Immigrazione

La fabbrica della paura. Amnesty International: “Paese in preda a paure e rancori”

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La politica italiana sull’immigrazione, la “salute” dei diritti umani nel nostro Paese, il fenomeno del caporalato e il “nuovo razzismo”; ma anche la questione della legittima difesa e lo stato dell’arte sul “caso Regeni”. Intervista 360 gradi con Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, da anni volto noto del movimento da sempre impegnato sul tema dei diritti umani in Italia e nel mondo.

Amnesty International nasce come movimento impegnato sui diritti umani nel mondo. Sotto questo aspetto, qual è la situazione attuale in Italia rispetto a questo tema? Qual è in sostanza “la salute” dei diritti umani nel nostro Paese?
Le “condizioni di salute” sono preoccupanti. Da anni assistiamo a un’erosione progressiva dei diritti, degli spazi di libertà, a comportamenti delle Forze di polizia non adeguatamente (e in alcuni casi mai) sanzionati. Anche da noi si è propagata la narrazione tossica, che attraverso una fabbrica della paura in continua attività, genera nemici e problemi che tali non sono. La costruzione dell’immigrazione come “elemento ostile” ha prodotto violenza, razzismo e norme che vìolano i diritti umani fondamentali. L’ostilità va sempre più ad allargarsi, fino a colpire persone in ragione del loro genere o del loro orientamento sessuale. Sempre più persone si sono convinte a pensare che i diritti siano una “coperta corta” (che non copre tutto il corpo sociale e qualcuno deve rimanere senza protezione) e che i diritti si meritino comportandosi bene. Un tradimento completo di quel sistema di garanzie e protezioni internazionali che storicamente l’Italia ha sempre contribuito a far progredire.

Uno dei temi principali sui quali la politica spesso esprime posizioni e provvedimenti riguarda le migrazioni: l’impedimento per via governativa ai profughi di sbarcare sulle nostre coste; le NGO impegnate nel Mediterraneo definite “taxi del mare”; il decreto Sicurezza che restringe spazi di libertà e comprime il sistema di accoglienza. A che cosa ci porta, come Paese, tutto questo e come Amnesty si pone dinanzi a questo processo?
La fabbrica della paura ha creato questo nemico contro il quale ci si deve difendere con ogni mezzo necessario. Vedo un paese sempre più in preda a paure e rancori, incapace di praticare il vocabolario delle buone azioni, diffidente nei confronti di chi fa il bene. Siamo al rovesciamento completo dell’etica e del senso comune: salvare vite umane è diventato un crimine. Amnesty International, oltre a essere solidale con chi la solidarietà la manifesta concretamente ogni giorno, in terra e in mare, ha il dovere di modificare queste prassi e queste politiche: con le mobilitazioni dei propri attivisti, se necessario anche con azioni giudiziarie, facendo rete con le altre associazioni, chiedendo ai Comuni di non respingere ma accogliere: ad esempio, costituendosi in “città rifugio” per i difensori dei diritti umani a rischio nei loro paesi. Torino, Trento e altre città hanno già detto di sì.

La vicenda di Giulio Regeni resta, a distanza di anni, ancora drammaticamente aperta. Ancora l’Italia non conosce la verità giudiziaria su quanto accaduto a Giulio e sui nomi dei responsabili e dei mandanti di quell’omicidio. A che punto è questa vicenda e come sta agendo il Governo italiano?
La vicenda è a un punto fermo, per responsabilità che coinvolgono a titolo diverso le Istituzioni dei due paesi interessati. Se dall’Egitto in fondo non ci si aspettava che facesse qualcosa di diverso da quello che ha sempre fatto (negare, depistare, prendere tempo, inventare false verità), dall’Italia era lecito attendersi molto, ma molto di più. In tre anni e mezzo c’è stato un solo, vero gesto di inimicizia, ossia il ritiro temporaneo dell’ambasciatore dal Cairo. Che poi, dopo poco più di un anno è tornato, non facendo nulla per avvicinare la verità. Che, in fondo, conosciamo: quello di Giulio è stato un omicidio di Stato. A questa verità storica e politica mancata si accosti quella giudiziaria: la Procura di Roma ha fatto il massimo, individuando una serie di sospetti (uno dei quali, peraltro, reo confesso in una circostanza extragiudiziaria). Altri no.

Migranti e italiani spesso si trovano gomito a gomito impiegati in campi agricoli, su impalcature o in biciclette per le strade di molte grandi città italiane, obbligati a vivere condizioni di lavoro e di vita difficili. In alcuni casi si può parlare di grave sfruttamento lavorativo, che secondo l’ultimo Rapporto Agromafie dell’Eurispes sviluppa un business di circa 25 miliardi di euro l’anno. Come riuscire a tutelare i diritti di migranti e italiani impiegati in lavori difficili, pericolosi e spesso gestiti da poteri criminali?
La lotta per i diritti delle persone sfruttate sul lavoro deve andare di pari passo con la lotta contro la criminalità organizzata. Non ho elementi per definire quanto la seconda sia fatta sul serio (anche se auspicherei maggiore impegno e maggiori risorse sul fronte delle indagini), ne ho invece per dubitare che lo sia la prima. Delle persone chine nei campi vediamo a malapena le braccia. Dei loro pensieri, dei loro bisogni importa a pochi. Per quanto riguarda i lavoratori migranti, sono ‒ loro malgrado ‒ nel crocevia dove s’incontrano criminalità e criminalizzazione.

Il razzismo è una degenerazione morale e culturale che sembrava arginata sebbene non sconfitta definitivamente. Ora invece il razzismo torna ad essere predominante nel dibattito politico e pubblico, a volte riuscendo anche a condizionare l’elaborazione normativa. Si tratta solo di un uso strumentale di tali tesi oppure di qualcosa di più profondo? E come intervenire sulle matrici contemporanee del razzismo?
Ci vogliono strumenti adeguati. Siamo arrivati al punto che un’organizzazione nata per difendere la libertà d’espressione deve chiedere provvedimenti forti e robusti contro il discorso d’odio. Penso di poter dire che l’odio non sia maggioritario, lo è l’indifferenza e non so se questo sia meno grave. Preoccupa che non ci si vergogni più di dichiarare odio e la cosa non riguarda più solo i social, che al massimo sono una cassa di risonanza (voglio ricordare che l’odio verso i calciatori di colore arrivati in Italia è iniziato in decenni in cui le parole “social media” erano del tutto sconosciute); lo si ascolta sui mezzi di trasporto, persino nelle telefonate ai programmi radiofonici di qualità. Temo che chi doveva opporsi sin dall’inizio al discorso d’odio si sia limitato a bollarlo come passeggero o a farci satira. Il risultato è che oggi anche chi ha ruoli istituzionali o ambisce ad averne promuove linguaggi incendiari, xenofobi e, certo, razzisti.

Amnesty ha recentemente avviato un progetto di monitoraggio sugli hate speech, ossia sui discorsi d’odio quale nuovo confine per la tutela dei diritti di tutti. Perché avete sentito questa necessità e quali sono i risultati sinora prodotti?
Negli ultimi due anni si sono susseguite due campagne elettorali che (come c’insegnano Bolsonaro, Orban, Duterte e Trump che proprio in quel modo hanno vinto) producono i picchi di discorso d’odio. Abbiamo voluto verificare se e quanto il discorso d’odio dominasse la campagna italiana prima e quella europea poi. Sulla seconda non abbiamo i dati finali ma possiamo dire che il Parlamento italiano e quello europeo hanno e avranno al loro interno “onorevoli odiatori”. Ma non ci limitiamo a monitorare, solo indicando chi fa discorsi d’odio. Abbiamo anche una task force di attiviste e attivisti che trascorrono molto tempo sul web per rispondere al discorso d’odio, portando informazioni e dati esatti, facendo contro-narrazione e, quando necessario, segnalando ai fornitori dei servizi gli utenti che praticano odio. Fa impressione quanto sia diffusa online la misoginia. Questo è davvero sconfortante.

La nuova normativa sulla “legittima difesa” ha sollevato numerose polemiche per il pericolo denunciato di armare molti italiani e di legittimare forme pericolose di “giustizia fai da te”. Qual è la vostra opinione al riguardo?
La proliferazione delle armi, attraverso l’aumento delle autorizzazioni e il rilassamento dei controlli, non è mai una buona idea. Il rischio di una società militarizzata, sul modello di quella statunitense, è dietro l’angolo. Già oggi le armi in casa sono utilizzate contro “minacce interne” (mogli, compagne, figli) e non trascuriamo la possibile impennata dei suicidi. Sono anche preoccupato per il messaggio di sfiducia che è sottinteso alla “legittima difesa”: armatevi voi, perché non sappiamo proteggervi.

L’Italia è tra i primi dieci paesi al mondo per vendita di armi. È noto l’uso in Yemen, dove è in corso un conflitto devastante soprattutto per la popolazione civile che ha dato avvio ad una vera emergenza umanitaria, di armi fabbricate in Italia.
In generale, si è ormai affermata una tendenza preoccupante del nostro export di armi: la maggior parte sono destinate a paesi non-Nato, che si trovano soprattutto in Medio Oriente e Asia. Abbiamo inviato armi a paesi che violano i diritti umani (e dunque le usano per la repressione interna, come l’Egitto) e continuiamo a inviarle a paesi che sono in guerra: l’Arabia Saudita è il caso più eclatante ma non trascurerei gli Emirati arabi uniti. Entrambi i paesi guidano la coalizione che dal marzo 2015 bombarda incessantemente lo Yemen. In coalizione con altre associazioni e Ong, continuiamo a chiedere al Parlamento italiano una risoluzione che chieda la sospensione delle forniture all’esercito saudita e da ultimo stiamo portando l’attenzione su alcuni porti (Genova e Cagliari tra tutti) dove le navi saudite vengono a fare shopping di bombe e di altri armamenti.

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