Fisco

Lotta al contante, 60 mld di cash nelle cassette di sicurezza in Italia. La proposta per far emergere il sommerso

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Visto che in queste ultime ore si ripresenta (per l’ennesima volta) l’assillo di trovare risorse per le nostre finanze pubbliche, è interessante evidenziare come, secondo quanto risulta dalla quarta edizione del report Cashless Revolution: a che punto siamo e cosa resta da fare per l’Italia, elaborato da The European House – Ambrosetti e dalla Community Cashless Society, se in Italia aumentassero i pagamenti digitali e diminuissero le transazioni regolate in contanti si ridurrebbe l’incidenza dell’economia sommersa e dell’Iva evasa rispetto al Pil, fino a toccare valori, rispettivamente, compresi tra l’11,8% e l’8,8% e l’1,6% e lo 0,4%.
Grazie a tali riduzioni, si recupererebbero, quindi, tra un minimo di 11,3 miliardi di euro e un massimo di 63,5 miliardi di euro di economia sommersa, e tra 6 miliardi di euro e 28 miliardi di euro di Iva evasa. L’Italia è, del resto, tra le 35 peggiori economie al mondo per incidenza del contante sul valore del Pil. E, a livello geografico, è la Calabria che si posiziona al primo posto per incidenza. Tutte le regioni del Mezzogiorno si contraddistinguono, peraltro, per un’elevata incidenza del sommerso e un basso utilizzo dei pagamenti digitali, mentre i primi tre best performer si trovano nel Nord Italia: Provincia autonoma di Bolzano, Lombardia e Provincia autonoma di Trento.
Il report prospetta, infine, alcune proposte interessanti per contrastare il sommerso attraverso l’incentivazione dell’utilizzo degli strumenti di pagamento cashless, tra cui sicuramente l’introduzione di una percentuale minima obbligatoria di spese annue da sostenere con strumenti di pagamento elettronici per poter beneficiare della detraibilità dalle tasse, e meccanismi che disincentivino comportamenti cash-based, a partire dall’attuazione del regime sanzionatorio per esercenti e professionisti che non accettano i pagamenti con Pos.

In tale contesto si comprende, del resto, anche la recente proposta del Ministro Salvini di una emersione (con tassazione) del contante nelle cassette di sicurezza. Sia chiaro, la detenzione (in sé e per sé considerata, di contante o altri titoli al portatore nel territorio dello Stato italiano) non è illecita: non vi è infatti alcuna norma a impedire l’accumulo di denaro contante, né a imporre obblighi di segnalazione. Chiunque può decidere di tenere la propria liquidità sotto il materasso, in cassaforte o in una cassetta di sicurezza. Viene dunque a mancare, nella mera detenzione di denaro contante, qualsiasi profilo di illiceità da sanare.
Per questa ragione, bisogna dunque trovare una strada per tassare qualcosa (il denaro) che, in teoria, non produce reddito. Ma il metodo esiste già, in realtà, nel nostro ordinamento e si chiama accertamento sintetico. Lo scopo di tale metodologia accertativa è individuare una capacità di spesa (effettiva) superiore rispetto al reddito dichiarato. E avere contanti da parte, magari non in linea con il reddito dichiarato (che in Italia, in media, è di circa 20.000 euro lordi, cifra che, se fosse vera, non consentirebbe grandi capacità di risparmio) può ben essere un indice di capacità di spesa rilevante (e anomalo). Dato che il reddito accertabile sinteticamente deve essere superiore, rispetto a quello dichiarato, di almeno 1/5 ossia del 20% (è la cosiddetta soglia di scostamento reddituale), si potrebbe, per esempio, prevedere una regolarizzazione a costo zero per contanti fino al 20% del dichiarato (annuale) e sul resto una tassazione forfettaria, con riduzione (o esenzione) delle sanzioni. La misura dell’esenzione fino a una certa soglia (e magari dell’esenzione dalle sanzioni sul resto) potrebbe essere, così, un incentivo all’emersione, “coprendo” il contribuente (ancor più ora che sono cominciati i controlli dell’Agenzia sui conti correnti) anche dalla possibilità di essere accertato sinteticamente. E la tassazione sul resto potrebbe portare risorse rilevanti sia ai fini fiscali che ai fini di riutilizzo lecito in termini di investimenti, utili per l’economia in generale.
Resterebbe il problema di come evitare che, attraverso una tale procedura, si facilitino operazioni di riciclaggio di denaro sporco non collegato a evasione fiscale, ma ad altri reati a maggior tasso criminogeno (droga, corruzione, estorsioni etc.). La misura di voluntary, in sostanza, dovrebbe avere una rilevanza solo fiscale. Andrebbe allora pensato un meccanismo di verifica della provenienza e natura dei contanti, magari consentendo la voluntary del contante solo in caso di dimostrazione (con verifica da parte della GdF e dell’Agenzia delle Entrate) da parte del contribuente.
In pratica, una sorta di autodenuncia dell’evasione. Chi meglio del contribuente potrebbe fornire la prova certa della sua evasione? A quel punto, gli converrebbe ammetterla, proprio per poter utilizzare, a costo ridotto, proventi altrimenti difficilmente utilizzabili (dato che, laddove decidesse di utilizzare il contante accumulato per togliersi lo “sfizio” di una bella macchina o altro, rischierebbe seriamente di incappare nell’accertamento dell’Agenzia). Proventi però che, al tempo stesso, proprio perché in contanti, si possono ormai considerare sfuggiti al Fisco (con convenienza dunque anche per il Fisco a recuperarne almeno una parte). E non stiamo parlando di “bruscolini”.

Secondo quanto riferito alla Camera anche dal procuratore Francesco Greco, ci potrebbero essere circa 150/200 miliardi in contanti chiusi nelle cassette di sicurezza in Italia e all’estero. E di quei 150/200 miliardi di euro, un terzo circa si troverebbe in Italia. Senza voluntary, come detto, in caso di dichiarazioni dei redditi per importi esigui, sarebbe molto difficile usare il cash per comprare beni di una certa rilevanza, pena la possibilità concreta di essere oggetto di accertamento sintetico e anche il rischio di incorrere nel reato di autoriciclaggio.
I numeri possono fare capire meglio la questione. Immaginiamo il seguente scenario: dichiarato 100.000 – contante da fare emergere 200.000 – franchigia 40.000 (20% di 200.000) – 15% su 160.000 – imposta da pagare 24.000 (presunto su 5 anni).
Se fosse vera la cifra ipotizzata dal procuratore Greco, di circa 60 miliardi di cash nelle cassette sul territorio nazionale, avremmo quindi un ritorno in termini di entrate di circa 9 miliardi. Anche se, per vari motivi (non ultimo, la diffidenza verso il Fisco, una volta saputo che non ero così “povero” come volevo far credere), non credo che ci sarebbe proprio la corsa all’emersione; credo che almeno 1/3 potrebbe emergere. E tre miliardi di euro, di questi tempi, non sono pochi. Soprattutto se si considera che, uniti ai circa 17 miliardi di euro, recuperabili (al minimo) con una nuova strategia cashless (rispetto alla quale l’emersione suddetta potrebbe dunque fungere da inizio di una nuova era), fanno 20 miliardi di euro. E ci smontiamo (quasi del tutto) le famigerate clausole Iva di salvaguardia.

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