Informazione

Freccero: “Media oscurati da Internet, YouTube è controinformazione”

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«Oggi gli italiani credono ad Internet più che alla stampa. Viviamo in un’epoca del pensiero unico della globalizzazione che le élites cercano di imporre». Le fake news? «Una loro censura preventiva trasformerebbe il web nella Radio Maria del pensiero unico». YouTube? «Un grande repertorio di controinformazione». Questi, alcuni passaggi di una lunga conversazione con Carlo Freccero, di cui oggi pubblichiamo la prima parte.

Consigliere di amministrazione della Rai, professore universitario a Roma Tre e nella sua Savona, tra i massimi esperti di comunicazione, studioso della televisione fra i più illuminati e irriverenti, Carlo Freccero rivoluzionò la Tv quando, nel 1996, divenne direttore di Rai 2: furono gli anni di Santoro e della Dandini, di Chiambretti e dei fratelli Guzzanti. Nel 2007 divenne presidente di Rai Sat, poi direttore di Rai 4, incarico lasciato nel 2013.  La conversazione è stata avviata cercando di contenere il flusso delle sue argomentazioni, lucide, premonitrici, con i suoi richiami continui all’attualità e ai massimi teorici della comunicazione e della sociologia. Ogni sua risposta ci brucia le domande successive, come già previsto…
Qual è oggi il reale potere dell’informazione? Che cosa decide? È mai stata in Italia un quarto potere?
Quarto Potere è un film di Orson Welles del 1941, ispirato alla vita reale di Charles Foster Kane, il quale usa la stampa per il proprio potere in quanto esponente di una forma di capitalismo ancora immerso nel sistema della concorrenza, prima dell’avvento della globalizzazione. È un uomo vittima delle sue passioni e delle sue frustrazioni e agisce ispirato da esse più che dal freddo calcolo del profitto. Non ha niente a che fare con il capitalismo della globalizzazione che è fatto di banche, di multinazionali impersonali, in cui le decisioni sono ripartite tra una molteplicità di manager, quando non affidate ad algoritmi. Il potere di influenzare l’informazione è oggi in mano a lobbies transnazionali che diffondono quello che Ramonet ha definito “il pensiero unico”, il verbo della globalizzazione. Tutte le tesi sul liberismo come libero confronto sul mercato o espressione di punti di vista naturalmente diversi, sostenuti da singoli imprenditori, crollano in un sistema come il nostro, in cui le regole sono stabilite a priori con trattati economici internazionali ed in cui un paese come l’Italia ha scarsa voce in capitolo.

E nulla cambia?
Beh, negli ultimi anni poi, grazie anche a Matteo Renzi, si è diffusa una ideologia per cui in democrazia l’opposizione si afferma con l’alternanza, ed il governo, almeno per tutta la sua durata, va lasciato lavorare senza critiche. L’opposizione – diventata a sua volta governo – potrà esprimere allora la sua visione del mondo ed il suo piano di lavoro. In nome della morte delle ideologie la prassi di governo viene privilegiata al di là delle scelte politiche. In Italia giornali e servizio pubblico televisivo accedono ai finanziamenti statali: in teoria il principio è buono perché dovrebbe permettere a tutti di esprimere le proprie opinioni, ma l’interpretazione corrente dell’informazione ne ha fatto una specie di organo propagandistico del pensiero unico.

Opinione pubblica: tra Tv, giornali e social media, chi decide oggi l’agenda setting? È lecito oggi dire che la rilevanza di un argomento dipende dalla sua inclusione tra quelli stabiliti dai mezzi di informazione?
Potere è imporre l’agenda. Oggi l’informazione, più che dettare l’agenda, ha la funzione di ripetere ossessivamente alcuni concetti in modo che si affermino progressivamente negli spazi aperti della “finestra di Overton” (come espresso dal sociologo Joseph Overton: un modello di rappresentazione delle possibilità di cambiamenti nell’opinione pubblica che può portare alla accettazione di una idea inizialmente ritenuta inammissibile. N.d.r) secondo un meccanismo di condizionamento che l’informazione non gestisce ma da cui è, piuttosto, gestita. Un discorso a parte merita Internet: non a caso in questi giorni sono stati diffusi sondaggi in cui gli italiani proclamano la loro fiducia nei confronti del web e non verso i media tradizionali come fonte primaria di informazione.

«Stranamente, non abbiamo mai avuto più informazioni di adesso, ma continuiamo a non sapere che cosa succede». Condivide questa affermazione di Papa Francesco?
Il Papa si riferisce al fatto che la rivoluzione digitale, facendoci uscire dalla scarsità di notizie propria del periodo della informazione analogica, ci ha sommerso contemporaneamente di un immenso quantitativo di notizie, la cui gestione implicherebbe un grande dispendio di tempo e di energie. Però posso dire una cosa: nei dibattiti a cui a volte partecipo, mi capita di cogliere un cambiamento di atteggiamento da parte del pubblico dell’informazione e che non è più passivo ma attivo: sono io che cerco la notizia, non la notizia che mi viene imposta. E si sta verificando un fenomeno nuovo. In alternativa al mainstream si stanno formando non solo blog, espressione delle convinzioni dei blogger, ma vengono veicolate notizie che attraverso i giornali non arriverebbero mai al grande pubblico. Il problema è che oggi l’informazione presuppone un pubblico attivo, altrimenti, anche se corretta, diventa propaganda.

Come districarsi nella giungla delle informazioni?
Questo compito era una volta di competenza delle agenzie di stampa e dei giornali. Si pubblicava la notizia verificata. Internet oggi pubblica di tutto e spetta agli utenti discernere il vero dal falso. Però occorre ammettere che il web ci fornisce una opportunità prima inesistente: il lettore non accede più alla notizia normalizzata o omogeneizzata, ma ha libero accesso anche a materiali dal cui confronto può crearsi una opinione oggettiva. Io sostengo che, come grande repertorio di documenti, Internet ci permette finalmente di avvicinarci alla realtà. Il caso tipico si ha quando un politico afferma ufficialmente una verità e poi accade che intercettazioni, mail, filmati, ci svelano il contrario. Oggi posso smentirlo e, se mi si chiede la fonte della notizia, posso dire “lui stesso”. Il grosso di questo lavoro lo fanno i blog e i debunker che spesso postano video che confrontano materiali o foto sospette. A questo riguardo ritengo che YouTube rappresenti un grande repertorio di controinformazione.
1.Continua

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