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L’era delle piattaforme digitali: informazione in bilico?

di
redazione

Le piattaforme hanno trasformato radicalmente il panorama informativo degli ultimi decenni, spostando il potere di distribuzione delle notizie dagli editori tradizionali alle grandi multinazionali tecnologiche, ridefinendo così le dinamiche di accesso e consumo dell’informazione, ma anche le pratiche giornalistiche.

Che cos’è informazione nell’ecosistema digitale?

Che cos’è l’informazione oggi? Come evidenzia il Reuters Institute dell’Università di Oxford, il ruolo dei media tradizionali nei nuovi ecosistemi digitali è sempre più sfidato da una pluralità di attori emergenti: «Su reti più recenti come TikTok e Instagram, così come su piattaforme video consolidate come YouTube, i media mainstream si trovano a competere con un ampio spettro di influencer, content creator, personalità indipendenti e testate alternative. Questa dinamica contrasta con quella di piattaforme più mature come Facebook e X, dove, sebbene i media tradizionali e i giornalisti continuino a guidare il dibattito sulle notizie, devono confrontarsi con una forte concorrenza da parte di altre fonti».

Le discussioni su X non sono modellate da testate giornalistiche o attivisti, ma da un allineamento ideologico condiviso

Uno recente studio dal titolo Who Sets the Agenda on Social Media? Ideology and Polarization in Online Debates ha analizzato un grande dataset di Twitter (ora X) relativo a tre dibattiti globali ‒ il cambiamento climatico, il Covid-19 e la guerra russo-ucraina ‒ mostrando come le discussioni non siano modellate principalmente da specifiche categorie di attori, come le testate giornalistiche o gli attivisti, ma da un allineamento ideologico condiviso.

L’Agenda Setting non funziona più (almeno sulle piattaforme digitali)

La teoria classica dell’Agenda Setting sottolinea il ruolo gerarchico degli attori istituzionali nel definire le priorità del dibattito pubblico; tuttavia, i risultati dello studio suggeriscono che queste dinamiche cambiano profondamente sui social media. Sebbene alcuni utenti emergano come figure di rilievo all’interno di specifici temi, la loro influenza non sembra dipendere dal loro status sociale o professionale, confermando la difficoltà per gli attori tradizionali dell’informazione nella competizione online.

L’informazione oggi: i quattro profili del consumatore

Il vuoto creatosi dal calo di lettori degli intermediari dell’informazione tradizionale non viene colmato affatto. Il modo in cui le persone si informano, infatti, varia notevolmente e può essere ricondotto a quattro profili ideali di consumatori di news politiche. Ci sono i tradizionalisti, che si affidano prevalentemente ai mezzi di informazione classici, come la televisione. I social, che reperiscono le notizie principalmente attraverso i Social network. Gli eclettici, che non seguono un’unica fonte ma accedono alle informazioni in modo occasionale e frammentario, a seconda delle circostanze. Gli avoiders, coloro che scelgono di non informarsi affatto e che evitano intenzionalmente qualsiasi esposizione a notizie di carattere politico. La distribuzione delle notizie, un tempo prerogativa di testate giornalistiche e grandi editori, è ora dominata dalle piattaforme digitali, il cui modello di business tende a massimizzare il tempo trascorso online dagli utenti.

Dalla network society all’egemonia del like

Queste dinamiche riflettono un passaggio da un modello orizzontale di partecipazione (network society) a un modello verticale e centralizzato, in cui l’inseguimento del like riduce l’autonomia decisionale di giornalisti ed editori. Le piattaforme di social networking non seguono la logica della qualità dell’informazione, bensì dell’engagement, promuovendo contenuti fortemente emozionali, anche in senso negativo, come rilevato da uno studio recente del Centro di Data Science and Complexity for Society della Sapienza. Sui Social network i contenuti virali tendono ad essere associati a reazioni emotive negative, come indignazione e rabbia. Questo fatto trova conferma nei dati dell’ultimo Report di We Are Social 2025, che osserva una crescente popolarità di account incentrati su contenuti leggeri, di intrattenimento, come meme e parodie, segnalando una tendenza in cui l’umorismo diventa un elemento chiave per la partecipazione e l’interazione online.

Le piattaforme social non seguono la logica della qualità dell’informazione, bensì dell’engagement

Inoltre, uno studio dello stesso gruppo di ricerca, evidenzia come la viralità delle notizie sia indipendente dalle dimensioni del news outlet che le condivide. Utilizzando un dataset di oltre mille testate giornalistiche su Facebook, per un totale di circa 57 milioni di post in quattro lingue europee dal 2008 alla fine del 2022, emerge come, nella ricerca di attenzione da parte del pubblico, non basti avere numerosi followers per diventare virali. Ogni contenuto condiviso deve competere in un orizzonte informativo sempre più variegato in cui è difficile emergere e farsi ascoltare.

Giornalismo sotto pressione: adattarsi o scomparire

Il processo attraverso il quale il giornalismo si adatta sempre più alla logica dei media può essere riassunto da quattro tendenze: l’uso delle possibilità offerte dai siti web di notizie; la commercializzazione radicale; la maggiore partecipazione del pubblico alla produzione di notizie; l’aumento della “multi qualificazione” e della contemporanea dequalificazione dei giornalisti. Il giornalismo nello sforzo di adattamento al digitale, ha subìto una trasformazione, talvolta a scapito delle hard news e degli approfondimenti. Inoltre, con la proliferazione sui social network di intermediari dell’informazione percepiti dal pubblico come fonti sempre più credibili e influenti, la “piattaformizzazione” dell’informazione solleva interrogativi cruciali sul futuro del giornalismo.

Piattaforme come spettacolarizzazione dell’informazione: l’avvento dell’infotainment

In particolare, la diffusione di forme di infotainment, un processo in realtà già in atto dagli anni Ottanta, trova un compimento perfetto nelle piattaforme centralizzate dei social media, costringendo a ripensare la quantità e la qualità delle informazioni.  Il termine infotainment nasce dalla fusione tra information ed entertainment e ha iniziato a diffondersi negli Stati Uniti alla fine degli anni Ottanta. Ma cosa significa esattamente? Questo fenomeno si manifesta in due sviluppi paralleli: da un lato, l’informazione assume caratteristiche più spettacolari e coinvolgenti; dall’altro, l’intrattenimento incorpora sempre più spesso temi politici e di attualità. Con l’evolversi del panorama mediatico e la crescente convergenza tra televisione e informazione online, l’infotainment ha raggiunto anche lo spazio digitale, incontrando la domanda di contenuti non solamente informativi. Secondo Daya Kishan Thussu piattaforme come Twitter, Facebook e YouTube hanno reso ancora più pressante la necessità di semplificare e spettacolarizzare le notizie, premiando contenuti capaci di generare reazioni immediate e coinvolgimento emotivo.

Il giornalismo al bivio della modernità: è possibile raccontare temi complessi in modo accessibile senza cedere alla spettacolarizzazione?

E proprio su questi meccanismi si gioca una sfida cruciale che il giornalismo sta affrontando, ormai, da tempo: è possibile raccontare temi complessi in modo accessibile senza cedere alla semplificazione o alla spettacolarizzazione? Non si tratta solo di raccontare un fenomeno, ma di decidere quali aspetti evidenziare, quali voci includere, quale cornice di senso adottare. Come suggerisce il secondo livello della teoria dell’Agenda Setting classica, non è solo l’importanza di un tema a influenzare potenzialmente l’opinione pubblica, ma il modo in cui viene presentato. E in un ecosistema mediatico sempre più frammentato il framing delle notizie rischia di accentuare divisioni piuttosto che stimolare comprensione.

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