Informazione

Freccero: “In Rai il Presidente costretto a subire l’Ad”

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Se la tv pubblica ha abbandonato il suo scopo centrale, quello di renderci più colti, potrebbe almeno stimolare la nostra intelligenza e la nostra creatività. “Ma non mi pare che, nell’immediato, il mio appello sia stato recepito”. Pubblichiamo la seconda parte dell’intervista a Carlo Freccero, consigliere di amministrazione Rai, docente universitario, tra i massimi esperti di media e televisione.  “Bisogna riformare l’informazione pubblica, troppo centrata sull’infotainment  e riformare anche il settore digitale”. Grave, per l’ex direttore di Rai2 e di Rai4, che si dia così poco spazio alle notizie internazionali.

 

Nel suo saggio Televisione lei fa riferimento alle nuove aspettative del pubblico nei confronti della tv generalista. Più coinvolgimento e interazione e non più mero intrattenimento. Quali trasformazioni dobbiamo attenderci?

Nel mio libro cerco di formulare un’ipotesi di servizio pubblico che si rifà alla motivazione pedagogica alla base delle origini del servizio pubblico stesso. In tutta Europa il servizio pubblico televisivo è stato concepito per diffondere il capitale culturale. Una impostazione, questa, che con la globalizzazione è stata cancellata. In Europa la cultura ha sempre avuto più importanza della ricchezza, a differenza dell’America che ha sempre e solo preso in considerazione il capitale economico. Nei paesi protestanti la ricchezza è simbolo di grazia divina, come spiega Weber ne L’Etica protestante e lo spirito del capitalismo. Il pensiero americano è pragmatico e il suo fine è la ricchezza. Il pensiero europeo era critico e il suo fine era la cultura. Il sociologo francese Bourdieu ne La distinzione, accanto al capitale economico identifica un capitale culturale come elemento di distinzione sociale.

E ciò, che cosa ha comportato?

In breve, in America le élites tendono a rendersi identificabili come tali ostentando ricchezza come del resto succede oggi anche da noi. Con la cancellazione  di fatto del concetto di capitale culturale anche la funzione pedagogica della televisione come servizio pubblico televisivo è venuta meno. Nel mio libro mi chiedo come renderla di nuovo attuale e la risposta è la sostituzione del capitale culturale con il capitale intellettuale. In poche parole, se la cultura non è più considerata al centro della distinzione sociale, esiste oggi un altro valore spendibile anche in un contesto pragmatico come quello attuale e mi riferisco all’intelligenza e alla creatività che oggi è alla base di tutto. Se la televisione ha abbandonato il suo scopo centrale che è quello di farci più colti, può sempre proseguire, secondo me, nel tentativo di renderci più intelligenti.

E ci sta rendendo più intelligenti, il servizio pubblico?

No, mi pare che, nell’immediato, il mio appello non sia stato recepito. Del resto la televisione generalista continua a perseguire l’audience sulla base di una concezione economicista di far quadrare i conti, cercando di rendere competitive sul mercato le reti pubbliche. Basta dire che nell’attuale ordinamento della Rai – voluto da Renzi – la figura del presidente del CdA, che dovrebbe stabilire la linea culturale, è subordinata a quella dell’amministratore delegato, come qualsiasi Ceo che ha il solo scopo di far quadrare i bilanci. Nel contesto attuale la riforma più urgente dovrebbe essere quella dell’informazione, troppo incentrata sull’infotainment. La riforma dell’informazione porta con sé la riforma del settore digitale che, in questo momento, è centrale per l’informazione stessa.

 Populismo e demagogia in politica. Quali riflessi sui media?

Oggi le élites accusano di populismo le richieste che vengono direttamente dal popolo, perché giudicano il popolo stesso incapace di intendere e di volere. I partiti non populisti sono  convinti  che esista una verità soprattutto economica, ossia il neoliberismo che il popolo non è capace di capire per i suoi limiti culturali ed intellettuali e pertanto, secondo la loro visione, questa verità va applicata comunque, indipendentemente dal volere popolare.  Condivido quanto scrive Barneys in Propaganda :  essa è necessaria alle élites per proteggersi dai desideri bestiali del popolo. Propaganda non è quindi sostenere argomenti popolari ma utilizzare l’inconscio delle folle contro le folle stesse, come già insegnava Le Bon.  Oggi si passa attraverso la raccolta e l’utilizzo dei big data, come evidenziato dal caso Cambridge Analytica. I social forum forniscono alla propaganda una massa di dati che rendono oltremodo dilettantistica la propaganda novecentesca. Ma la nuova propaganda dei big data richiede enormi stanziamenti economici, disponibili solo per chi ha alle spalle sponsor del calibro di grosse banche e multinazionali. Questi dati servono a selezionare il tipo di pubblico e il messaggio specifico da inviare, ma, parallelamente, esistono anche approcci di tipo generalista come La finestra di Overton, un sistema di ingegneria sociale per far passare una idea da tabù a verità condivisa attraverso una serie di tappe successive. Il meccanismo è quello della ripetizione per cui, quello che prima era vietato, diventa in seguito politicamente corretto. Anche in questo caso la quantità risulta fondamentale perché genera assuefazione, producendo una sorta di lavaggio del cervello.

 In quale programma televisivo o radiofonico, Lei coglie un alto tasso di autentico giornalismo e di vera informazione?

‘Per l’Italia mi avvalgo della facoltà di non rispondere, dato il mio ruolo (membro cda Rai n.d.r). Della esperienza francese ricordo bellissimi reportage. Uno dei problemi che colgo nell’informazione contemporanea è la mancanza di riferimento al quadro internazionale. Il problema è l’audience, il crollo immediato dell’audience quando in una trasmissione televisiva si affrontano temi di interesse internazionale ma potrebbe anche trattarsi del contrario: la politica internazionale non interessa il grande pubblico perché i media mainstream non ne parlano abbastanza, relegandosi di fatto in una bolla spazio-temporale che ha per centro il cortile di casa. Voglio citare, anziché una trasmissione, la rivista Limes che, facendo riferimento alla geopolitica, riesce a dare un quadro di insieme credibile del mondo.

 ‘La stampa non vuole informare il lettore, ma convincerlo che lo sta informando’. Condivide questo pensiero di Nicolas Gomez Davila? Per la stampa, informare sarebbe quindi solo un pretesto per manipolare l’opinione pubblica?

Sono abbastanza d’accordo con il pensiero di Gomez Davila, soprattutto se teniamo conto di quanto ho detto a proposito della propaganda: la stampa è in mano ad imprenditori e gruppi privati che sostengono tesi funzionali ai loro interessi, tra i quali quello di utilizzare i media per fini lobbistici. Del resto è proprio ciò che pensano molti italiani, come emerso da recenti sondaggi. Oggi gli italiani credono ad internet più che alla stampa.

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