata, non è assolutamente. Il parco privato è dotato estensivamente di riscaldamento invernale a qualunque latitudine mentre assai meno è dotato di condizionamento estivo, questa esigenza necessaria soprattutto sui luoghi di lavoro. Di tutto questo andrebbe tenuto conto nell’adeguare la normativa di isolamento all’effettiva necessità del paese distinguendo anche per regione e per altitudine, come peraltro già presente nelle norme relative alla progettazione termotecnica.

E-fuel incentivato a discapito di bio-fuel

La produzione di metanolo di sintesi da CO2 presente nell’ambiente e da idrogeno prodotto dall’acqua per elettrolisi attraverso l’elettricità prodotta da fonti rinnovabili è chiamata “electric fuel” o e-fuel e costituisce una applicazione diretta di uso dell’idrogeno “green” sul suo luogo di produzione, evitando il difficile trasporto lungo tubazioni oppure il suo difficile stoccaggio (l’idrogeno è liquido alla temperatura di 20 °C in recipienti con pressione da 350 a 700 volte la pressione atmosferica). Il metanolo di sintesi può poi essere trasformato in e-benzina oppure e-diesel o e-kerosene per l’uso nei vari motori a combustione interna attuali o che rimarranno oltre il 2035 (Porsche è oggi capofila delle sperimentazioni industriali).

Il Bio-fuel o biocarburante è ottenuto dagli scarti agricoli, ovvero da biomasse inclusi rifiuti e sottoprodotti (es. biometano) ovvero da piantagioni dedicate utilizzate allo scopo in regioni del mondo con vaste estensioni di terreno altrimenti non coltivate per usi agricoli di fabbisogno umano o animale. ENI in Italia è capofila della produzione di biocarburanti e già 50 stazioni di servizio, prossimamente 150, distribuiscono biocarburante, del tutto simile al metano, anche se occorre specifica omologazione sul libretto di circolazione per l’uso di tale combustibile.

L’Italia ha intrapreso un confronto dialettico con la Ue in merito di e-fuel e bio-fuel, con Germania a favore del primo e Italia a favore del secondo.

Anche questo caso si annovera sulla spesso scarsa presenza dell’Italia nei lavori preparatori delle direttive europee, e quindi nella sorpresa all’uscita delle direttive a cui troppo tardi si manifesta dissenso o critica, e comunque difesa tardiva delle proprie posizioni ed esigenze dei comparti produttivi o sociali rappresentati.

È questo uno dei mali ricorrente nella partecipazione italiana alla Ue, che invece abbisognerebbe di una presenza costante e organizzata su tutti i fronti, in tutte le commissioni istruttorie, e una efficace capacità di rappresentanza dei settori produttivi che debbono anche loro essere presenti, oltre che con lobbies specifiche a Bruxelles, anche con le proprie rappresentanze politico-istituzionali di riferimento.

In proposito anche male ricorrente dell’Italia è non saper prendere tutti i fondi strutturali europei, e gli altri che fanno parte del vasto bilancio cui l’Italia partecipa in proporzione ai suoi abitanti. Anche per il PNRR si sta ripetendo questa “defaillance”. La struttura pubblica demandata alla richiesta e gestione dei fondi europei, le cui regole sono sempre le stesse e tutte riconducibili a precisione di richiesta e di rendicontazione, non è efficiente e si tarda sempre di più a razionalizzarla e a istruirla adeguatamente perché sia capace e autonoma.

*Tommaso di Fazio, Componente del Laboratorio Europa dell’Eurispes.

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