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Dalle radici al futuro. Il ruolo evolutivo dei consorzi nella strategia agroalimentare italiana

di
Alberto Mattiacci*

Tradizione e futuro: la tensione fertile dell’agroalimentare italiano 

L’Italia agroalimentare di questo XXI secolo vive dentro una tensione che, alla resa dei conti, è stata fin qui decisamente fertile: conservare ciò che viene da un passato accettabilmente lontano e, al contempo, renderlo economicamente vitale nel futuro. 

Quel passato è sovente frutto di mitizzazioni e idealizzazioni, capaci di narrazioni talvolta controfattuali se non addirittura antistoriche, ma cionondimeno efficaci. Il futuro è invece tutto da costruire e vale perciò chiedersi: il futuro dell’agroalimentare italiano di qualità avverrà dentro un perimetro che già esiste, oppure si esprimerà lungo direttrici nuove?

La doppia lente del Decreto ministeriale n.264637

Il Decreto ministeriale n.264637, emanato a inizio giugno di quest’anno in attuazione del Regolamento europeo 2024/1143, sembra avere le idee piuttosto chiare in proposito e propendere per la prima opzione. Il Dm, infatti, può essere letto proprio attraverso questa doppia lente:

  • aggiornare tecnicamente la normativa (rimanere in linea con la tradizione), 
  • rafforzare l’infrastruttura istituzionale che trasforma territori, saperi produttivi e identità locali in valore economico organizzato (propendere al futuro).

La tutela della vocazione delle IG

La prima domanda, allora, è: in che modo il decreto aiuta un Paese dalle profonde radici agricole e agroalimentari a non disperdere questa vocazione e mantenere i valori del mondo IG, sua punta di diamante?

La riposta è in tre parole chiave: governance, rappresentanza e aggregazione.

Il ruolo rafforzato dei Consorzi

Il primo elemento è il rafforzamento dei Consorzi come soggetti di governo della denominazione. Il decreto attribuisce loro funzioni ampie: tutela, promozione, valorizzazione, vigilanza, gestione della IG, informazione al consumatore e partecipazione a iniziative di sviluppo territoriale, sostenibilità e turismo. Non si tratta più, dunque, soltanto di “proteggere un nome”, ma di governare un patrimonio collettivo in mercati dinamici e altamente competitivi. Bene, benissimo ma qui c’è un re nudo da svelare: data la realtà attuale dei Consorzi, come faranno a interpretare un ruolo tanto complesso e sfidante?

L’equilibrio della rappresentanza delle categorie della filiera

Il secondo elemento è la rappresentanza. Le soglie per il riconoscimento, la presenza equilibrata delle diverse categorie della filiera negli organi consortili e la centralità riconosciuta ai produttori, puntano a evitare che il patrimonio territoriale venga separato da chi materialmente lo genera. Sembra significativo il dettato dell’articolo 12, comma 2, dove si attribuisce alla categoria dei produttori una quota minima del 66% negli organi sociali. In questo senso, si conserva una logica profondamente coerente con la storia economica italiana: la qualità nasce da un sistema di relazioni, non da un singolo attore.

Bisogna guardare al superamento della frammentazione storica

Il terzo punto è l’aggregazione, ovvero la possibilità, offerta dall’articolo 9, di costituire Consorzi per più indicazioni geografiche, purché sia garantita l’autonomia decisionale di ciascuna denominazione. L’idea va salutata con entusiasmo, perché prova a superare una delle fragilità storiche del nostro sistema ‒ la frammentazione ‒ ma al contempo il “cinico che è in noi” non riesce a non pensare all’endemica conflittualità interna che caratterizza il comparto.  Aggregare può significare mettere in comune competenze, strutture, promozione, vigilanza e capacità progettuale, ma non è gratis, richiede cessione di sovranità: riusciranno i nostri eroi?

Debolezze strutturali e mercati globali

La seconda domanda è: in che modo il decreto aiuta a sanare le debolezze strutturali e cogliere le opportunità dei mercati globali?

L’Italia affronta debolezze strutturali ben note: denatalità, invecchiamento della popolazione, difficoltà di ricambio generazionale, sottocapitalizzazione e sottodimensionamento delle imprese, frizioni e disomogeneità lungo la filiera. Al contempo, a nessuno sfugge che va crescendo su scala internazionale il potere attrattivo di qualità che fanno parte del “codice genetico” agroalimentare italiano: attenzione alla materia prima, origine, autenticità, sostenibilità, benessere e relazione tra cibo e territorio. Sembra che il decreto segnali alcune traiettorie e leve possibili per trasformare questa domanda emergente in opportunità.

Anche qui tre parole chiave: sostenibilità, turismo e marketing.

La sostenibilità come strategia

La sostenibilità: l’articolo 22 consente ai Consorzi di promuovere pratiche ambientali, sociali ed economiche coerenti con il disciplinare e con il territorio. Le leve individuate sono: risparmio idrico, efficienza energetica, biodiversità, riduzione degli sprechi e delle emissioni, economia circolare. Il punto che sembra interessante è che la sostenibilità viene collocata dentro la strategia della denominazione, non come un adempimento separato. Questo aspetto va salutato come un grande passo in avanti, con la convinzione che sostenibilità non sia una cosa ma un modo di fare le cose.

Il turismo gastronomico: da funzione-ricavo a funzione-asset

La seconda, il turismo gastronomico: il decreto lo introduce in un articolo (il 17) e lo esplicita in uno successivo (il 22, in particolare ai commi 5 e 7). L’idea è che i Consorzi possano adottare linee di indirizzo per sviluppare il turismo connesso alla IG e di stipulare accordi con Enti locali, Regioni, soggetti pubblici e privati, scuole e Università. La domanda che sorge, a tal proposito, è: che funzione dare al turismo nei territori delle IG? È sufficiente una funzione-ricavo ‒ i flussi di reddito generati dai visitatori passanti ‒ oppure si deve ambire a qualcosa in più? Allora, è auspicabile avere il coraggio di considerare per davvero il turismo come leva di sviluppo del territorio, dovrebbe assegnargli una funzione-asset, volta cioè ad aumentare la residenzialità economica, di imprese e lavoratori. In sostanza, se una delle debolezze prospettiche dell’Italia è la demografia, il turismo della IG diventa davvero strategico solo quando produce “residenzialità economica”, non semplicemente visitatori.

La capacità di competere sui mercati

La terza leva riguarda la capacità di stare sui mercati: il decreto rafforza la protezione delle indicazioni geografiche anche online, attribuisce ai Consorzi compiti di contrasto agli usi fraudolenti e alla contraffazione, sostiene la promozione in Italia e all’estero e contempla attività di formazione, consulenza, progresso tecnico-scientifico e digitalizzazione.  Una visione matura del problema affronta il tema del mercato nella sua ampiezza: qui servono competenze, strutture e cultura di marketing, questione più complessa del solo affidarsi alla comunicazione e del pagare qualche agenzia per fare le cose che non si sanno fare. Qui si «parrà la nobilitate» dei Consorzi: investire in struttura o no?

Regolazione dell’offerta e ricambio generazionale

Vi sono anche, nel decreto, altri due aspetti meritevoli di segnalazione a latere di quanto fin qui esposto: la regolazione dell’offerta, finalizzata a migliorare programmazione produttiva, equilibrio di mercato e valorizzazione del prodotto, evitando che eccessi di produzione ne comprimano il valore; e l’attenzione al ricambio generazionale, attraverso la possibilità di ridurre il contributo di avviamento per microimprese agricole e giovani agricoltori, così da contenere almeno in parte le barriere all’ingresso nel sistema delle denominazioni.

Concludendo: una precisa traiettoria di futuro

Nel complesso, sembra che il Dm 264637 accolga una visione matura del sistema delle IG e abbia il coraggio di stimolarlo verso una precisa traiettoria di futuro: scalare sul piano strutturale, ragionando su Consorzi che diventino dei modelli di business capaci di governare le produzioni sul mercato e non siano solo organismi amministrativi.

In questo senso, insomma, l’idea portante è che la costruzione del futuro delle IG non passerà da una qualche nuova pratica d’offerta, ma dalla trasformazione positiva dei Consorzi. È un obiettivo ambiziosissimo e arduo che indirizza lo sguardo di tutti, con coraggio, nella giusta direzione.

*Alberto Mattiacci, Presidente del Comitato scientifico dell’Eurispes e Professore ordinario di Economia e gestione delle imprese presso l’Università Sapienza di Roma

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