Gian Maria Fara

Accoglienza: nei porti di giorno, non in mare di notte

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L’intrecciarsi dei fenomeni criminali con quelli dell’immigrazione, dà vita alla pericolosa equazione per cui il problema della criminalità sembra imputabile soltanto alla presenza degli immigrati e i problemi dell’immigrazione sembrano essere essenzialmente legati ad una massiccia presenza di immigrati-criminali. Una visione semplicistica che è attribuibile in gran parte a un’altrettanto semplicistica, e in quanto tale scorretta, informazione dei mezzi di comunicazione di massa. Il risultato è quello di porre le basi per una mancata soluzione di due problemi – micro-criminalità e flussi migratori incontrollati – che solo in parte si sovrappongono e che solo l’adozione di una prospettiva banalizzante e unilaterale rende totalmente confusi l’uno nell’altro. Ciò che accade in Italia dimostra l’adozione di un approccio superficiale al problema, o meglio ai problemi, e dà la sensazione di seguire l’onda di una società pre-razzista nella quale i mass media veicolano messaggi equivoci, imprimendo una forte spinta verso il conflitto interetnico, fino ad ora solo latente, in ampi strati della popolazione italiana. Perché in una società si fanno largo sentimenti razzisti? Il pregiudizio opera essenzialmente attraverso un pensiero stereotipo che risulta non nocivo soltanto se rimane emozionalmente “neutrale” e non condizionato da interessi individuali, specie quelli di carattere prevalentemente economico. Ma spesso una siffatta forma di pensiero si manifesta in modo tutt’altro che innocuo. La stereotipizzazione è spesso strettamente legata al meccanismo psicologico del dislocamento, per cui i sentimenti di rabbia e di ostilità vengono indirizzati verso capri espiatori che non rappresentano le reali fonti di tensione: difficoltà economiche, crisi di identità e, in questo caso, la mancanza di sicurezza derivante dalla presenza nella propria città di una serie di piccoli Bronx.
Forse sarebbe più conveniente e razionale liberalizzare gli ingressi degli immigrati: riceverli non sulle spiagge di notte, ma nei porti di giorno. Ciò avrebbe l’immediato effetto di impoverire organizzazioni criminali che spesso creano un vero e proprio “bisogno indotto” di emigrare verso l’Italia. Un accesso ben regolato e alla luce del sole, provocherebbe una caduta della domanda di immigrazione, almeno per quanto riguarda la componente indotta, ma non solo. A favore di tale ipotesi concorrono una serie di circostanze e di argomentazioni. Pensiamo, ad esempio, a quanto costa la spesso inutile (nel senso che differisce soltanto la soluzione di un problema) difesa delle coste. Ogni giorno il sistema di sicurezza (Guardia di Finanza, Carabinieri, Polizia e Guardia Costiera) e il sistema di difesa (Esercito, Marina e la stessa Aeronautica) impiegano, sia per mare sia per terra, un notevole quantitativo di uomini e mezzi in un’attività che inevitabilmente risulta solo in parte efficace, nonostante l’enorme impegno profuso. Abbattere le “trincee marittime” potrà consentire di evitare il sorgere di “trincee cittadine”. Gli oppositori della liberalizzazione obietteranno che un tale provvedimento provocherebbe soltanto un’esplosione quantitativa del problema immigrazione, ma questa posizione può essere contraddetta prendendo in considerazione due fattori: in primo luogo, il “fabbisogno annuo di immigrati” per la nostra economia. E in secondo luogo non si può dimenticare che il livello di presenze degli immigrati in altri paesi Ue, risulta decisamente superiore a quello italiano. Quand’anche i flussi migratori assumessero davvero dimensioni spropositate, l’ufficialità e la trasparenza degli ingressi consentirebbero l’immediato riconoscimento degli immigrati, anche attraverso il rapido rilascio di una carta d’identità, e la possibilità di selezionarli, identificando gli indesiderabili. Ovviamente la clandestinità per chi vive in Italia senza alcuna “vocazione” criminale non avrebbe più ragione d’essere; per cui lo Stato sarebbe pienamente legittimato ad usare un atteggiamento deciso nei confronti di una clandestinità residuale: questa, sì, coincidente con la micro e con la macro-criminalità. Inoltre, i governi dei paesi di provenienza verrebbero pienamente responsabilizzati, senza alcuna possibilità di pseudo-fraintendimenti a livello di relazioni internazionali, e sarebbero chiamati a “bloccare alla partenza” le esportazioni di criminalità. Per quel che riguarda poi la questione profughi politici, va detto che se la loro fuga dal paese d’origine prevede inevitabilmente l’utilizzo di “mezzi di trasporto non convenzionali” e una partenza che non può avvenire in luoghi ufficiali, non si vede che cosa impedisca un arrivo nei porti e che cosa suggerisca loro un approdo sulle spiagge. Questa sembra la strada per porre le basi di un allontanamento della logica perversa dello stereotipo razzista e per creare un pluralismo reale che riconosca dignità e possibilità di integrazione alla “alterità” etnica e culturale.

(Tratto da La Repubblica delle Api, 1999)

 

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