Bruno Caccia: il sacrificio dimenticato. L’intervista

Bruno Caccia viene ucciso il 26 giugno 1983, a Torino, per mano della ’Ndrangheta. A Bruno Caccia è intitolato il Palazzo di Giustizia del capoluogo piemontese, eppure la sua memoria in Italia è labile, molto. Dieci anni prima delle stragi in Sicilia, sette anni prima dell’omicidio di Livatino, nel Nord dell’Italia cade sotto i colpi della mafia calabrese un magistrato, eppure dalle celebrazioni, dalla memoria collettiva, questa straordinaria figura di rigoroso magistrato scompare. Nelle ricorrenze dei caduti delle mafie, difficilmente si sente il nome di Caccia, forse perché ha dell’incredibile che a Torino si muoia per mano mafiosa, forse perché, Torino non è Palermo, forse perché Caccia aveva tanti nemici, dai terroristi ai mafiosi. Forse perché aveva scoperto verità inconfessabili, terribili, che altrove avrebbero fatto parlare di misteri; qui, invece, cala l’oblio. Ripercorriamo questa vicenda con la figlia di Bruno Caccia, Paola, che ci aiuta a comprenderne la statura, ma anche il tortuoso percorso verso la verità.   

La figura di Bruno Caccia, magistrato che contrastava sia il terrorismo sia la criminalità organizzata, sembra per certi versi essere dimenticata tra le vittime coraggiose in prima linea: è una falsa percezione? Come mai è accaduto questo?

A pochi giorni dall’omicidio di Bruno Caccia, dopo i primi titoloni che lo volevano ucciso dalle Brigate Rosse, come asserivano molte telefonate ricevute nell’immediatezza da diverse testate, l’argomento scomparve quasi del tutto dalle pagine dei giornali, occupate più che altro dagli esiti delle elezioni politiche (tenutesi proprio il 26 giugno). Fu così che in pochi si accorsero della smentita, arrivata pochi giorni dopo dai terroristi stessi che, dal carcere delle Vallette, negarono categoricamente di essere i responsabili dell’omicidio, sebbene ne avessero avuto tutti i motivi, confermando che le rivendicazioni erano false. Giornali e TV hanno riservato negli anni scarsissimo spazio alla vicenda, se si escludono – sulle pagine di cronaca cittadina de La Stampa – le commemorazioni e i ricordi, spesso molto belli, della figura e delle qualità del magistrato, scritte da colleghi. È stata la comparsa sulla scena dell’Associazione Libera, nel 1995, a ripescarne la memoria e a fare conoscere la vicenda di Bruno Caccia al resto d’Italia, congiuntamente ad una puntata di La Storia siamo noi, richiesta a Giovanni Minoli da nostra madre, andata in onda, però, diversi anni dopo (2009), quando lei non c’era più. Ora che è diventato un cold case, i media hanno ricominciato a parlarne. Come è stato possibile un disinteresse durato 30 anni? Non può essere solo perché mio padre “trattava male” i giornalisti, come pensavamo all’inizio. Dal libro di Paola Bellone, Tutti i nemici del Procuratore, pubblicato nel 2017, emerge una fitta trama di relazioni pericolose tra magistrati e criminalità organizzata: parlando di lui si rischia di portare alla luce qualcosa di indicibile? Purtroppo, ancora oggi, sulle cause dell’omicidio di mio padre grava una spessa coltre di silenzio: qualcuno è ancora a conoscenza di una rete di segreti e ricatti che non permettono di farvi breccia? Sono interrogativi inquietanti.

Bardonecchia, il primo Comune sciolto per mafia è in Piemonte; recenti inchieste hanno travolto la Regione Valle d’Aosta per infiltrazioni di ’Ndrangheta; suo padre, assassinato nel 1983, indicava da tempo la presenza mafiosa nel Nord Italia: perché lo si è negato per così tanto tempo?

Questa è la domanda che mi sono posta da parecchi anni, e in modo definitivo nel 2012, quando in TV ho assistito all’intervista a Rocco Varacalli, affiliato alla ‘ndrangheta e diventato collaboratore di giustizia dopo essere stato arrestato nell’ambito dell’Operazione Minotauro, che finalmente aveva scoperchiato la reale dimensione e lo sconvolgente grado di penetrazione della ‘ndrangheta nella politica e nell’amministrazione pubblica. Dice il collaboratore nel video: “Ho aperto gli occhi alla Giustizia di Torino”.  Mi sono chiesta, allora: come mai dopo che è morto mio padre la ’Ndrangheta ha potuto decollare a Torino e in Piemonte? Come è stato possibile che le diverse locali si siano spartite il territorio torinese, come era ben rappresentato da una mappa a diversi colori che compariva nel filmato, senza che la giustizia sia riuscita a individuarla e arginarla in tempo? Nel gennaio 2013 mi sono chiesta perché, all’inaugurazione dell’Anno Giudiziario, nel discorso che doveva fotografare la situazione della criminalità in Piemonte, il PG ha parlato solo per un minuto del “fenomeno mafioso”, sebbene nell’aula bunker delle Vallette si fosse in pieno dibattimento del processo Minotauro. E continuando a farmi domande ancora oggi, riesco solo a darmi una risposta parziale, e cioè che alla società civile dia fastidio riconoscere che il proprio ambiente sia contaminato dalla mafia (che intanto ne approfitta e va avanti nella sua opera). Più inquietante è cercare una risposta riguardo alla negazione del fenomeno da parte della Giustizia e delle Forze dell’Ordine, che ne sanno molto di più, perché di quello si occupano: rinuncia? paura? connivenza?”.

Le indagini sono sempre state complesse e articolate, pensa che sia stata fatta giustizia per davvero, oppure mancano ancora tanti pezzi per giungere alla completa verità? 

Le indagini, come si evince dagli atti del processo a Belfiore (iniziato nel 1989), hanno avuto uno “strano” andamento: dopo il primo, goffo depistaggio che orientava verso l’assassinio terroristico ad opera delle BR, fin dai mesi successivi all’omicidio, il PM milanese Francesco Di Maggio, titolare dell’indagine, aveva iniziato a cercare il movente nella direzione del riciclaggio di denaro mafioso al Casinò di Saint Vincent. Le circostanze che sostenevano questa pista erano molte: intanto, si trattava dell’ultima inchiesta aperta dal Procuratore, che la aveva affidata al sostituto, Marcello Maddalena, ordinando una perquisizione fatta a metà maggio, un mese prima dell’omicidio (i vertici del Casinò si erano mostrati molto allarmati). Poi, sei mesi prima, era stato compiuto un grave attentato dinamitardo ai danni del Pretore di Aosta, Giovanni Selis, anch’egli coinvolto in un’indagine sul Casinò. Infine, dalla cospicua raccolta informativa fatta personalmente dal PM Di Maggio, che comprende almeno una ventina di verbali di escussioni del personale del Casinò e di altri soggetti collegati ad esso, emergono indizi su soggetti diversi da quelli poi sottoposti a processo. Questa pista, della quale esistono documenti importanti inspiegabilmente non inseriti nel fascicolo Caccia, è stata abbandonata nell’autunno 1984, in concomitanza con la formalizzazione della collaborazione con la giustizia di un “pentito” attivato dal SISDE per raccogliere confidenze nel carcere di Torino. L’operazione permetterà di appurare la responsabilità di una sola persona, Domenico Belfiore, boss calabrese allora trentenne, ma farà calare il velo su ogni altro aspetto della vicenda. Sulla cronaca cittadina, i titoli sono passati da “Gli inquirenti brancolano nel buio”, a “Importante svolta nelle indagini”. Ecco, appunto, svolta. Perché non si è continuato ad indagare sul riciclaggio al Casinò? Perché questa pista è stata abbandonata senza motivazioni, tanto più che non configgeva con la tesi della responsabilità di Belfiore? A quest’ultimo fu dato l’ergastolo, confermato nei diversi gradi di giudizio e passato in giudicato nel 1992. Ci è sempre sembrato del tutto inverosimile che la responsabilità dell’omicidio del Procuratore di Torino, unico magistrato del Nord ucciso dalla mafia, potesse essere imputata ad una sola persona, per di più trentenne. Nel gennaio 2013 abbiamo manifestato, in una lettera aperta alle Istituzioni, l’esigenza di avere maggiore verità e, poco dopo, l’Avv. Fabio Repici ci ha messo al corrente di un nuovo importante indizio emerso in un altro processo, relativo alla pista del Casinò. Partendo da questo indizio, e dopo aver letto decine di migliaia di pagine di atti processuali, l’Avvocato ha redatto una corposa denuncia in cui richiedevamo un supplemento di indagini. Ma fu soltanto nel giugno di due anni dopo, al terzo tentativo, che riuscimmo a fare aprire alla Procura di Milano un procedimento contro Rosario Cattafi e Demetrio Latella, da noi indicati, rispettivamente, come mandante ed esecutore sulla base dei molti indizi portati. Negli stessi giorni, però, Domenico Belfiore venne fatto uscire dal carcere e mandato ai domiciliari per gravi motivi di salute, e cominciò una brillante operazione della Squadra Mobile di Torino in collaborazione con la Procura di Milano, che portò all’arresto di Rocco Schirripa, trafficante di droga, già sodale del gruppo Belfiore negli anni Ottanta. In questo modo il dibattimento, che si aprì nel luglio 2016, si occupò solo delle responsabilità di questo imputato, chiaramente di secondo piano, trascurando del tutto le ipotesi della nostra denuncia e la nostra richiesta di sentire testi importanti: fu impedito costantemente alla parte civile di parlarne in dibattimento in quanto non rientravano nel perimetro del processo. Ci è stato difficile accettare l’impostazione di questo secondo processo, durante il quale le due persone a cui era intestato il fascicolo erano presenti solo come fantasmi. Il processo di Appello si è svolto in tempi brevissimi (due giorni), e il “perimetro”, se possibile, si è ancora ristretto. Nel febbraio 2020 la Cassazione ha confermato l’ergastolo a Schirripa, ritenuto colpevole in quanto partecipante all’omicidio, ma senza che si fosse riusciti a definirne il ruolo. Ci è impossibile ritenere che ciò che è stato sancito dalle due sentenze definitive, del 1992 del 2020, sia tutta la verità. Ora le indagini non sono del tutto finite: la Procura Generale di Milano ha avocato il filone di inchiesta che vede indagato Francesco D’Onofrio, capo di una locale del torinese, con trascorsi nella formazione terroristica COLP vicina a Prima Linea. E’ stato chiamato in causa nell’ottobre 2016 da un giovane pentito di ’ndrangheta, come uno dei killer del Procuratore: in questo stralcio di indagine riponiamo le nostre ultime speranze. Un segnale positivo è stata la recente convocazione mia e dei miei fratelli da parte del sostituto PG dott. Galileo Proietto, titolare del fascicolo: è la prima volta, dopo 38 anni, che un magistrato inquirente ci ha ascoltato!”.

 

Uno dei particolari che più colpisce di questa vicenda è che Caccia con le indagini patrimoniali, con l’inchiesta sul riciclaggio nei casinò aveva intravisto il futuro delle mafie nell’economia.

“Sì, già nei primi anni ’80 aveva iniziato a fare indagini patrimoniali, seguendo i movimenti di denaro. A quell’epoca uno dei proventi mafiosi più cospicui era generato dai riscatti ottenuti con i sequestri di persona. L’indagine iniziata da Bruno Caccia sul Casinò di Saint Vincent con la perquisizione della casa da gioco un mese prima della sua morte, cercava appunto di portare alla luce il riciclaggio di questo denaro sporco presso il Casinò: erano infatti stati trovati a casa di un collaboratore in Calabria degli assegni emessi dal Casinò di Saint Vincent. Ebbene, appare incredibile ma di questa indagine (che andò avanti negli anni ma su altre ipotesi di reato, escludendo il riciclaggio) né lo stesso Marcello Maddalena che ne era titolare, né alcun altro suo collega è stato chiamato ufficialmente a testimoniare o lo ha fatto spontaneamente; né se ne è parlato in dibattimento.

Eppure il dott. Francesco Di Maggio, il pm milanese a cui era stato affidato il fascicolo, aveva iniziato a cercare proprio in quell’ambiente; e sui giornali usciti nei primi giorni si ipotizzava quella pista, avvalorata anche dalle dichiarazioni del dott. Selis che in un’intervista sosteneva che era quella la direzione che avrebbe dato frutti”.

 

Qual è l’esempio più importante che le ha lasciato suo padre, e come possiamo noi esercitare una memoria fattiva di questo esempio?

“In famiglia nostro padre non era solito fare prediche, imporre divieti e castighi: pensava che la cosa più importante fosse fornirci un buon esempio quotidianamente, e nelle più disparate situazioni; e questo è quello che ha sempre fatto. Nel suo modo di considerare le situazioni e di agire non c’erano tentennamenti: aveva sempre chiaro che cos’era giusto e cosa non lo era; qual era la strada da seguire, che non sempre era la più facile ma semplicemente era la strada giusta. Compromessi, aggiustamenti, scappatoie non appartenevano al suo modo di essere. Un altro esempio dato da mio padre, specie ai giovani nei quali riponeva una grande fiducia, era il dare importanza allo studio, serio e approfondito – come lo aveva affrontato lui, che a 22 anni aveva già due lauree conseguite con il massimo dei voti – per prepararsi come diceva sempre, in ogni campo, in ogni professione e in ogni mestiere proprio perché dipende da ognuno di noi se le cose vanno bene o no. Ciò che mio padre faceva con naturalezza, a cui abbiamo attinto in famiglia fino a che lui c’è stato, e a cui abbiamo in seguito ripensato tante volte per trarne i più disparati consigli, non è sempre facile da realizzare, ma è uno sforzo che tutti dovrebbero fare non solo perché fa star meglio con la propria coscienza e fortifica a livello individuale, ma perché, se diffuso, fa la differenza nel vivere civile.

Essere preparati alla propria funzione sociale, sentire la responsabilità delle proprie azioni, non essere pavidi, farsi guidare da solidi principi etici: credo che i valori che mio padre ha incarnato con serenità e naturalezza nella sua vita siano ancora la migliore difesa contro la deriva di illegalità, corruzione, svilimento morale della società”.

 

 

 

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