Anniversario assassinio Moro, 42 anni dopo la verità è cosparsa di vuoti e incertezze

Esattamente 42 anni fa, il 9 maggio del 1978, le Brigate Rosse con una telefonata fatta da Morucci al prof. Tritto, vicino alla famiglia Moro, comunicò l’avvenuta esecuzione dell’ostaggio e il luogo dove avrebbero potuto ritrovare il cadavere, via Caetani, all’interno di una Renault 4, di colore rosso. Si concludevano così i 55 giorni della prigionia di Aldo Moro, sequestrato il 16 marzo in via Fani, dopo avere ucciso cinque uomini della sua scorta.
Si chiudeva tragicamente, così come era iniziata, una vicenda politica che rappresentò il più grave attentato politico della storia dell’Italia repubblicana, e segnò in maniera irrevocabile le sorti della politica nazionale lungo tutti gli anni a venire, sino ai nostri giorni. Tutto non fu più come prima e, da allora, ebbe inizio un lento ma inesorabile declino di quella che è stata definita, a ragione, la fase costituzionale di governo, verso la Seconda Repubblica, come ci ha illustrato lo storico Francesco Biscione nei suoi saggi,
Le Commissioni parlamentari d’inchiesta che hanno indagato sulla vicenda sono state tre, mentre i processi furono ancora di più, ben cinque. Le sentenze furono tuttavia quattro, perché i primi due furono unificati. Gli altri tre furono dovuti alla scoperta di nuovi corresponsabili, emersa nel corso delle indagini e anche a seguito della collaborazione prestata dagli imputati Valerio Morucci e Adriana Faranda.
I libri che si sono occupati del caso Moro sono decine e centinaia gli articoli giornalistici, oltre alle inchieste televisive e i film.
È impossibile quindi dare conto nei particolari delle ricostruzioni del sequestro, dei luoghi della prigionia, degli interrogativi, delle trattative, del cruento epilogo.
Ciò che si vuole mettere in rilievo è che, nonostante tutto lo sforzo investigativo, giudiziario, saggistico e quello delle Commissioni parlamentari, non si può certo affermare che sia stata raggiunta una completa ricostruzione di quei 55 giorni, apparendo la verità processuale cosparsa di incertezze, vuoti, contraddizioni, anche per le gravissime interferenze, i depistaggi, le sovrapposizioni di competenze. Alla fine, quella consacrata nei processi è la verità offerta dagli stessi brigatisti, attraverso il memoriale Morucci-Faranda, confezionata con l’intervento di suggeritori politici, e accettata passivamente in sede giudiziaria, come “verità di Stato”. Dunque, un vero e proprio “patto d’omertà”, secondo la felice definizione data dall’ex senatore Sandro Flamigni, che sul caso Moro ha dedicato la sua attività di parlamentare come testimoniato dalle numerose pubblicazioni sul tema per le edizioni KAOS.
Anche in esito ai lavori della 3^ Commissione d’inchiesta, presieduta dall’on. Fioroni, che pure ha gettato nuova luce su alcuni dei punti oscuri della vicenda, non sono stati fatti passi significativi in avanti sulla strada della ricerca della verità. Ne è prova evidente che non è stata presentata alcuna relazione conclusiva, ma solo tre relazioni riassuntive dell’attività svolta negli anni 2015, 2016 e 2017.
In particolare: non si ha ancora certezza di quanti fossero i presenti sulla scena di via Fani al momento dell’agguato. Le versioni dei brigatisti oscillano da un numero di sette, divenuti in seguito undici e forse di più.
Misteriose e inquietanti le presenze, sul posto, di personaggi che non avevano alcun motivo di esservi se non quello… di assistere ad un sequestro del quale non erano mancate diverse avvisaglie nei giorni che lo precedettero e del quale sembravano essere informati di data e luogo in cui sarebbe avvenuto.
Era presente, alla luce di plurime fonti probatorie, un boss della ’Ndrangheta, Antonio Nirta, appartenente alla omonima famiglia originaria di San Luca, confidente dell’allora colonnello dei Carabinieri, Francesco Delfino, in servizio a Milano, riconosciuto attraverso una foto scattata subito dopo l’agguato, pubblicata sul quotidiano Il Messaggero. Tale presenza era peraltro messa in relazione ai contatti stabiliti con noti esponenti mafiosi per cercare di ottenere notizie sul sequestrato e sondare la possibilità di un loro intervento.
Era presente, inoltre, il colonnello Camillo Guglielmi, capo dell’Ufficio sicurezza del Sismi. Guglielmi aveva partecipato nel ’72-’73, su richiesta del generale Maletti, ad addestramenti speciali nella base sarda di Capo Marrargiu sull’uso degli esplosivi e sulle tecniche di guerriglia e imboscata, base utilizzata anche per l’addestramento della struttura Stay-Behind “Gladio”. Richiesto di chiarire il motivo della sua presenza, non esitò a dichiarare, con raro sprezzo del ridicolo, che era stato invitato a pranzo da un amico abitante nei pressi (erano ancora le nove del mattino!).
L’altro, è l’uomo dal cappotto di cammello, arrivato in via Fani subito dopo la sparatoria. Si scoprirà in seguito che si trattava di tale Bruno Barbaro, cognato del colonnello Fernando Pastore Stocchi, dirigente della base di Capo Marrargiu e collaboratore del generale Vito Miceli, che in via Mario Fani gestiva una base dei servizi segreti.
Non si ha neppure certezza della identità dell’uomo (brigatista?) che esplose oltre la metà dei colpi, con abilità da killer esperto; né chi fossero i due che transitarono sul luogo a bordo di una moto Honda, uno dei quali esplose colpi di mitra, pur non partecipando direttamente all’azione omicidiaria.
Contrastanti le dichiarazioni rese dai brigatisti circa l’itinerario seguito lungo la fuga, il luogo in cui avvenne il cambiamento del mezzo di trasporto, quale sia stata la (prima) prigione di Moro, essendo ormai escluso con certezza che l’ostaggio sia rimasto 55 giorni in unica prigione, dal momento che, dopo il ritrovamento del cadavere, si accertò la presenza di sabbia proveniente dal litorale laziale, dentro il risvolto dei pantaloni.
Incerto il luogo in cui Moro venne ucciso, essendo rimasta smentita la tesi sostenuta dai brigatisti, secondo la quale l’esecuzione sarebbe avvenuta nel garage dell’abitazione di via Montalcini. Essa avvenne, assai probabilmente, in un luogo assai vicino a via Caetani, dentro o vicino al ghetto ebraico. Dubbi su chi eseguì l’esecuzione della condanna a morte, esecuzione che, secondo la versione di mons. Curioni, cappellano del carcere di San Vittore, porterebbe la “firma” dell’ex legionario calabrese Giustino De Vuono (i fori dei proiettili erano disposti ad anello intorno al cuore del cadavere).
Tutto questo ha condotto ad una verità giudiziaria costruita, come detto in precedenza, quasi esclusivamente sul racconto che ne hanno fatto gli stessi brigatisti, e dunque monca, lacunosa sotto molti riguardi. Le omissioni e le versioni di comodo, tuttavia, non possono essere riduttivamente interpretate solo come tentativo di proteggere i compagni non ancora individuati, ma come esigenza di tutelare probabili connessioni con personaggi e ambienti estranei al proprio gruppo.
È ragionevole pensare che le omertà dei brigatisti si siano sommate con l’incapacità e l’inefficienza degli apparati investigativi dello Stato durante i 55 giorni della prigionia, talmente evidenti, da apparire addirittura sospette. Molti furono i posti di blocco, buoni a fare scena ma inutili a sequestro avvenuto. In quel periodo non un arresto venne compiuto, non una intercettazione venne disposta, non una persona denunciata all’Autorità giudiziaria. Si aggiungano le interferenze, indubbiamente esterne, come la falsa pista del Lago della Duchessa, i falsi comunicati, le “disattenzioni” investigative (clamorosa quella circa il covo di via Gradoli, a Roma, perquisito solo dopo essere stato abbandonato dai brigatisti che lo occupavano).
La strategia della tensione con le stragi di Piazza Fontana, via Fatebenefratelli, piazza della Loggia, treno Italicus, e i tentativi di colpo di Stato che le accompagnarono, avevano avuto tutte l’obiettivo di neutralizzare il partito comunista italiano, sul presupposto di una temuta insurrezione interna di quel partito con l’aiuto, anche militare, dell’Urss, al fine di prendere il potere in Italia. In particolare, ognuno di quegli episodi si poneva l’obiettivo di provocare nel Paese una forte indignazione da parte delle masse per giustificare la proclamazione dello stato di emergenza, la messa fuori legge del Pci e la nascita di un governo autoritario, e comunque di centro-destra.
In verità, non solo nessun progetto eversivo era stato mai programmato e nemmeno immaginato da parte dei partiti di sinistra, ma nessuna reazione popolare fece seguito alle bombe, tale da giustificare una risposta autoritaria. Al contrario, tra il 1968 ed il 1976, ogni consultazione elettorale registrava l’aumento di consensi verso il Pci, che arrivò a percentuali intorno al 35%. Gli sforzi eversivi si erano rivelati inutili e addirittura controproducenti e furono abbandonati già nel 1974. E come se, di fronte al fallimento dell’attacco da destra alla democrazia, ma soprattutto al partito comunista, si tentasse da quel momento in poi di condurlo da sinistra ad opera del partito rivoluzionario armato. Ipotesi tutt’altro che peregrina, tanto da indurre lo storico Nicola Tranfaglia (nel saggio Lo Stato parallelo) a chiedersi se la nuova lotta armata fosse una prosecuzione sotto altra veste della “strategia della tensione” o se si trattasse di un fenomeno diverso.
Rimasta priva di riscontri l’esistenza di una regia unica, è anche vero però che tanto i servizi di sicurezza quanto il Ministero dell’Interno erano a conoscenza delle attività delle Brigate Rosse, sia di quelle “prima maniera” (quelle di Renato Curcio, Alberto Franceschini e Mara Cagol), sia quelle subentrate dopo l’arresto dei primi due e la morte della terza, dirette da Mario Moretti. Obiettivo e metodi non erano certo quelli della destra eversiva; niente stragi indiscriminate con vittime innocenti, ma gambizzazioni e omicidi mirati, ai danni di imprenditori, magistrati, avvocati, giornalisti, e politici. L’obiettivo era quello di disarticolare e abbattere lo Stato imperialista delle Multinazionali (SIM), denunciare il fallimento politico dei partiti di sinistra (in particolare il Pci).
Tra le influenze esterne, la più importante, anzi decisiva, fu quella del consulente americano Stephen P. Pieczenik, psichiatra, inviato in Italia quale esperto in situazioni di crisi e in trattative in casi di sequestri di persona di matrice terroristica. Egli entrò a far parte del Comitato ristretto di esperti istituito presso il Ministero dell’Interno. Attivo nella fase finale della prigionia, Pieczenik ha rivelato, anni dopo, di avere condotto le trattative con l’unico scopo di… farle fallire, così da indurre le Brigate Rosse all’unica soluzione residua, quella dell’uccisione dell’ostaggio. La rivendicazione della necessità di tale soluzione fu da lui spiegata in una intervista resa al giornalista francese Emmanuel Amara, oggetto del libro Nous avons tué Aldo Moro, tradotto anche in lingua italiana. È assai probabile che, sia Giulio Andreotti, allora Presidente del Consiglio, sia Francesco Cossiga, Ministro dell’Interno, fossero al corrente della linea seguita e che ne abbiano accettato l’esito finale come inevitabile, al fine di salvare la stabilità politica dell’Italia.
Altri abbozzi di trattative furono condotti tra misteriosi intermediari di parte brigatista ed emissari del Vaticano, rimasti tutti senza esito, in quanto le BR rifiutarono corrispettivi in denaro (si parlò all’epoca di almeno 5 miliardi di lire), insistendo nella richiesta di liberazione di 13 detenuti BR in cambio di quella dell’ostaggio. Richiesta evidentemente inaccettabile da parte dello Stato, che avrebbe comportato il riconoscimento ufficiale delle BR come interlocutore.
È singolare rilevare che, solo dopo l’uccisione dell’ostaggio, iniziarono indagini più serrate che comportarono gli arresti di alcuni dei brigatisti, attività che erano rimaste stranamente sospese durante i giorni del sequestro.
Come già detto, con l’uccisione di Aldo Moro ebbe inizio il declino della Prima Repubblica, concluso ingloriosamente all’epoca di “Mani pulite”, la fine di ogni progetto di partecipazione politica del Pci, non solo al governo, ma anche alla maggioranza parlamentare di governo, l’inizio di un nuovo ciclo caratterizzato prima dal declino elettorale del Pci e, successivamente, dalla scomparsa della Dc e del Psi (Democrazia Cristiana e Partito Socialista Italiano) agli inizi degli anni Novanta, in coincidenza con la stagione di Mani Pulite, con l’avvio della Seconda Repubblica e la deriva populista del secondo millennio.
In fondo le BR avevano realizzato, attraverso l’omicidio di Aldo Moro, una sorta di colpo di stato, un rovesciamento della politica italiana destinato ad avere conseguenze durature nel tempo, tanto da essere ricordato, nel titolo di uno dei saggi di Sandro Flamigni, Il Golpe di via Fani; e mai definizione fu più chiara e illuminante circa ciò che avvenne in quella primavera del 1978.

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