C’è un’immagine che il professor Kabil Khan** ha lasciato impressa nell’aula dell’Università degli Studi Internazionali di Roma (UNINT) durante il suo seminario interdisciplinare, svolto il 4 maggio 2026 e introdotto dalla Rettrice prof.ssa Maria Grazia Russo: quella di un cittadino qualunque che, nel bel mezzo del caos di un attentato o di un naufragio, alza il telefono e inizia a registrare. In quel preciso istante, la gerarchia del giornalismo del Novecento crolla. Non è stata solo una lezione accademica, quella di Kabil Khan. È stato un viaggio crudo e appassionato nel “nuovo mondo” dell’informazione, partendo dal suo Bangladesh, una terra dove il 40% della popolazione (pari a 175 milioni di abitanti) ha meno di trent’anni e dove la verità, spesso, viaggia sui binari precari dei Social media. Giunto in Italia per una serie di incontri e conferenze promosse in base all’accordo di collaborazione in atto tra la Fondazione Eurispes e l’Università Internazionale Daffodil di Dacca, in Bangladesh, il prof. Kabil Khan ha illustrato ai giovani italiani e agli esperti di settore – come il presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, Carlo Bartoli – i più importanti processi di cambiamento che sono attualmente in atto nella comunicazione tradizionale e in particolare nel mondo del giornalismo.
Il tramonto del giornale tradizionale e l’ascesa dello “UGC”
Il primo grande mutamento del giornalismo riguarda la velocità della notizia. Oggi, un giornalista professionista non può più avere la certezza di essere il primo ad arrivare sul posto. Con la diffusione capillare degli smartphone, ogni cittadino è un potenziale “sensore” sul campo. Il professor Khan ha citato esempi storici e recenti: dagli attentati alla metropolitana di Londra del 2005 all’ammaraggio di un aereo di linea sul fiume Hudson, fino al tragico naufragio del traghetto Peanut II in Bangladesh nel 2014. In tutti questi casi, le prime immagini sono arrivate da persone presenti sul posto e diffuse sui Social media, costringendo i canali media come la BBC ad attingere a quello che oggi definiamo User-Generated Content (UGC). Si tratta di un giornalismo partecipativo che sta trasformando l’audience da “passiva” ad “attiva”: il lettore non si limita a consumare il contenuto, ma desidera far parte del processo produttivo, segnalando news e inviando materiali multimediali.
La Media Information Literacy (MIL) come scudo contro la disinformazione
Se da un lato la democratizzazione dell’informazione è un valore, dall’altro apre le porte a rischi enormi. Khan ha sottolineato come i social media siano piattaforme aperte dove chiunque può diffondere misinformazione e disinformazione. Il concetto chiave emerso è quello della Media Information Literacy (MIL). In contesti come il Bangladesh, le fasce di popolazione con più basso livello di alfabetizzazione mediatica, tendono a credere a tutto ciò che appare su YouTube o Facebook. La MIL è dunque, attualmente, una necessità sociale che dovrebbe essere insegnata fin dalle scuole primarie per formare cittadini capaci di verificare le fonti prima di condividere contenuti potenzialmente tossici o manipolati da teorie del complotto.
“Mojo 2.0”: il giornalismo mobile e le “redazioni virtuali”
L’impatto della tecnologia ha ridefinito anche i perimetri fisici del lavoro giornalistico. Khan ha introdotto il concetto di Mojo (Mobile Journalism), esploso durante la pandemia di Covid-19. Se però nel 2020 il giornalismo mobile era una conseguenza di una situazione di emergenza, oggi si afferma come un vero e proprio modello di business sostenibile. Attraverso il Mojo 2.0, piccole organizzazioni giornalistiche indipendenti possono operare senza una sede fisica costosa, permettendo ai reporter di lavorare da casa o direttamente sul campo con il solo ausilio di uno smartphone. Questo approccio “virtuale” è particolarmente vitale in aree con budget limitati, dall’Asia all’America Latina, fino alle zone periferiche dell’Europa.
Il patto tra informazione e intrattenimento
In questo giornalismo più fluido, un ruolo centrale è ricoperto dai giovani, i quali, secondo le indagini condotte da Oxford (GB), dichiarano di evitare le notizie in quanto le considerano troppo distorte, eccessivamente influenzate dai poteri politici e istituzionali e quindi fonte di ansia. C’è però una soluzione a questa situazione: ovvero creare un’ibridazione tra informazione e intrattenimento. Le redazioni globali stanno adottando un nuovo linguaggio giornalistico basato sull’utilizzo di video, reels di Instagram e montaggi rapidi per catturare una generazione che sfortunatamente non legge più le notizie dal cartaceo, né si cura dei telegiornali tradizionali.
La verità del popolo contro il potere
Un momento toccante del seminario ha riguardato il ruolo del giornalismo nelle crisi politiche. il prof. Kabil Khan ha analizzato la Rivolta di Luglio del 2024 in Bangladesh, una rivoluzione guidata dagli studenti contro il regime di Sheikh Hasina. In un contesto in cui il governo controllava i media mainstream e oscurava internet, gli studenti hanno rischiato la vita per filmare le violenze della polizia e le uccisioni extragiudiziali. «I giovani sono scesi in strada con i loro smartphone perché non credevano più ai media ufficiali, troppo vicini al potere. Hanno cercato la verità laddove il giornalismo tradizionale aveva fallito», ha affermano Kabil Khan. Questa ricerca della verità deve però scontrarsi con leggi restrittive, come il Cyber Security Act, definito da Khan come una “legge draconiana” che nel suo paese consente arresti senza mandato e ostacola il giornalismo investigativo, impedendo la critica alle istituzioni e la denuncia della corruzione.
Il giornalismo non sta morendo ma si sta trasformando, e la tecnologia è lo strumento del cambiamento
In conclusione, il seminario alla UNINT ha toccato il tema della sopravvivenza economica. Il giornalismo non è un’attività caritatevole: per essere libero, deve essere finanziariamente indipendente. Poiché i giornali cartacei non vendono più come un tempo, la sfida è convincere l’audience a pagare una certa somma per l’informazione digitale. Modelli di paywall e abbonamenti, simili a quelli del New York Times, iniziano a farsi strada anche in Bangladesh (come nel caso del quotidiano Prothom Alo), segnando il passaggio definitivo verso un’economia della notizia basata sulla qualità e sulla fiducia del lettore.In conclusione, il messaggio del professor Kabir Khan alla comunità UNINT è chiaro: il giornalismo non sta morendo ma si sta trasformando. In questo nuovo scenario, la tecnologia è lo strumento del cambiamento, ma l’etica e la capacità critica rimangono le uniche bussole per navigare nel mare magnum della nuova informazione digitale.
*Giovanna Imbesi, ricercatrice, Economia Internazionale. Eurispes, Laboratorio sui BRICS.
** Prof. Md. Abdul Kabil Khan, PhD, Dipartimento di giornalismo, media e comunicazione, Daffodil International University, Dacca – Bangladesh.

