Il Natale dei filosofi

È risaputo. Si è filosofi quando si acquisisce l’abitudine di non dare mai nulla per scontato, andando alla ricerca di un senso o di un ordine anche quando questo sembra proprio non esserci. Se l’espressione non fosse poco laica e scopertamente religiosa, si potrebbe dire che i filosofi siano dei compulsivi cacciatori o cercatori di senso. C’è chi cerca la felicità, chi, invece, conchiglie, e chi, giusto per chiudere la serie di infiniti possibili esempi, va alla ricerca di stelle e reperti del passato. I filosofi, no; i filosofi cercano il senso, indagano il visibile e raramente, pur non avendo quasi mai un’inclinazione al misticismo, arretrano di fronte all’invisibile. Si spiega così perché anche il Natale sia diventato per loro un tema di analisi e confronto. Tema non facile, speculativamente insidioso più di quanto si potrebbe credere, perché il filosofo che indaga il Natale tiene, di norma, a preservare la sua laicità, considerandola alla stregua di una garanzia, una sorta di memorandum da tenere sempre presente per non scordare la “mission” dell’indagine.

Anche Schopenhauer sente il calore del Natale

Accade, allora, che Arthur Schopenhauer, uno dei più grandi pessimisti di tutta la storia del pensiero, uno che del mistero dell’Avvento si sentirebbe autorizzato a dire peste e corna, del Natale costruisca invece una delle rappresentazioni più toccanti che si possano trovare nella letteratura filosofica. «Colui che ha una grande ricchezza in sé stesso – scrive in Parerga e Paralipomena – è come una stanza pronta per la festa di Natale, luminosa, calda e gaia in mezzo alla neve e al ghiaccio della notte di dicembre». Sono parole così rincuoranti che anche Nunzio Galantino, ex segretario generale della Cei, le riporta in un suo libro. Il Natale associato all’immagine di una stanza che offre riparo in una gelida notte d’inverno può essere davvero un colpo basso per chi ha sempre creduto che Schopenhauer fosse l’incarnazione in stile filosofico del Grinch scorbutico e asociale – quello raccontato da Ron Howard in una pellicola del 2000 – che detesta le feste e pratica ad oltranza il distanziamento sociale.

La nostalgia di Nietzsche

Il Natale che scalda i cuori e induce a pensieri di riconciliazione con la vita deve averlo conosciuto anche Nietzsche, il filosofo che, dopo aver teorizzato e annunciato la “morte di Dio”, avrebbe dovuto fare altrettanto con il Natale e con il retaggio cristiano della sua formazione di uomo e pensatore. Dal suo voluminoso epistolario apprendiamo invece che era solito ricevere doni natalizi dalla sorella Elisabeth e dalla madre Franziska anche quando era difficilmente raggiungibile. Viaggiò attraverso l’Italia per diversi anni, andando alla ricerca di un luogo che fosse di giovamento al suo precario stato di salute. Una ricerca non facile che gli fece, comunque, conoscere gran parte del Belpaese, in una sorta di terapeutico gran tour poco goethiano e molto tormentato. In una lettera del 1880 indirizzata proprio a madre e sorella ricorda come il 25 dicembre «in tutte le case si accende l’albero e si distribuiscono i doni di Natale». Il filosofo è nostalgico, avverte la lontananza da casa, si misura con le difficoltà del quotidiano (far quadrare i conti, trovare una pensione a buon prezzo, contattare editori sensibili e capaci, prevenire i mal di testa che gli danno l’impressione di poter impazzire da un momento all’altro), e l’atmosfera del Natale, il ricordo delle vigilie dell’Avvento trascorse da bambino in compagnia dei familiari, gli sono di conforto. È con l’avida curiosità di un bambino che scarta i doni che riceve per posta; è così eccitato che – come confessa in una lettera del 1885 – perde per strada una parte del regalo.

La maternità di Maria affascinò Sartre

Nietzsche non è propriamente un misantropo, ma da uno che considera il cristianesimo come la più grande menzogna della storia dell’umanità, sarebbe stato quasi ovvio attendersi considerazioni meno benigne sul Natale. Discorso che potrebbe valere anche per Jean-Paul Sartre, uno dei pensatori più tenacemente atei del secolo scorso, che, trovandosi a riflettere sul Natale durante l’esperienza di detenzione nel lager nazista di Treviri, scrisse parole toccanti sulla maternità di Maria, la donna che mise al mondo Dio, la sola donna che ha potuto considerare Dio come una creatura di cui prendersi cura: «Ella lo ha portato per nove mesi – scrive Sartre in Bariona o il figlio del tuono – e gli darà il seno e il suo latte diventerà il sangue di Dio… Ella sente insieme che il Cristo è suo figlio, il suo piccolo, e che egli è Dio. Ella lo guarda e pensa: “Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. Egli è fatto di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Egli mi assomiglia. È Dio e mi assomiglia!”».

Il Natale è anche la festa che provoca imbarazzo in chi, pur provandone e subendone l’attrazione, sostiene di non crederci o ritiene che, un po’ come le stagioni, anche il Natale non sia più quello di una volta. Lo pensano, ad esempio, Massimo Cacciari e Umberto Galimberti: per il primo può essere un’occasione per meditare con sobrietà e disincanto sull’elevato grado che la secolarizzazione ha raggiunto ormai in ogni aspetto della realtà (saremmo, come dire, ben oltre il “disincanto del mondo” di cui parlava Weber); il secondo fa invece i conti con il senso di colpa dell’uomo contemporaneo che vorrebbe continuare a credere nella “magia” di un evento che è stato trasformato in una sagra dell’opulenza. Per Galimberti la domanda da porci non sarebbe: «che senso ha la festività di Natale per un laico, ma che significato essa ancora possiede per un cristiano che vive in una cultura opulenta, e in ogni suo aspetto laicizzata, dell’Occidente “cristiano”».

“La sola parola sa di incanto”

Di sicuro, una risposta alla domanda l’avrebbe trovata Edith Stein, la filosofa ebrea tedesca perita ad Auschwitz nell’agosto del 1942. Per questa filosofa fattasi carmelitana da adulta, basterebbe la sola parola per evocare scenari di tenerezza e redenzione. «La sola parola – ha scritto in un saggio di poche pagine intitolato Il mistero del Natale – sa di incanto, un incanto a cui, si può dire, nessun cuore può sottrarsi. Anche gli uomini di altra fede e quelli che non ne hanno affatto, per i quali la vecchia storia del Bambino di Betlemme non significa niente, fanno preparativi per la festa e pensano come poter accendere qua e là un raggio di gioia». Come dire che il Natale non chiude le porte a nessuno e che queste devono, comunque, venire aperte.

Natale e tanta voglia di leggerezza

Il fascino senza tempo del Natale

Il Natale è anche un complesso di riti e gesti che prendono corpo in una speciale congerie di cose. “Piccole cose” le definisce Francesca Rigotti in una sua accattivante interpretazione laica del Natale. Non semplici oggetti, ma “cose” come il presepe, l’albero addobbato e illuminato, il pupazzo di neve, i canti natalizi, i regali, la renna e Babbo Natale. Sono questi alcuni degli elementi scenografici del Natale globale. Il loro senso può dipendere dalla possibile risposta a una triplice domanda che Rigotti formula così: «Che cos’è la cosa di Natale, che cos’è la cosa, che cos’è Natale?». Chiederselo, seppure in una prospettiva rigorosamente laica, significherebbe riconoscere almeno implicitamente il fascino senza tempo di un evento che, anche per chi non è disposto ad accettarne il significato religioso, vale più di una ricorrenza da calendario.

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