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L’Italia più autentica è quella dell’altruismo. Mattarella richiama alla responsabilità

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Speranza, fiducia, responsabilità, dialogo, questi i termini più ricorrenti nel tradizionale discorso di Capodanno con cui il Capo dello Stato si è rivolto agli italiani. Nessuna retorica nella tessitura di un intervento che merita una riflessione supplementare.

Il Presidente ha impostato il suo discorso operando un interessante meccanismo di proiezione, servendosi di un’immagine dell’Italia dallo spazio ricavata dagli archivi della NASA, donatagli da Julie Payette, attuale governatrice generale del Canada. Un modo originale ed anche efficace per sorvolare sulle beghe quotidiane di una politica miope, avvitata su se stessa, sempre più litigiosa e per invitare tutti a cambiare punto di vista, mediante il recupero del senso della distanza, insieme a una visione d’insieme e al senso di una maggiore obiettività.
La filosofa Donatella Di Cesare nel recente saggio Sulla vocazione della filosofia (ed. Bollati Boringhieri) spiega molto bene i rischi legati all’esercizio di un’autoreferenzialità quasi sistematica, che nega l’esistenza di un “mondo fuori”. La società digitale ci ha, infatti, fatto piombare in un’“immanenza satura”, una sorta di “uno-tutto” parmenideo, in cui ciascuno coltiva l’illusione di bastare a se stesso, come se fosse sufficiente il bagliore virtuale di un selfie collettivo per ritrovare un’identità e una dimensione, come se potesse esistere pensiero senza qualcosa che stia appunto “al di fuori”, con cui occorre costantemente misurarsi. In questa dinamica “l’altro” ‒ come identità e come “circostanza che ci chiama all’essere”, che ci richiama ai doveri, conferendo sostanza etica al nostro agire, come insegna Bertrand Badie ‒ che fine ha fatto? Sembra svanito in un presente asfittico, inghiottito da un pensiero unico che sta uccidendo la dialettica e il senso autentico della ricerca. Un vero peccato se si considera, tornando alle parole di Mattarella, che a guardarla dal di fuori, l’Italia protesa nel Mediterraneo, cerniera tra L’Europa continentale, il Nord Africa e le civiltà dell’Oriente appare come un prezioso punto di incrocio invidiabile per lo stile di vita, la sua politica di pace, l’impegno delle sue Forze armate nelle aree critiche del pianeta, la tradizione culturale, il valore delle sue imprese, il lavoro silenzioso di milioni di cittadini, che con spirito di abnegazione hanno fatto grande un Paese, superando mille difficoltà.

Esiste una diffusa domanda di Italia che alimenta la speranza. Inspiegabilmente non riusciamo però sempre a fare nostra questa positività, a tradurre in un motore di autentica ripresa l’attestato di stima che gli altri sono disposti a tributarci. Forse perché sono tanti i problemi, che il nostro Presidente non ha certo sottaciuto, che ci attanagliano: il lavoro che manca, le diseguaglianze crescenti, il pesante deficit occupazionale, l’eterna e irrisolta questione meridionale, i tanti tavoli di aperti dall’Ilva all’Alitalia che mettono a rischio la vita di tante famiglie. A fronte di tutto questo si vede comunque uno spiraglio, ed è questo passaggio che merita particolare attenzione, un margine di manovra perché il nostro Paese possa tornare a svolgere un ruolo decisivo in Europa e nella comunità internazionale. Al di là delle ferite e delle tante attese tradite, c’è, ancora un’Italia che non ha dimenticato lo “scheletro contadino” di una “generazione di uomini” che con volontà, abnegazione, ha superato la distruzione morale e materiale della guerra gettando le premesse di una grande rinascita. Quella impegnativa eredità è oggi visibile nella capacità di impresa e di innovazione che il nostro contesto sa esprimere, nelle tante eccellenze e nelle buone pratiche che caratterizzano molte realtà territoriali da Nord a Sud. È evidente che per dare fiato alla fiducia, sarà decisivo il buon funzionamento delle Istituzioni pubbliche che devono favorire la coesione sociale, fornendo risposte adeguate in tempo utile ai bisogni concreti dei cittadini. La democrazia si rafforza nel riavvicinamento reale tra classi dirigenti e cittadini, in un rinnovato clima di fiducia che si traduce in concreto nella voglia di rimettersi in gioco.

Nodo cruciale: la cultura della responsabilità, ecco la terza parola chiave dell’argomentazione del Presidente. Le formazioni politiche in primis dovrebbero avvertire questo bisogno etico, così come le imprese, le formazioni intermedie, le associazioni di categoria che non hanno di certo esaurito la loro missione sociale nell’universo in divenire della quarta rivoluzione industriale.
«La cultura della responsabilità costituisce il più forte presidio di libertà, quale principio fondante della nostra Repubblica». Sono in particolare le nuove generazioni che stanno dimostrando di avere compreso il senso di questo messaggio esercitando una capacità di osservazione più ampia della realtà, che permette loro di comprendere appieno le contraddizioni della dimensione globale e il peso di scelte interdipendenti che bisognerà prendere al più presto per dare un volto sostenibile al governo del mondo.
I giovani hanno chiaro (implicito è apparso in queste parole il rimprovero alle classi dirigenti, affette da quel virus della “qualipatia” denunciato molto bene dal Presidente Gian Maria Fara nell’ultimo Rapporto Italia dell’Eurispes) che i mutamenti climatici sono una questione serissima che non tollera ulteriori rinvii. Dalle scelte ambientali dipenderanno infatti le maggiori occasioni di sviluppo e di creazione di posti di lavoro nell’immediato futuro. Una società sempre più vecchia dovrebbe saperlo bene, avendo particolare bisogno dell’apporto giovanile non solo per gli effetti positivi sulla sostenibilità al sistema del welfare che ne derivano, ma anche per l’attuazione di un adeguato ricambio generazionale, che possa ridare al Paese il passo di una crescita reale, finalmente condivisa.

«Conserverò con cura una sedia dell’Associazione disabili che porta su una scritta: “Quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo il privilegio di essere liberi”». La forza di questa frase esprime il “cuore” dell’argomentazione di Mattarella perché restituisce il senso di una convivenza da ritrovare e la forza di virtù da coltivare, come il civismo e il sentimento kantiano del rispetto, che i tanti rigurgiti di xenofobia hanno rarefatto, rendendolo impalpabile. Non dimentichiamo che l’Italia più autentica è quella dell’altruismo, pronta a riconoscersi nel sacrificio dei tre Vigili del fuoco morti in occasione della tragica esplosione della cascina ad Alessandria e nel gesto di generosità del sindaco di Rocca di Papa che, a costo della vita, ha aspettato che il palazzo comunale fosse totalmente sgombro, prima di tentare un ormai impossibile allontanamento. Se ci si sofferma su questi importanti momenti della storia collettiva in cui il bene comune prevale, appare possibile realizzare «un progetto di società altruista, fondato su una comunità eticamente orientata, aperta al dialogo (emerge adesso il quarto termine richiamato all’inizio». Il Presidente ha chiamato in causa i cybernauti, sempre più diffusi, invitandoli a usare «con senso civico e della misura» i social, che sono canali straordinari di ampliamento della conoscenza a patto di saperli usare senza deformare i fatti e le identità, in un mascheramento che rischia di alterare lo scambio di opinioni, offuscando il valore della verità e il diritto a un’informazione obiettiva e libera.

Ma è dalla prospettiva di chi come Eurispes opera da tanti anni sul terreno complesso della ricerca che è possibile individuare gli accenti più stimolanti del discorso presidenziale. «Del mosaico che compone la società italiana vi sono alcune tessere preziose, che sono le tante Università e i centri di ricerca, e le istituzioni della cultura. Si tratta di costellazioni vere e proprie, di luoghi del pensiero e di innovazione che affascinano per il patrimonio inestimabile di idee e di energie che ci fanno essere ottimisti per il futuro». Essenziale però ‒ questo a nostro avviso il punto critico di questa fase storica ‒ rendere disponibile e patrimonio condiviso questi inestimabili giacimenti di sapere. La «cultura è infatti un eccezionale propulsore di qualità della vita», peccato che troppo spesso ce ne dimentichiamo. La celebrazione di Leonardo da Vinci al quale è stato dedicato il 2019, cui farà seguito quella di Raffaello nell’anno che si è appena aperto, va in quest’ottica, letta come il tentativo di trovare l’ispirazione giusta per proiettarsi oltre la negatività del cattivo presente, lo scetticismo di maniera, il declinismo organizzato e programmato, le nuove false frontiere e gli steccati ultimamente eretti per separare non solo le nazioni, ma le città, divenute trincee di esclusione, anziché agorà e luogo di costruzione delle identità.

«La speranza consiste nella possibilità di avere sempre qualcosa da raggiungere», è suonato forte il ringraziamento a Luca Parmitano, astronauta capace di presidiare la frontiera avanzata dello spazio, settore in cui l’Italia è tradizionalmente tra i principali protagonisti. Si è, infatti, chiuso così il cerchio di una riflessione che si era aperta con la suggestione di uno “sguardo oltre” che dall’alto ha fatto emergere l’inconsistenza dei tanti focolai di odio e di conflitto che stanno attraversando (la grave tensione esplosa in Medio Oriente e in Nord Africa in questi giorni è un’ulteriore tragica conferma delle difficoltà a risolvere le controversie con le armi della ragione diplomatica) il nostro “piccolo” pianeta.
In conclusione, è emersa, tra le righe dell’intervento presidenziale, una chiara priorità: bisogna impegnarsi per dare il via a una nuova ricostruzione morale prima che economica, diversa da quella sperimentata dall’Europa dopo il grande incendio dei conflitti mondiali, ma non meno impegnativa e densa di insidie. Se il pianeta osservato dall’alto può, infatti, apparirci diverso, per molti aspetti addirittura “capovolto”, bisognerà ritrovare un percorso di senso per orientarsi. Sarà questa la cifra dei prossimi anni, se vogliamo ritrovare un’architettura razionale in cui i valori della democrazia liberale, dell’uguaglianza e della solidarietà possano ritrovare un’autentica attuazione nella vita di ogni giorno.

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