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La Gen Z tra la normalizzazione della terapia e il comportamento suicidario

di
Giovanna Imbesi*

I nativi della Generazione Z (Gen Z, ovvero i nati tra il 1997 e il 2012) sono cresciuti di pari passo con il mondo della comunicazione digitale, un ecosistema nel quale autenticità e trasparenza risultano fondanti. Proprio in virtù di questo background istituzionale, i giovani sono in generale più disposti ad aprirsi al dialogo a parlare apertamente anche di salute mentale e di disagio psichico nelle diverse forme e manifestazioni, senza le reticenze del passato. La psicoterapia ha perso lo stigma sociale, venendo percepita come un’opportunità di crescita personale e miglioramento di sé.

La psicoterapia ha perso lo stigma sociale tra la Gen Z, venendo percepita come un’opportunità di crescita personale e miglioramento di sé

La tecnologia ha facilitato l’accesso a dibattiti, conoscenze e teorie tramite tv, radio, blog, social network e il recente fenomeno dei podcast. A consolidare questa rivoluzione ha contribuito l’affermarsi delle nuove piattaforme di ascolto online, quali Serenis e Unobravo, che si sono radicate nella cultura popolare grazie alla loro flessibilità. La telepsicologia si adatta perfettamente agli stili di vita frenetici che la società contemporanea impone e permette uno spazio di cura personalizzabile. Sebbene però, le nuove generazioni si siano liberate dai tabù dell’ascolto, ad oggi sembra siano la categoria più mentalmente fragile e prigioniera del proprio malessere. Parlare di psicoterapia sfortunatamente non basta a fermare i suicidi.

Il malessere che i ragazzi affrontano non è un fenomeno passeggero, ma piuttosto un sottofondo costante

Esiste una spiegazione a queste due facce della stessa medaglia? Evidentemente sì. il cambiamento climatico, la crescente incertezza economica, la ricerca di approvazione sui social, la precarietà lavorativa, dinamiche aggravate da uno scacchiere internazionale traballante e le ripercussioni della pandemia del 2020 – i cui effetti si fanno sentire ancora oggi a sei anni di distanza – hanno un peso psicologico non indifferente sulla Gen Z. Il malessere che i ragazzi affrontano non è un fenomeno passeggero, ma piuttosto un sottofondo costante: panico e ansia sono le reazioni visibili di un disagio più radicato. A questo si aggiunge un vuoto istituzionale: le famiglie faticano a decifrare le pressioni costanti, le scuole sono impermeabili all’ascolto, le università ancora meno. Non resta che la solitudine in un sistema che lascia i giovani indietro.

Emergenza suicidi: un’epidemia che uccide la Gen Z

In Europa, il suicidio è la principale causa di morte nella fascia di età compresa tra i 15 e i 29 anni, la seconda in Italia dopo gli incidenti stradali. Parliamo di 400 casi al giorno, 11 nel nostro Paese. Scavando più a fondo, le analisi statistiche rilevano due dinamiche allarmanti. La prima riguarda il progressivo abbassarsi dell’età in cui si manifestano i primi sintomi del disagio. Esso si manifesta già in fase pre-adolescenziale e infantile. Secondo quanto riportato da Skytg24 nel 2023, l’emergenza salute mentale tra i giovanissimi ha registrato numeri che fanno rabbrividire: l’anno precedente, l’Ospedale Bambin Gesù di Roma ha preso in carico 387 casi di tentato suicidio. L’età media dei pazienti era di appena 15 anni. Questo “trend temporale” è una conseguenza dell’anticipazione dell’età evolutiva: i bambini sono esposti a stimoli e aspettative tipici dell’età adulta, ma senza che possiedano le strutture cognitive ed emotive necessarie per decodificarli.

I bambini sono esposti a stimoli e aspettative tipici dell’età adulta, ma senza che possiedano le strutture cognitive ed emotive necessarie per decodificarli

La seconda dinamica universale e confermata anche dai dati Istat è quella del Gender Parodox: in Italia il 77,9% dei suicidi riguarda soggetti di sesso maschile, il 22,1% soggetti di sesso femminile. Gli uomini muoiono per suicidio con una frequenza maggiore rispetto alle donne, nonostante le donne riferiscano pensieri suicidi più frequenti e compiano più tentativi di suicidio non fatali. C’è una spiegazione comportamentale alla base di questo fenomeno? Una possibile ragione risiede nella diversa risposta psicofisica al pericolo: il genere maschile sembra essere meno inibito di fronte alla morte e in grado di tollerare più dolore fisico. Questa combinazione riduce la barriera psicologica nel momento in cui si sviluppa un’intenzione suicidaria, aumentando la capacità di portare a termine l’atto e riflettendosi direttamente sulla scelta dei mezzi. A livello globale circa il 60% dei suicidi maschili avviene con armi da fuoco, mentre poco più del 30% dei suicidi femminili include violenza armata autoinflitta. La conseguenza diretta di questo studio è che per la popolazione maschile il primo tentativo è spesso l’ultimo, mentre ben oltre il 50% delle donne che muoiono per suicidio ha una storia clinica contrassegnata da uno o più tentativi passati.

Bonus psicologo in Italia: funziona davvero?

Introdotto con il decreto-legge 30 dicembre 2021, n.228 (convertito dalla legge 15/2022), e successivamente reso strutturale con la legge di bilancio 2023 (legge n.197/2022), il Bonus Psicologo è nato per fare fronte all’impennata di disturbi legati ad ansia, stress e depressione esplosi durante e dopo la pandemia da Covid-19. La misura prevede un contributo economico, parametrato in base all’ISEE, che oggi può raggiungere fino a un massimo di 1.500€ a persona.

Il Bonus Psicologo oggi si configura come un’occasione mancata che lascia centinaia di migliaia di cittadini, spesso giovanissimi, a gestire la propria sofferenza

Per il 2026, lo stanziamento e il rinnovo della misura sono stati sanciti dalla Legge di Bilancio 2026 che fissa il fondo a 8,5 milioni di , una cifra nettamente ridotta rispetto al 2022, anno in cui si è realizzato lo stanziamento più alto in assoluto, pari a 25 milioni di €. Ebbene, se da un lato l’importo massimo per cittadino si è alzato, il portafoglio dello Stato si sta via via restringendo. L’impatto di questi tagli si rileva chiaramente dai dati del 2025, anno in cui le risorse ammontavano a 9,5 milioni di . Durante i due mesi di settembre-novembre predisposti per l’invio delle candidature, sono arrivate 360mila domande per appena 7mila richiedenti ammissibili. Con un budget ulteriormente ridotto per l’anno corrente, è realistico stimare che anche le richieste del 2026 andranno incontro alla medesima, drammatica sorte. In questo modo, l’efficacia di quello che teoricamente sarebbe un potente strumento di risposta sistematica si scontra con una drastica e frustrante riduzione delle risorse pubbliche. Il Bonus Psicologo oggi si configura piuttosto come un’occasione mancata che lascia centinaia di migliaia di cittadini, spesso giovanissimi, soli a gestire il peso della propria sofferenza.

La risposta (solo teorica) dell’Ue

Come si pone Bruxelles davanti a questa emergenza dichiarata a livello globale? La risposta europea non si è fatta attendere. Post-pandemia, un europeo su sei accusava problemi di salute mentale e in questi ultimi anni il fenomeno è solo aumentato. Per questo, la Commissione Europea ha presentato nel 2023 una Strategia per la Salute Mentale. «L’obiettivo è quello di supportare gli Stati membri nell’attuazione di politiche e servizi che rafforzino la prevenzione, la diagnosi precoce e il trattamento dei disturbi mentali. Particolare attenzione è rivolta alla tutela della salute mentale di bambini e adolescenti, riconosciuti come soggetti particolarmente vulnerabili alle crescenti pressioni sociali, educative e digitali. Tra le misure previste figurano la creazione di una rete europea dedicata alla salute mentale dell’infanzia e dell’adolescenza, lo sviluppo di un kit di strumenti per la prevenzione dei fattori di rischio determinanti per il benessere mentale e fisico dei più giovani, e un rafforzamento della protezione online, anche in relazione all’utilizzo dei social media”.

Senza un reale obbligo di recepimento da parte dei governi nazionali, le nobili linee guida europee rischiano di rimanere una promessa su carta

L’obiettivo europeo è quindi scardinare l’attuale modello “reattivo”, che interviene tardivamente durante il verificarsi della fase acuta o drammatica del disturbo, per supportare un modello “proattivo”, dove la salute mentale viene equiparata a quella fisica. Tuttavia, questa imponente architettura teorica si scontra con un rigido ostacolo: la sanità resta competenza esclusiva degli Stati Membri. Non potendo quindi giuridicamente finanziare terapie per i cittadini o introdurre lo psicologo nelle scuole, alla Commissione non resta altro che fornire raccomandazioni o linee guida e stanziare fondi per la ricerca. Senza un reale obbligo di recepimento da parte dei governi nazionali, le nobili linee guida europee rischiano di rimanere una promessa su carta, lasciando l’efficacia delle cure ancora una volta legata alle fragilità dei singoli bilanci locali.

La Gen Z e il prezzo del silenzio istituzionale

Il paradosso più doloroso risiede proprio qui: i ragazzi oggi possiedono le parole per nominare il proprio dolore, ma non trovano nessuno pronto ad ascoltarle. La salute mentale dei giovani è il termometro del futuro di una società. Continuare a ignorarla significa rassegnarsi a un Paese o a un’istituzione sovranazionale che, per miopia economica, sceglie di sopravvivere ai propri figli anziché proteggerli. Riconoscere questo fallimento collettivo significa anche assumersi il dovere di offrire risposte concrete hic et nunc. Nessuna sofferenza dovrebbe essere vissuta in solitudine, e chiedere aiuto non è un segno di resa, ma un atto di fondamentale tutela di sé**.

*Giovanna Imbesi, Ricercatrice in Economia Internazionale e Laboratorio dell’Eurispes sui BRICS.
**Se stai passando un brutto periodo, o se conosci qualcuno che soffre, non esitare a contattare uno di questi servizi gratuiti e anonimi: Telefono Amico Italia: 02 2327 2327 (o via WhatsApp al 324 011 7252); Samaritans ODV: 06 77208977; Emergenze: 112 (Numero Unico Europeo). Chiedere aiuto è il primo passo per uscirne. Parlarne con qualcuno può fare la differenza.

Bibliografia

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