Coronavirus, il volto disumano del lavoro. In agricoltura mancano 300mila braccianti

Quando parliamo di lui, possiamo chiamarlo Sikh, per comodità. Così, a dire il vero, suona pure strano e persino esotico. La parola ci appare tanto gradevole quanto lontana, come se non ci riguardasse. Sensazione giustificata. Di quel tale, non sappiamo nulla. Però vive molto vicino. È uno che lavora la terra, raccoglie pomodori, mette la frutta nelle cassette. Uno dei tanti che faticano nei campi perché i prodotti arrivino nei negozi per la nostra spesa.
Il suo nome può essere anche Youssef, Mihail, Driss, Mousse, Nazmie, Mehmed, Selije, o chissà come. Sarebbe la stessa cosa, tanto è difficile che corrispondano ad un’identità certa. Chissà come si chiamano davvero e da dove vengono.
Poi ci sono anche nomi più familiari, e abbiamo Rosario, Emma, Nadia, Rosa, Manuela. Guarda caso, in questo gruppo, più spesso donne, che uomini. Costoro i documenti li hanno, e sappiamo che si chiamano così, e da dove vengono, abbiamo nome, cognome: sono italiani. Ma tutto ciò non basta a cambiarne destino. Che è analogo a quello degli altri.
Un elemento in comune. È l’essere senza volto, sconosciuti, privi di diritti. Quando lavorano, quando vivono. Nei campi, nelle bidonville senza luce e acqua. Costretti a svendere la loro fatica per campare, non c’è alternativa. Sottoposti ai ricatti dei caporali. Sono tutti coloro che vivono nel degrado, sfruttati, per pochi soldi. Non contano la nazionalità, il colore della pelle, la lingua, lo status rispetto all’ordinamento.
Sono ombre in una società che si proclama civile, e che rivendica – a torto? – d’essere fondata sulla legge. Già, dov’è la legge, con i suoi diritti e doveri, mentre tutti costoro vagano nelle nostre campagne con la speranza di sbarcare il lunario?
Ora, con il Coronavirus, hanno preso a far notizia. E la politica ‒ non tutta s’intende, sarebbe troppa grazia ‒ ne parla. C’è un’emergenza anche nel lavoro agricolo dove mancano almeno 300.000 lavoratori. Il Ministro, Teresa Bellanova, invoca: «Regolarizziamo gli immigrati che hanno un lavoro e sconfiggiamo il caporalato». Salveremmo intanto la nostra tavola. Conti alla mano, sarebbe utile anche a far riprendere l’economia. Costoro producono comunque reddito. Ma è scontro sulla proposta. È tutta una scusa, in realtà. «Una sanatoria inaccettabile» (Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia). Volendo, basterebbero dei voucher per pagare questi braccianti. Meglio ancora soldi per acquistare nuove macchine agricole. Così ce ne potremmo anche liberare una volta per tutte.
Si scopre che i campi marciscono senza di loro, ne abbiamo bisogno e come, per la nostra sopravvivenza. Prima era lo stesso, ma fingevamo che non fosse così perché il loro lavoro non mancava. Doveri sì, comportatevi bene, non sgarrate, niente reati, non fate confusione; ma i diritti, la paga giusta, la tutela della salute, queste cose lasciamole stare.
Perché di fronte alla crisi, allora, non regolarizzare i clandestini che lavorano nelle campagne, perché non dare tutele ai tanti, non importa se stranieri o italiani, che vivono di lavoro nero? Perché non si riesce a contrastare lo sfruttamento da parte del caporalato?
Dovremo ripartire prima o poi. Certo non basterà perorare aiuti in Europa o dove altro: siamo noi a doverci tirare su le maniche, ci aspettano tempi grigi. E allora come faremo, senza di loro, scomparsi per la paura dell’infezione, una paura più forte del bisogno? Sono rientrati nei paesi d’origine in attesa di eventi; si sono rifugiati presso parenti e amici, quando hanno una casa da qualche parte.
Quanto a noi, passi per la reclusione in casa, la tolleriamo per senso del dovere, ma soffriamo per tutte le libertà compresse e non sappiamo come faremo a riprenderci. Serviranno lena e un grosso sforzo. Ci rimane poco al momento, per non cadere in depressione: le piccole abitudini che possiamo coltivare a casa, magari la buona usanza del cibo preparato con le nostre mani. Alla maniera delle mamme e nonne.
Non scherziamo dunque, ci sono i bisogni primari da soddisfare, e deve essere salvaguardata la catena alimentare: così la chiamiamo con una bella espressione. Evoca la partecipazione solidale di tanti, spinti da uno scopo comune, ma in concreto si risolve nella soddisfazione del destinatario finale. In soldoni, dobbiamo pur nutrirci in clausura.
Per il resto, cioè per tutto quello che è accessorio rispetto alla nostra condizione, e che implicherebbe di assumerci delle responsabilità sociali, possiamo ben dire: si vedrà. Con calma. Abbiamo molte perplessità: non sarà che così si legalizza pure il crimine? Si sa come vanno a finire le cose dettate dal buonismo sconsiderato. Dunque, anche se l’idea fa fino, forse non ne faremo nulla. Non si scherza con i diritti.

* Angelo Perrone, giurista, è stato pubblico ministero e giudice. Cura percorsi professionali formativi, si interessa prevalentemente di diritto penale, politiche per la giustizia, diritti civili e gestione delle istituzioni. Autore di saggi, articoli e monografie. Ha collaborato e collabora con testate cartacee (La Nazione, Il Tirreno) e on line (La Voce di New York, Critica Liberale). Ha fondato e dirige Pagine letterarie, rivista on line di cultura, arte, fotografia.

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