Intervista

Bruno Manfellotto spiega l’harakiri dei giornali

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“I giornali italiani? Sono complicati e confusi”. Parola di Bruno Manfellotto, che di carta stampata se ne intende. Ha diretto per quattro anni ‘L’Espresso’, settimanale di cui oggi è editorialista, e quotidiani come “La Gazzetta di Mantova” e “Il Tirreno”, si è fatto le ossa a Paese Sera, ha guidato la redazione centrale di “Panorama” quando era direttore il mitico Claudio Rinaldi. Con Manfellotto proseguiamo gli incontri sullo stato dell’informazione in Italia, avviati con l’intervista a Milena Gabanelli.

Cosa c’è di confuso?
“Per trovare una notizia devi faticare, e quando la raggiungi non riesci ad arrivarne al cuore. Fanno il dibattito sul fatto, ma non ti raccontano il fatto.
Questa deformazione è figlia della sudditanza verso una cattiva abitudine televisiva, quella di mettere il microfono sotto il naso del politico. Anche i giornali, oggi, reggono il microfono ai politici. E sempre più spesso subiscono i social. Quando vedo pubblicati i “tweet” dei politici, dico a me stesso: questo è un suicidio”.

Troppe interviste, troppe dichiarazioni?
“Decisamente sì. L’intervista è la scorciatoia facile, in poco tempo ci costruisci sopra una pagina. La notizia costa molta più fatica, l’inchiesta, poi, ancora di più. Bisogna tenere conto, però, di un dato obiettivo: i giornali hanno oggi molto meno personale, gli anziani se ne sono andati, prepensionati in moltissimi casi. Erano persone di esperienza, che operavano in posizione di scrittura, di gestione, di controllo, e garantivano la qualità. Ma quelle redazioni non sono più sostenibili”.

E’ la crisi economica, che sta dando il colpo di grazia?
“I nostri quotidiani hanno avuto un periodo d’oro, il decennio ’80-’90. Arrivava allora un mare di pubblicità, si distribuivano ai lettori giornali pieni di colore e ricchi di 80, persino 90 pagine. Nel 1990 si giunsero a vendere 6,8 milioni di copie al giorno. Oggi la pubblicità stenta ad arrivare. I grandi marchi inseguono la tv e scoprono quanto siano efficaci, e meno costosi, i siti”.

…E la diffusione dei quotidiani è crollata a 2,5 milioni di copie al giorno
“Il guaio è che nemmeno il quotidiano su tablet sembra rappresentare un’alternativa valida. Colpa anche della scandalosa arretratezza dei punti Wi-Fi nel nostro paese. Sono reduce da un viaggio in Marocco, e ho trovato il segnale persino in una bettola del monte Atlante, a 4 mila metri d’altezza…Ma anche a livello internazionale c’è grande incertezza sul futuro. Il New York Times sta valutando di trasferirsi totalmente sul tablet per cinque giorni alla settimana e uscire su carta solo il sabato e la domenica”.

Andiamo un po’ più a fondo: cosa intacca la credibilità dei nostri giornali?
“Hanno perso il contatto con i cittadini, le loro vite, i loro problemi di ogni giorno, i servizi pubblici che vengono loro negati. Sono pieni soltanto di commenti politici. E’ assurdo, per fare un esempio, scoprire all’improvviso che i 250 mila abitanti di Ostia prediligono i grillini e Forza Nuova. Chi l’ha mai raccontata, Ostia? Cos’è, poi, questa piattaforma Rousseau dei 5Stelle: me ne svelate i segreti, per favore? Che azienda è, chi ci lavora? Ogni parlamentare grillino paga 300 euro al mese per farla funzionare. E la Raggi, è l’unica colpevole del disastro della capitale? Chi mi racconta le lacune di ogni giorno dell’Ama, dell’Atac, dell’Acea, in questa e in quest’altra parte della città? E le responsabilità dei dirigenti? Il cittadino non ha più un amico di cui fidarsi”

Quando entrai al Messaggero c’era un collega della cronaca, Mario Pandolfo, che la notte seguiva i camion della nettezza urbana, per scovare lacune nella raccolta.
“E io, a Paese Sera, ricevetti un giorno la telefonata di un lettore che si sentiva male e chiedeva che il suo giornale lo consigliasse sul da farsi e dove andare. Quando diressi la “Gazzetta di Mantova” mi ricordo che nell’androne c’era una grande cesta, dove i lettori depositavano gli oggetti smarriti. I giornali, poi, ignorano il volontariato: un mondo di centinaia di migliaia di persone che risolvono i problemi di milioni di persone: non se ne parla proprio”.

Nell’ultima campagna elettorale la tv pubblica e Mediaset hanno avuto un atteggiamento certo non benevolo verso i 5Stelle, che poi però hanno vinto le elezioni. Anche la tv ha perso la sua influenza?
“Non penso, è provato che il 60 per cento degli italiani vi fa affidamento. E comunque occorre citare anche La7, che dà molto spazio ai grillini. Il fatto è che la gente non ne può più dei politici che hanno governato negli ultimi dieci anni. E non fanno bene alla causa quei “talk-show” in cui il solito giro di giornalisti dialoga o litiga con i politici: vengono percepiti tutti come un’unica parrocchia, lontani dai cittadini”.

Quale può essere la strategia per la sopravvivenza?
“Intanto, realizzare giornali più snelli, meno corposi, con articoli più brevi. E’ assurdo proporre le 80 pagine, oggi. Nemmeno noi che siamo addetti ai lavori riusciamo a leggerle. Un giornale più sottile può essere un impulso perché i giornalisti lo facciano meglio: sei costretto a scegliere, a dare servizi più robusti e di valore aggiunto, a pubblicare meno interviste e dichiarazioni che allagano già le tv, cercando di fornire servizi utili al cittadino. Certo, sarà dura. Anche perché il nostro non è un popolo di accaniti lettori.”

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