Tonno rosso: creare una filiera 100% Made in Italy

Come ogni anno tra maggio e giugno, torna all’ordine del giorno del Ministero delle Politiche Agricole l’annosa questione sulla pesca al Tonno Rosso con la conseguente vera e propria guerra per la sopravvivenza di chi, nella ripartizione delle quote, si vede sottrarre parte di un’importante risorsa economica; un affare che invece, secondo Fedagripesca-Confecooperative, potrebbe fruttare almeno 100milioni di euro l’anno se si riuscisse a organizzare la produzione in una filiera tutta italiana.

Dal Mediterraneo, infatti, provengono i due terzi del prodotto mondiale, con Spagna, Francia e Italia ai vertici della classifica di cattura e oltre il 45% dei produttori, dato comunque in calo rispetto alla percentuale relativa al 2015, periodo in cui ne rappresentavano ben il 63%.

Il Thunnus thynnus o Tonno Rosso, è la varietà più diffusa nel Mediterraneo e nell’Atlantico ed anche la più apprezzata dal punto di vista qualitativo, caratteristica che rende questa specie particolarmente ricercata, soprattutto dal mercato giapponese, cui è riservato l’80% del pescato e che ne è il principale consumatore a livello globale.

Durante il periodo riproduttivo i branchi di tonni rossi migrano dall’Atlantico verso il Mediterraneo e, dopo aver costeggiato Spagna e Baleari, giungono nei mari della Sardegna per muoversi, in seguito, verso l’Elba, la Liguria, la Sicilia e la Campania spingendosi, successivamente, nel Canale di Sicilia e nel basso Adriatico.

Fin dall’antichità, la migrazione a scopo riproduttivo dei tonni è stata osservata e sfruttata dalle comunità costiere del Mediterraneo che hanno creato siti e tecniche di pesca oltre ad aver sviluppato attività economiche a essa collegate.
In Italia la pesca al Tonno Rosso è stata, per secoli, fonte di sostentamento per numerosi borghi marinari dal Nord al Sud della Penisola.
In particolare in Liguria, Campania e Sicilia, zone in cui ancora oggi è presente un’importante eredità di beni archeologici, architettonici, tradizionali e gastronomici legati a questa storica attività, si diffuse il metodo di cattura della tonnara fissa cui erano collegati la famosa “mattanza” e un vero e proprio sistema industriale di trasformazione del pesce che sviluppava un importante ritorno occupazionale sui territori.

Ormai da diversi anni, la pesca di questo pregiato pesce “epipelagico” è regolata, però, dal Totale Ammissibile di Catture (TAC), introdotta dall’International Commission for the Conservation of The Atlantic Tuna (CCAT), cui aderisce anche l’UE, che ne ha provocato una rilevante contrazione delle catture.
Inoltre, la relativa normativa europea stabilisce il numero d’imbarcazioni, divise per tipologie, alle quali è consentita la pesca e le quote assegnate a ogni singolo paese che, in Italia, sono distribuite secondo tabelle fissate dal Ministero delle Politiche Agricole.

L’istituzione del TAC si è resa necessaria per tutelare la sopravvivenza della specie che, a causa dell’eccessivo sfruttamento, alla fine degli anni Novanta aveva subìto una forte riduzione di esemplari ed era considerata a rischio di estinzione.
Lo stato di sofferenza degli stock di tonno presenti nel Mediterraneo, già iniziato negli anni Settanta, si era via via aggravato anche a causa dell’aumento della domanda proveniente dal mercato nipponico e all’azione delle “factory ship”, navi stabilimento giapponesi e coreane attrezzate per la prima lavorazione del pesce e la sua conservazione, che avevano spostato le proprie zone di pesca dal Pacifico al Mare Nostrum, entrando in competizione con le flotte locali e triplicandone il numero di catture.

I risultati dei provvedimenti adottati per la tutela della specie, sono stati in parte positivi e, negli ultimi anni, l’incremento degli esemplari ha permesso di accrescere le quote suddivise tra i principali Stati coinvolti, Italia compresa.
Tuttavia se, da un lato, le stringenti normative europee che riguardano il settore sono servite a tutelare un’importante risorsa dei nostri mari, dall’altro, hanno provocato notevoli danni alle marinerie italiane, “ingabbiate” da limitazioni e direttive imposte dall’Ue ma anche dallo Stato stesso e dalle Regioni.
Infatti, per quanto possa apparire singolare, l’aumento di presenze di Tonno Rosso nel Mediterraneo non ha migliorato, se non per un ritocco al rialzo sulle quote di cattura, né le esigenze dei pescatori né lo stato dell’ecosistema marino alterato da una sovrappopolazione di tonni che ne compromette gli equilibri decimando i branchi di sarde e acciughe, di cui i tonni si alimentano, con conseguente danno anche per quest’altro settore di pesca.

Insomma, è cosa nota che tutto il comparto pesca del nostro Paese sia fortemente penalizzato dalle normative e dai paletti imposti dall’Ue, da scelte politiche sbagliate e da limitazioni burocratiche oltre che da severe sanzioni, ma la pesca del Tonno Rosso rappresenta un potenziale economico importante, una preziosa fonte di reddito e occupazione oltre che espressione di tradizioni locali fortemente identitarie che non possono essere trascurate.

Dell’imponente numero di pescherecci con reti a circuizione, di palangari per la pesca all’amo e di tonnare fisse che operavano nei nostri mari fino a una quindicina di anni fa, è rimasto ben poco e anche il tentativo di avviare allevamenti industriali, puntando su uno sviluppo del settore volto a soddisfare il gusto del mercato giapponese orientato a un prodotto più ricco di grasso, è stato costretto, a causa della gestione delle quote, delle norme restrittive e dei rigidi regolamenti nazionali, a delocalizzare e sottoscrivere accordi commerciali con paesi esteri.

Un’equa assegnazione delle quote e l’apertura alle piccole realtà artigianali di pesca, oggi praticamente escluse dallo sfruttamento di questa importante risorsa, potrebbero essere di fondamentale importanza per lo sviluppo di una filiera tutta italiana che restituisca dignità e lavoro ai nostri pescatori, oltre ad avere importanti ricadute sullo sviluppo industriale dell’allevamento e della trasformazione, nel commercio e nella distribuzione, offrendo ai consumatori un prodotto nazionale di qualità controllata e garantita.

Per capire l’importanza della riorganizzazione del “settore tonno” in Italia è, inoltre, fondamentale valutare l’impatto che i vari sistemi di pesca e le esigenze del mercato hanno dal punto di vista economico e occupazionale che escludono, purtroppo, centinaia di piccoli pescatori che, in pratica, hanno un accesso limitatissimo a questa ricca risorsa così fortemente legata alla tradizione delle nostre marinerie.

Tra i vari metodi di cattura, il più utilizzato risulta essere quello delle reti a circuizione cui viene assegnato il maggior numero di quote e che rappresenta, a livello globale, oltre il 50% delle catture.
Attraverso l’impiego di reti di grandissime dimensioni, è possibile imprigionare una notevole quantità di tonni vivi da avviare alla stabulazione negli allevamenti che, naturalmente, diventano i maggiori beneficiari degli enormi guadagni ricavati dalle vendite dei tonni sui mercati del Sol Levante dove un singolo esemplare può raggiungere cifre da capogiro.

L’antica tradizione mediterranea della tonnara fissa è stata, invece, parzialmente abbandonata perché poco competitiva anche se più sostenibile e selettiva per via dell’articolato sistema di “camere” all’interno delle reti che permette la cattura di esemplari già adulti risparmiando quelli più giovani ancora in fase di crescita.

Nello scorso Governo, il sottosegretario alle politiche agricole, Franco Manzato, aveva convocato un Tavolo con gli addetti del settore e, per la prima volta, si era parlato concretamente della costituzione di una filiera tutta italiana del Tonno Rosso che avrebbe permesso di allevare e vendere direttamente in Italia senza dover ricorrere agli allevamenti stranieri, avviando un progetto industriale che avrebbe valorizzato un prodotto interamente Made in Italy mantenendo la ricchezza sul territorio.
Nel piano si prevedeva di dare nuovo impulso anche alla pesca artigianale e alle tradizionali tonnare fisse, tipico sistema di pesca del bacino mediterraneo e, come già detto, quasi completamente abbandonate.

Attraverso un decreto che aumentava di 80 tonnellate le quote indivise, si intendeva creare un circuito virtuoso per superare, attraverso un riequilibrio delle quote, l’ormai storico conflitto tra pesca artigianale ed industria del tonno, ponendo le basi per il rilancio dell’intero settore assediato dalla feroce concorrenza di francesi e spagnoli.
Tuttavia, il percorso, avviato dall’ On. Manzato, non ha avuto seguito e la situazione, aggravata quest’anno anche dal crollo dei consumi di pesce fresco, dalla chiusura delle attività turistiche e della ristorazione causate dell’emergenza sanitaria Covid-19, all’avvio della campagna 2020 di pesca al Tonno Rosso, ritorna all’ordine del giorno mostrando tutte le proprie criticità.

La denuncia arriva dal parlamentare Lorenzo Viviani, e dallo stesso Manzato, primi firmatari dell’interrogazione a risposta scritta n. 4/05923, presentata l’8/06/2020 (alla data del 13 luglio ancora in corso), al Ministro Teresa Bellanova in cui, oltre a segnalare le difficoltà del settore, si fa riferimento alla decisione della Commissione Europea di vietare, ai pescatori italiani, la possibilità di trasferire le quote di pescato destinate agli allevamenti maltesi.
La notizia, secondo quanto denunciato nell’interrogazione al Ministro, è arrivata, come un fulmine a ciel sereno, a campagna di pesca già avviata e con accordi commerciali già siglati a Malta che prevedevano il trasferimento di ben 2.900 tonnellate di tonni derivanti dalle quote a disposizione dell’Italia con un danno calcolato dagli operatori di almeno 10milioni di euro.

Nel ribadire l’importanza della gestione della risorsa Tonno Rosso attraverso la creazione di una filiera nazionale che garantisca occupazione e ponga fine al trasferimento estero dell’80% del tonno pescato dai nostri operatori, riattivando la strada già avviata nel precedente Governo, i parlamentari hanno chiesto all’attuale Ministro delle Politiche Agricole di riaprire il Tavolo con i rappresentanti di settore nell’ottica di tutelare e rilanciare un’ eccellenza del Made in Italy di inestimabile valore.

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