Così la “Fortezza Europa” avalla i respingimenti in mare

Negli ultimi anni l’Unione europea è stata protagonista di una gestione sempre più securitaria dei flussi migratori che hanno investito il proprio territorio. Nonostante la diffusa retorica della polverizzazione dei confini, questi ultimi sono stati, invece, proprio dall’Ue, non solo rafforzati e presidiati, anche militarmente, ma addirittura esportati in Africa mediante accordi internazionali (Processo di Rabat, Khartoum, La Valletta…), allo scopo di arginare, selezionare ed arrestare migliaia di profughi in fuga dai loro paesi di origine. Una politica di fronteggiamento dei flussi migratori che è in corso da molti anni e che è stata recentemente solo rafforzata in chiave securitaria.

È una tesi avanzata nel saggio “L’Unione europea: delocalizzazione dell’accoglienza ed esternalizzazione delle frontiere tra protocolli internazionali, rotte balcaniche e Migration compact” presentato a Wocmes 2018, Congresso mondiale di studi mediorientali, tenutosi a Siviglia dal 16 al 20 luglio scorso, redatto e presentato da chi scrive in qualità di ricercatore Eurispes e da Pina Sodano, docente a contratto presso l’Università di Roma Tre in “Sociologia delle migrazioni islamiche in Europa” e vice presidente del Centro studi Tempi Moderni.

Questo processo nasce con la creazione in Europa dello Spazio Schengen, in seguito all’omonimo accordo del 1985 per l’eliminazione progressiva dei controlli alle frontiere interne e l’introduzione di un regime di libera circolazione per i cittadini degli Stati firmatari. Tale accordo avrebbe fatto nascere un “dispositivo confinario” che ha ridisegnato i meccanismi nazionali e sovranazionali di controllo ed avviata la loro esternalizzazione. Le politiche di confinamento dei flussi migratori, le norme nazionali ed internazionali, i processi e gli accordi, come quelli di Rabat, Khartoum e Malta, segnano il super-confine politico di un’Unione chiusa nella sua circonferenza autoreferenziale.

L’esternalizzazione dei confini europei in luoghi lontani rispetto a quelli ufficiali, peraltro assai fragili sia sul piano economico che democratico, e la relativa de-localizzazione dell’accoglienza, hanno prodotto il trasferimento delle responsabilità, rispetto alla gestione dei flussi migratori, sui governi di paesi terzi, spesso incapaci di gestire tale complessità se non, come nel caso eritreo, anche responsabili della fuga per persecuzione di centinaia di migliaia di persone dal proprio regime dittatoriale. Si cita, a conferma di ciò, anche il caso del Sud Sudan, governato da Al-Bashir, sul quale pesa un mandato di cattura internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, con il quale pure l’Italia e l’Ue hanno ufficialmente trattato.

Questa strategia si è manifestata già con il criterio dello “Stato terzo sicuro” in cui espellere il profugo che non abbia ottenuto lo status di rifugiato (si veda l’accordo dell’Unione europea con la Turchia) o mediante la creazione nei paesi di transito di “zone di protezione internazionale” dove offrire assistenza umanitaria. Una strategia che appare una follia sul piano dei diritti dell’uomo, non garantendo questi paesi il giusto rispetto ed una gestione pubblica, trasparente ed internazionalmente valutata e controllata. La “dimensione esterna” dei controlli si avvale anche dei “respingimenti” direttamente in mare. Eppure, ai sensi dell’articolo 33 della Convenzione di Ginevra del 1951, è fatto divieto agli Stati di espellere o respingere i rifugiati ed i richiedenti asilo verso luoghi in cui la vita o la libertà ne sarebbero minacciati per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un particolare gruppo sociale o per diversa opinione politica (principio di non-refoulement). Lo stesso principio è ribadito dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo ed il divieto trova applicazione anche nel caso in cui il respingimento avvenga verso un paese che potrebbe rinviare il profugo verso un territorio in cui verrebbe esposto a tale trattamento come, ad esempio, l’Eritrea. Eppure, i respingimenti avvengono continuamente, esponendo l’Italia e l’Ue a possibili azioni penali direttamente alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja.

Ciò mette in luce anche la mancata volontà, da parte dell’Ue, di elaborare approcci “positivi” e regolamentazioni ispirate ad una visione complessa e multi-dimensionale e non solo securitaria delle migrazioni, con interventi settoriali e limitati sul terreno della cosiddetta “integrazione”. L’Ue ha finito, in sostanza, col considerare l’immigrazione “irregolare” un fenomeno “patologico” derivante dalla crescita quantitativa dei flussi migratori diretti verso l’Europa, sino a legittimare ansie diffuse di invasione, norme discriminatorie e la riemersione di partiti e movimenti xenofobi e dichiaratamente razzisti. Una delle ricadute di questo sistema si rileva nei ripetuti episodi di violenza razzista operata da cittadini italiani a danno di migranti, spesso richiedenti asilo di provenienza subsahariana o asiatica, con alcuni casi particolarmente gravi come quello di un uomo di origine marocchina deceduto ad Aprilia, in provincia di Latina, a causa probabilmente delle percosse subite da alcuni cittadini italiani impegnati nelle cosiddette “ronde per la legalità”.

Questa tendenza è accompagnata e rafforzata dalla percezione, costruita socialmente e politicamente, per cui gli immigrati si dividerebbero, di per sé e non ex lege, in regolari ed irregolari. I due fenomeni sono, invece, intimamente intrecciati. «La migrazione regolare – afferma Pina Sodano – può facilitare quella irregolare attraverso reti migratorie e norme restrittive che possono far precipitare migliaia di migranti regolari in una condizione di precarietà e di irregolarità amministrativa. Allo stesso modo, l’ingresso regolare può precedere un soggiorno irregolare e molti migranti, attualmente in possesso dei documenti, ne sono stati privi in passato. È perciò più corretto parlare di condizioni di regolarità ed irregolarità in cui le persone che migrano si vengono a trovare. Sono state delle precise scelte politiche in termini di regolamentazione giuridica delle migrazioni, a creare, a partire dalla metà degli anni Settanta, i cosiddetti “clandestini”, in risposta alla crisi economica di quegli anni. Il contrasto dell’irregolarità, che da allora ha assunto un’importanza sempre più pervasiva nelle normative nazionali ed europee, non ha affatto ridotto la componente non regolamentata dell’immigrazione, ma ha prodotto un meccanismo di “integrazione subordinata” e di “collocazione marginale” di tale popolazione, funzionale ad un contesto socio-produttivo caratterizzato da una crescente precarietà, da una riduzione delle prestazioni dello stato sociale e da un generale abbassamento delle tutele e dei diritti del lavori».

La classe politica nazionale continua a non comprendere, oggi come ieri, che i movimenti migratori contemporanei sono caratterizzati da una moltiplicazione di modelli migratori, da una forte accelerazione dei flussi, da un aumento della complessità della loro composizione e da una crescente imprevedibilità delle loro direzioni e relativa turbolenza. Ogni riduzione semplicistica del fenomeno rischia di determinare conflitti sociali e profonde ingiustizie nel Paese, se non scontri razzisti e drammi come quelli registrati in queste ultime settimane.

Un’Unione incapace di esprimere una matura volontà democratica fondata sul rispetto dei diritti umani e della solidarietà, in favore dell’accoglienza dei profughi, disposta anche a mettere in discussione l’artificiale distinzione tra migranti economici e migranti forzati, è destinata non solo a tradire i suoi valori fondativi ma anche a generare conflitti e drammi nelle periferie della sua visuale eurocentrica del mondo. Un problema che chiama in causa la natura intima dell’Ue e la responsabilità della sua popolazione nell’accettare o meno questa condizione.

La tematica di cui sopra è stata affrontata in tutte le edizioni del “Dossier Agromafie” dell’Eurispes.

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