Innovazione

L’era della solitudine di massa. Benvenuti nel regno dell’uroboro

1981
05/06/2016, Milano, trasmissione televisiva Che tempo che fa. Nella foto Michele Ainis

Benvenuti nell’era della solitudine di massa. Benvenuti nell’era del narcisismo e dell’autoreferenzialità. La nostra è l’era del Web, uno specchio che non moltiplica l’immagine del mondo ma quella dei singoli individui. Questa la nostra “condizione umana”: connessi ma sostanzialmente soli, incapaci di ascoltare le ragioni e il pensiero dell’altro, chiusi nel club di chi la pensa come noi, sempre più prede del radicalismo e della paura.
E’ il “regno dell’uroboro” – questo il titolo dell’ultimo saggio di Michele Ainis – il serpente che si morde la coda formando un cerchio chiuso, dando vita al dominio dell’autoreferenza e minacciando la democrazia, il confronto delle idee e la partecipazione. Sul banco degli imputati il Web, la Rete, Internet e i suoi giganti, i Big Data: Apple, Microsoft, Amazon, Facebook, Google, Twitter, Whatsapp. «La nostra epoca – scrive Ainis – è quella del dominio del web sulle nostre esistenze, individuali e collettive». Il testo affronta con un linguaggio preciso e in modo lucido e ampiamente documentato, le tematiche della privacy, della post verità e delle fake news, della crisi della politica e della eliminazione dei corpi intermedi, del populismo, della paura sociale, del marketing che domina le logiche del web, della trasformazione della nostra società e dei rischi cui andiamo incontro.

Viviamo in una sorta di solitudine di massa. È una immagine triste e preoccupante. Ma fino a che punto ne siamo consapevoli?
Il sentimento che oggi prevale è la paura. Proprio per questo ci richiudiamo in noi stessi, incapaci di confrontarci con l’altro, con la diversità, con le opinioni differenti. La paura ci porta ad una radicalizzazione del pensiero e alla chiusura. In questo il web ha le sue responsabilità. Il sistema degli algoritmi tende a proporre all’infinito le stesse fonti da cui siamo alimentati, le stesse opinioni, le stesse informazioni. Si chiama echo chambre, camera dell’eco. Una metafora che evoca la ripetizione delle idee in un ambiente claustrofobico, impermeabile alla diversità dei punti di vista. Cerchiamo conferme al nostro modo di pensare e il web in questo ci accontenta ma non lo fa gratis.

Si riferisce alla profilazione di ogni utente della Rete?
Ebbene sì: il potere dell’algoritmo che regola la navigazione internet tende alla costruzione di un profilo di ciascun utente della Rete. Una specie di ritratto o di foto segnaletica a cui si arriva combinando le informazioni derivanti dalla nostra navigazione online e da quelle che spontaneamente offriamo, declinando i nostri gusti, le nostre preferenze, i nostri stili di vita, ciò che acquistiamo, ciò che desideriamo. Sono informazioni che hanno un grande valore commerciale e che servono ai grandi gruppi per indirizzarci offerte su misura. Archivi giganteschi che fanno gola ai grandi gruppi che offrono merci e servizi sul web. La comunicazione privata è diventata un bene di consumo e l’economia non gira più seguendo il movimento di merci e monete, bensì attorno ai flussi di informazione.

E quindi la merce siamo noi?
Sì, loro sono i produttori, noi siamo il prodotto. Un meccanismo analizzato dalla studiosa Shoshana Zuboff per la quale non veniamo più considerati persone ma informant. Il nostro valore non dipende più da ciò che siamo o da ciò che sappiamo ma dalle informazioni che trasmettiamo, dal loro valore commerciale.

In questo contesto, quali sono le ricadute politiche e i pericoli per la democrazia?
Iniziamo subito col dire che la Rete, da struttura aperta e pluralistica, si è trasformata in un microcosmo chiuso, dove lo sguardo corre in verticale e non più in orizzontale. L’obiettivo tanto declamato della democrazia digitale non è stato raggiunto. Gli spazi di vero confronto e di dialogo sono ristretti e l’autoreferenzialità è diventata la regola di ferro della Rete e quindi diviene sempre più difficile confrontare vedute opposte e interpretazioni discordanti. Prevalgono la polarizzazione di gruppo, la deriva radicale delle posizioni, l’odio per le opinioni diverse dalla propria, il settarismo, l’hate speech: parole violente come spari, che deflagrano ai quattro angoli del web. La realtà è che la tecnologia esprime una vocazione autoritaria e non libertaria, che privilegia la velocità e la semplificazione laddove, invece, la democrazia richiede tempi, procedure, riflessione. La democrazia non è mai stata cosi fragile come da quando siamo tutti connessi con un clic.

Fa riferimento alla disintermediazione e alla disinformazione oggi imperanti?
Il potere e la struttura stessa del web e dei suoi giganti tende ad eliminare i corpi intermedi. L’era della disinformazione è anche l’epoca della disintermediazione. Si tratta del fenomeno che mette in rapporto produttori e fruitori di un bene o di un servizio, saltando qualsiasi intermediario. Ma la nostra è anche l’epoca della disinformazione elevata a sistema, delle fake news, della post-verità che trova nel web le condizioni migliori per proliferare e per diffondersi.

Esiste una responsabilità dei mezzi di informazione? Cosa può e deve fare la stampa libera e indipendente per invertire questa tendenza?
Credo che per la stampa vi siano spazi e ruoli da custodire e da potenziare. Di certo la stampa non deve scimmiottare la Rete ma ribadire la sua vocazione alla riflessione, all’approfondimento, alla verifica delle fonti e delle notizie.

La sua analisi sociale e politica, con le implicazioni connesse alla democrazia, alla difesa delle prerogative e dei diritti della persona contro lo strapotere del web, è molto negativa. Da cosa si può ripartire? Su cosa scommettere, su cosa investire?
Sulla scuola, sul sapere, sulla libertà della ricerca e della formazione. La capacità critica, l’indipendenza di giudizio, sono elementi decisivi per la difesa della democrazia, per la tutela delle garanzie. Occorre inoltre restituire autorevolezza e funzioni ai corpi intermedi che garantiscono equilibrio e separazione dei poteri, recuperando il senso di comunità e di appartenenza. Non è un percorso facile ma è doveroso intraprenderlo’.

Michele Ainis è fra i più noti costituzionalisti italiani. Scrive su La Repubblica e su L’Espresso. Dal 2016 è membro dell’Antitrust. Fra i suoi ultimi volumi Privilegium (2012), Le parole della Costituzione (2014), La piccola eguaglianza (2015), L’umor nero (2015). Per la nave di Teseo ha pubblicato il saggio La Costituzione e la Bellezza (con Vittorio Sgarbi, 2016) e il romanzo Risa (2018).

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