Caporalato, lo sciopero degli indiani “trattati come bestie”

«Siamo stanchi di essere sfruttati e maltrattati. Ci trattano come bestie. Lavoriamo per sopravvivere e far diventare ricchi padroni e mafiosi. Ora è il tempo di dire basta, noi indiani siamo venuti in Italia per lavorare, ma non siamo disposti a essere considerati schiavi».
Sono queste le parole di Gurmukh Singh, presidente della Comunità indiana del Lazio, scandite nel pomeriggio di lunedì 21 ottobre a Latina, in una piazza gremita di braccianti indiani accorsi per protestare contro caporalato, agromafie e sfruttamento. Sono circa tremila e chiedono alle istituzioni, in particolare ai neo ministri dell’Interno Lamorgese e dell’Agricoltura Bellanova, impegni concreti e nel più breve tempo possibile: applicazione integrale della legge 199/16 contro il caporalato, migliori controlli nelle aziende per sconfiggere lo sfruttamento, maggiore sicurezza sul posto di lavoro, procedure più celeri per rinnovare il permesso di soggiorno, una sanatoria che consenta di superare sacche di povertà che diventano bacino di reclutamento di manodopera straniera a basso costo di caporali e padroni italiani e programmi avanzati di sostegno sociale e formativo per coloro che hanno la forza di denunciare.
Anche Amnesty International Italia, che già nell’estate del 2019 ha organizzato nel Pontino una Summer Lab sulle agromafie e il caporalato, è scesa in campo con il suo portavoce Riccardo Noury, che afferma: «Qualcosa è cambiato, nella consapevolezza dei lavoratori e delle lavoratrici, nella forza delle loro lotte. Ma le istituzioni italiane devono dare risposte all’altezza: controllare diffusamente i casi di sfruttamento, compresi quelli estremi di riduzione in schiavitù, e garantire il diritto a condizioni di lavoro giuste e favorevoli e all’accesso alla giustizia». In effetti, i braccianti indiani pontini sono ormai avanguardia nella difesa dei diritti e contro ogni forma di sfruttamento.
A dare loro sostegno, per la prima volta insieme, i tre sindacati confederali di categoria, ossia la Flai Cgil, Fai Cisl e Uila Uil. Una presenza importante, che vede un’unità sindacale faticosamente conquistata e che ora non deve perdersi, ma continuare a lottare concretamente contro padroni e padrini. Un’unità che deve portare entro breve a impegni concreti, concordati, coordinati, avanzati e adeguatamente sostenuti allo scopo di passare dalle parole, dagli slogan e dalle bandiere sventolate, ai fatti concreti. L’appuntamento per tutti i lavoratori era a piazza della Libertà, proprio sotto la Prefettura di Latina. Stesso luogo di circa tre anni fa, quando ancora la Comunità indiana del Lazio insieme alla Flai Cgil, Cgil e cooperativa In Migrazione organizzarono, il 18 aprile del 2016, il primo e più grande sciopero di braccianti indiani, con oltre 4mila persone che incrociarono le braccia contro padroni italiani, sfruttatori e caporali indiani.
Hardeep Singh è uno dei molti lavoratori che chiede impegni concreti. Lavora da oltre vent’anni in Italia e non ha mai visto un contratto di lavoro. Malhi Singh invece alza la bandiera rossa della Flai Cgil e porta sul corpo i segni di un lavoro usurante. Malhi lavora quattordici ore al giorno per un’importante azienda pontina che esporta ortaggi in tutta Europa: «Mi trattano come un animale. Mi pagano 350 euro al mese e mi segnano solo quattro giornate in busta paga. Ne lavoro però anche 28, con pause a volte di venti minuti al giorno. Sono venuto dall’India solo per lavorare e aiutare la mia famiglia, ma ho trovato un paese che legittima lo sfruttamento e mi riduce come uno schiavo». Un business che, secondo l’istituto Eurispes, arriva a contare circa 25 miliardi di euro l’anno. Soldi che spetterebbero ai lavoratori e allo Stato, ma che restano nella disponibilità esclusiva di padroni, padrini, trafficanti e caporali.
Appena l’11 ottobre scorso, accade un episodio inquietante ed emblematico. Un imprenditore agricolo, Alessandro Gargiulo, di 35 anni, nei pressi di Terracina, è stato arrestato a seguito di denuncia da parte di uno dei suoi cinque lavoratori indiani che per mesi ha sfruttato facendoli lavorare con ritmi intensivi, a volte anche di notte, minacciandoli con l’uso di un fucile. Se qualcuno di loro si permetteva di non lavorare o di cambiare azienda, stando alle indagini delle forze dell’ordine, il padrone italiano organizzava spedizioni intimidatorie recandosi dinnanzi alle loro abitazioni e sparando ad altezza uomo con fucili a pompa, allo scopo di indurre i lavoratori a sottostare alle sue condizioni e ai suoi interessi. Un bracciante indiano ha avuto però il coraggio di denunciare tutto al commissariato di Polizia di Terracina, che è intervenuto arrestando il padrone italiano e sequestrando fucili e munizioni. Appena una settimana prima un lavoratore indiano, dopo aver lavorato per circa tre mesi in una stalla e senza essere mai stato retribuito, è stato accompagnato dal padrone italiano presso la stazione ferroviaria di Priverno-Fossanova e abbandonato. L’uomo, in preda alla disperazione, si è sdraiato sui binari, richiamando l’attenzione di alcuni passanti.
Decine sono, inoltre, i braccianti indiani che iniziano a manifestare problemi gravi di salute per via dell’esposizione a sostanze tossiche e cancerogene, come fitofarmaci adulterati, vietati in Italia per legge eppure ancora diffusi in alcune aziende pontine allo scopo di aumentare la produzione ortofrutticola. La Comunità indiana pontina ha voluto ribadire, con lo sciopero del 21 ottobre, un impegno che prosegue da almeno tre anni e che costituisce una battaglia di libertà e democrazia non solo contro mafiosi e trafficanti, ma anche contro un sistema agricolo che cancella diritti, viola libertà fondamentali e strozza, ad esempio mediante la grande distribuzione, imprenditori onesti. Se i sindacati sapranno essere coerenti con quanto pubblicamente dichiarato, lo si capirà solo tra poche settimane.
Intanto, nelle aule di giustizia, nei processi aperti presso il Tribunale di Latina contro caporali e sfruttatori, si trovano solo i lavoratori indiani che hanno avuto il coraggio di costituirsi parte civile. Sotto questo aspetto, sono colpevolmente latitanti sia i sindacati, sia le istituzioni, sia le categorie datoriali.

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