Intervista

Un Paese senza leader. «Sovranismo e populismo non dureranno»

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Il mix di sovranismo e populismo che governa l’Italia non è destinato a durare. Lo sostiene Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera e autore di Un Paese senza leader (ed. Longanesi). «Il sistema alla fine si riassesterà e quella che si può definire l’eccezione italiana rientrerà nei ranghi. Sarà fondamentale il test delle prossime europee, per capire l’evoluzione di questa fase di transizione». Sui recenti ripetuti attacchi alla libertà di stampa da parte di diversi esponenti dell’Esecutivo, Fontana esprime una posizione molto netta: «I grandi giornali, contrariamente alle fake news montate ad arte che circolano in Rete, non godono di nessun finanziamento pubblico. In Italia per fortuna l’autonomia economica permette un effettivo esercizio del diritto di cronaca e della libertà alla stampa, fa bene il Presidente della Repubblica e gli organismi di categoria a ribadirlo sovente con forza».

Direttore Fontana, Giannelli nella simpatica vignetta di copertina del libro disegna un Paese sull’orlo del burrone. Il rischio che stiamo correndo è realmente così alto?
Penso che il rischio di finire nel baratro esista per molte ragioni. Il voto del 4 marzo ha, infatti, sancito la nascita di un nuovo contesto politico molto diverso rispetto a quanto ci ha preceduto, caratterizzato da forte instabilità, attraversato da due forze in competizione, che vivono una continua guerra di rilanci e di promesse col preciso scopo di affermare la supremazia populista in Italia. Il pericolo maggiore in questa dinamica è che il percorso intrapreso dalla compagine ora al governo sia provvisorio e che ne possa risentire la struttura economica del Paese.

Le ultime elezioni politiche sembrano aver segnato un punto di non ritorno. E’ corretto parlare di avvento della “Terza Repubblica”?
Se si ritiene che ci sia stata una “seconda repubblica”, cosa di cui non sono affatto sicuro, la definizione è corretta. In realtà, però, l’Italia del bipolarismo, della riforma costituzionale, in cui i governi avrebbero dovuto essere indicati dagli elettori, connotati essenziali della nascente seconda repubblica, non si è mai realizzata; così alla fine di un percorso abortito sul nascere siamo tornati a un’enorme voglia di proporzionale, con partiti gelosi della propria identità, che non intendono “sciogliersi” nella fisionomia di coalizione per indicare un esecutivo a guida del paese.

Possiamo spiegare meglio come si declina il populismo di “casa” nostra?
Da un lato abbiamo la Lega, che fonda il suo messaggio sulla contrapposizione tra territorio e globalizzazione, sulla chiusura contrapposta all’apertura delle frontiere in materia di immigrazione, dall’altro il M5S che ha come asset principale della sua politica la dicotomia tra le élites e il popolo, tra establishment e corpo sovrano fatto di cittadini lasciati dimenticati da chi sta al potere. La politica in questa fase vive su queste caratteristiche.

Il mix di “sovranismo” e “populismo” è una specificità italiana destinata a diventare “strutturale”, come sostengono alcuni commentatori?
Ci sono sicuramente alcuni aspetti strutturali, come il grandissimo risultato dell’M5S nel Mezzogiorno, successo legato a una forte dose di ribellismo che è tipico del meccanismo di voto espresso al Sud. Questo si spiega se consideriamo che purtroppo esistono due Italie, un Sud che va da Roma alla Sicilia segnato da poche occasioni di lavoro: un’area in cui le zone di innovazione e sviluppo sono solo eccezioni, in un territorio che, pur essendo ricco di un immenso patrimonio culturale, presenta caratteristiche lontane dagli standard di crescita delle società più avanzate. Poi c’è la questione immigrazione, che rimane centrale in questo delicato momento storico.

Quanto è solido il “contratto” di Governo?
La definizione del contratto è stata fatta per sommatoria. Sono state messe insieme le esigenze dell’uno e dell’altro attore politico utilizzando formulazioni generiche, che dicono tutto e il contrario di tutto. Questo genera tensioni continue nel momento in cui occorre definire le misure concrete da adottare. La Lega ha vita più facile in quanto i provvedimenti che sostiene hanno una matrice simbolica, sono in una parola meno costosi, per l’M5S la strada è più tortuosa, oltre che più onerosa.

Il test delle europee che peso potrà avere in questa fase di instabilità e incertezza?
Se non ci saranno incidenti di percorso e il Governo arriverà al test delle elezioni senza scossoni bisognerà vedere se si registrerà un calo dell’M5S, come molti sondaggi lasciano prevedere e una crescita robusta della Lega. A quel punto, per i pentastellati si aprirà una vera discussione e una probabile crisi che porterà a una rottura di questa esperienza.

Il libro si chiude con un appello al “coraggio della responsabilità”, parola molto usata, ma purtroppo poco praticata. Cosa significa in concreto?
Che bisogna dire parole di verità ai cittadini. Dopo l’ubriacatura digitale occorre fare un passo decisivo verso un’etica della responsabilità politica. E’ venuto il momento di coinvolgere la gente con la razionalità delle argomentazioni, sapendo che siamo un paese che ha enormi problemi di modernizzazione e di rafforzamento della produttività.

Proprio in relazione al linguaggio della verità di cui parlava, non posso non chiederLe in chiusura una valutazione sui continui attacchi alla stampa, mai così sotto assedio. La democrazia è in pericolo?
Partirei da un presupposto. Quello che i politici stanno facendo non è una novità in assoluto, la politica ha spesso avuto un rapporto conflittuale con la stampa. Adesso c’è qualcosa in più: la voglia di azzerare il ruolo dei giornali, minarli alla radice nei propri fondamenti economici, pensando che l’informazione di qualità potrà essere sostituita dai blog e dai social. Poi mi lasci aggiungere un altro aspetto importante.

La ascolto…
I grandi giornali, contrariamente alle tante fake news che circolano, non godono di nessun finanziamento pubblico. In Italia per fortuna l’autonomia economica permette libertà alla stampa, fa bene il Presidente della Repubblica e gli organismi di categoria a ricordarlo spesso. Il giornale non deve essere percepito come un partito, sarebbe grave, nel mio ruolo di direttore non cadrò mai in questo tranello. Come giornalisti abbiamo il dovere di raccontare e osservare i fatti e di farlo con onestà e indipendenza. Questo principio deve essere la nostra stella polare, sapendo che la qualità dell’informazione è un bene essenziale della democrazia e che se solo tentiamo di inficiare questo principio mettiamo a repentaglio il sistema democratico su sui si regge il pavimento della civile convivenza.

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