COP26, Italia e cambiamenti climatici: parola d’ordine “integrazione”

cambiamenti climatici

Glasgow sarà la COP (conferenza Onu sui cambiamenti climatici) del quinquennio dalla conclusione degli Accordi di Parigi, e una parte fondamentale dell’intesa era che gli Stati avrebbero fissato obiettivi climatici progressivamente più ambiziosi su un ciclo quinquennale. Le Nazioni Unite stanno sollecitando tutte le nazioni a farsi avanti poiché la somma degli impegni volontari degli Stati annunciati all’indomani di Parigi non sono sufficienti a scongiurare il tracollo dell’ecosistema.

Bisogna evitare che i costi dei cambiamenti climatici siano distribuiti iniquamente 

Su questo orizzonte, gli Stati detengono tre ordini distinti di interessi. Anzitutto quello universale e condiviso a prevenire un futuro che il Forum di Davos, fra gli altri, definisce “cataclismico”. In apparente contrasto con questo imperativo globale, vi è tuttavia il tentativo di ciascuno di moderare i propri impegni per evitare che la transizione sostenibile imponga costi distribuiti iniquamente, e per alcuni così elevati da mandare in shock interi settori. Infine, ogni Stato porta un ventaglio di interessi geopolitici, riflesso della propria posizione geografica e collocazione regionale.

Nell’apparente inconciliabilità fra questi tre diversi livelli della posta in gioco, il negoziato climatico ha dato l’impressione di un disfunzionale litigio su chi deve tappare la falla mentre la nave affonda. Ma – anche se forse non in tempo utile per Glasgow – l’apparenza che a fare la cosa giusta per la Terra si debbano accettare sacrifici, litigando per non essere i soli a farli, si sta stemperando e tramonta l’idea che la transizione sostenibile si traduca in perdite di competitività nocive per ciascuna nazione. La scienza economica ormai lega alla sostenibilità l’unica chance di avviare un nuovo ciclo espansivo globale, tant’è che l’Ue definisce il suo recente Green Deal un programma di sviluppo, assecondata dalla finanza che scorge un fattore di competitività, solidità e durata dell’investimento. I numeri parlano: gli investimenti ESG (Environment, Society, Governance) rappresentano a livello mondiale circa un quarto di tutti gli asset gestiti e si situano oltre i 25.000 miliardi di US$, in capo a operatori che rappresentano 70.000 miliardi di US$ e che stanno rapidamente convertendo in questa direzione l’insieme dei loro portafogli.

Il potenziale italiano nella transizione ecologica

In questa prospettiva, l’Italia ha interesse a cavalcare la nuova abbondanza di fondi pubblici e privati per la transizione, e riflettere tale interesse come posizione virtuosa nella COP. La nuova tendenza offre un’opportunità specifica e privilegiata all’Italia, date le sue caratteristiche territoriali. Si dice che l’Italia ha poche risorse naturali: sarebbe vero in prospettiva classica; ma nell’ottica di una crescente domanda focalizzata sulla qualità più che sulla quantità – sostenibile – risulta che abbiamo la più alta concentrazione mondiale delle risorse in assoluto più richieste dal mercato. Abbiamo partecipato alla corsa della produzione ampia e ai più bassi prezzi possibili, negando però un territorio che è di fatto vocato alla produzione ristretta di qualità; e non solo per i beni di consumo. Occorre però – legittimo punto in ogni foro negoziale – proteggere durante la trasformazione la nostra impresa: la più adatta per la sostenibilità perché è piccola o media, radicata sul territorio concreto che è l’unica dimensione reale su cui concepire un progetto di sostenibilità; ma che è anche la più esposta – proprio a causa della sua taglia – in quel delicato momento in cui cambia il suo modo di fare, investe per innovare, si sobbarca costi che guardano al futuro.

Il Mediterraneo sarà tra le aree più interessate dai cambiamenti climatici

Infine, è imperativo per l’Italia rendersi consapevole della posta in gioco geopolitica regionale: sulla dimensione euromediterranea il clima surriscaldato prelude a crisi esiziali, che possono però essere risolte in armonia con l’interesse italiano ad accelerare la transizione sostenibile, perché l’integrazione di tutti nel percorso virtuoso disinnesca le minacce mentre amplifica i nostri benefici. Occorre quindi che, anche nei negoziati, l’Italia assuma i vantaggi, i rischi e le responsabilità della sua posizione speciale: un ponte disteso fra Europa e sponda Sud del Mediterraneo, con l’Africa come orizzonte.

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Nell’inerzia, o peggio nella competizione esacerbata da risorse in diminuzione, su questo scacchiere il rischio sarebbe massimo. Mentre le acque del nostro mare sono quelle che si scaldano più rapidamente (fonte: Rapporto sullo Stato dell’Oceano del Servizio marino europeo Copernicus del 2016 e del 2018) al mondo, la regione nel suo complesso è la seconda per rapidità di progressione del riscaldamento. Nel Mediterraneo la temperatura media rispetto all’era pre-industriale è infatti aumentata di 1,5 gradi e il riscaldamento procede del 20% più rapidamente rispetto alla media globale, con il pericolo di aumenti fino a 2,2 gradi nel 2040, e 3,8 nel 2100, catastrofici per una popolazione nel frattempo cresciuta esponenzialmente. Sarebbero numerose le conseguenze destabilizzanti. Si prevede, ad esempio, che il livello del nostro mare possa aumentare di 20 cm entro il 2050, che possono sembrare pochi ma salinizzerebbero il delta del Nilo, sconvolgendo la sussistenza di milioni di persone; oppure un incremento della popolazione in scarsità idrica fino a 250 milioni di persone, e il fatto che un mare più caldo fa da volano di lungo termine a un’atmosfera più calda significa che il problema ci accompagnerà a lungo e andrà aggravandosi anche nei più idilliaci e virtuosi scenari di contrasto alle emissioni di gas serra.

Nel Mediterraneo il riscaldamento procede del 20% più rapidamente rispetto alla media globale

Ma non basta. L’area euromediterranea rappresenta la somma di un’antroposfera e di un’ecosfera regionale unitaria, interconnessa, interdipendente: fragile perché pronta a sperimentare crisi regionali che crescono su fragilità locali che ci sono sempre state ma ora stanno crescendo. Asimmetrie profonde nella distribuzione di reddito e risorse fanno sì che anche la parte della regione mediterranea capace di resistere a diverse pressioni è sempre più messa a rischio dal divario con le altre parti più povere. La mancanza di integrazione equilibrata, sommata a dinamiche demografiche in progressiva divaricazione fra Nord e Sud, rende difficile prevenire dinamiche destabilizzanti su vasta scala: troppe sacche di debolezza ove può scoccare la scintilla.

Integrare e interconnettere le economie

L’Italia è al centro di tutto questo, ponte e punto di snodo fra due sponde: la prima vittima quindi di scelte sbagliate, ma anche la prima a trarre profitto da politiche costruttive. Quali? Le suggeriscono scienza ed economia che evidenziano come nessuno, neanche i più ricchi nell’area euromediterranea, ha da solo i mezzi per far fronte a cambiamenti di tale vastità e velocità. La stessa Ue, per raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050, ha bisogno del potenziale solare della sponda sud e di quello eolico dei Balcani. Così come – oltrepassando un litigioso capitolo negoziale sul “technology transfer” visto come dono dei ricchi ai poveri – dobbiamo capire che il sud del Mediterraneo detiene seimila anni di tecnologia nella gestione di territori aridi quali presto saranno i paesi meridionali dell’Ue. Se ne diveniamo consapevoli, dobbiamo lanciarci a integrare le economie e interconnetterle, spingere la Ue e dispiegare fondi di vicinato, portare le imprese a incontrarsi, cercare le sinergie. È necessario per il clima, ma finisce per risolvere anche le asimmetrie regionali che da sempre generano conflitti e ancor più ne creerebbero col clima in crisi. Nel grande negoziato che ci attende a Glasgow, se lo capiamo cambia tutto.

*Grammenos Mastrojeni, Segretario Generale Aggiunto dell’Unione per il Mediterraneo.

 

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