Lucia Annunziata e i soldi per il Sud. Rendere giustizia al Mezzogiorno

Nella trasmissione di Lucia Annunziata, Mezzora in Più, andata in onda domenica sera (29 marzo) su Rai 3, si parla dei disordini avvenuti al Sud in seguito al crescere del dramma povertà, dopo il fermo delle attività economiche per l’emergenza Covid-19. Si discute dei 400 milioni che il governo Conte ha messo a disposizione per aiutare la gente che vive in condizioni di grande difficoltà e che non riesce a fare la spesa. Risulta davvero interessante notare la piega presa a un certo punto dalla discussione, quando la conduttrice rivolge a Ferruccio De Bortoli la seguente domanda: “Esiste un’emergenza sociale o si tratta di semplice e pura delinquenza dietro a queste cose?”, riprendendo poi con l’affermare che “comunque la soluzione non può essere solo soldi di nuovo”. Orbene, ciò che colpisce di più è quel “di nuovo”.

Eppure, Lucia Annunziata, ex presidente della Rai, si è laureata in filosofia con una tesi proprio sui “contributi statali per il Sud e il movimento operaio”. Pertanto, dovrebbe sapere molto bene che durante il periodo di massimo finanziamento al Sud, tramite la Cassa per il Mezzogiorno, il Meridione riceveva lo 0,5% del Pil italiano, quando contemporaneamente il Nord ne percepiva il 35%. Dovrebbe altresì sapere che di quello 0,5% a beneficiarne, nell’ultimo periodo della Cassa, come attestato dal Fondo Monetario Internazionale, erano per l’80% aziende del Settentrione; le quali, peraltro, iniziavano i lavori, intascavano i soldi, e poi abbandonavano tutto, lasciando spesso sul territorio meridionale le famigerate “cattedrali nel deserto”. E ancora, quale esperta del settore, dovrebbe essere a conoscenza più di chiunque altro che, ad esempio, solo dal 2000 al 2017 il Sud si è visto sottrarre illecitamente dallo Stato italiano qualcosa come 840 miliardi, dirottati al Centro-Nord (vedi in figura 1 il quadro d’insieme sintetico); e ciò in aperta e sistematica violazione della Costituzione, in particolare, e soprattutto, degli articoli 117 e 119 del Titolo V (recepente le modifiche sul federalismo fiscale), in violazione delle leggi attuative della Costituzione (come, ad esempio, la 243 del 2012), del Dpcm del 27 marzo 2015, nonché in elusione delle sentenze della Corte Costituzionale (come, ad esempio: la n. 141/2016 o la n. 273/2013 o anche la n. 65/2016).

Figura 1

Fonte: Sistema Conti Pubblici Territoriali (Relazione annuale CPT 2019).

Con tali violazioni perpetrate dallo Stato (soprattutto nella fattispecie della Commissione Bicamerale per l’Attuazione del Federalismo Fiscale) si concretizzano situazioni in cui in un numero enorme di comuni del Sud Italia, nonostante vi risiedano numerosi bambini, non si ha diritto alla presenza di nemmeno un asilo nido (come ad Altamura che, con 1.800 bambini, vi pervengono per gli asili nido zero euro). Oppure si verificano tantissimi casi paradossali come quello, emblematico, del confronto fra le due Reggio: Reggio Emilia e Reggio Calabria, dove alla prima che ha già molti più servizi è riconosciuto un fabbisogno standard di 139 milioni d’euro, mentre a Reggio Calabria, che ha meno servizi, di 104 milioni. Vale a dire, 35 milioni in meno, nonostante la stessa abbia 9mila abitanti in più (la prima ne ha 171mila e la seconda 180mila). E ancora, la spesa per la cultura a Reggio Emilia prevede il riconoscimento di 21 milioni di euro, a Reggio Calabria solo 4. Per l’istruzione, alla prima sono concessi 28 milioni e alla seconda 9. Per l’edilizia abitativa, alla prima delle due città sono elargiti 54 milioni e alla seconda 8 appena (a tale proposito, basterebbe anche solo aver presenti quelle immagini di paesaggio urbano di tantissime parti del Sud, i cui abitati, gli edifici, i cortili, ecc. figurano in condizioni logore, deteriori, rovinose e prive di coerenza urbana). Per le politiche sociali (disabili inclusi), a Reggio Emilia sono riconosciuti circa 40 milioni, a Reggio Calabria 17. Presso la prima vi sono poi 60 asili, mentre nella seconda solo 3, peraltro realizzati e manutenuti non da finanziamenti dello Stato ma comunitari. E in particolare, per gli asili nido, Reggio Calabria riceve 59 euro pro capite l’anno, mentre Reggio Emilia 2.400 euro pro capite (contribuendo questo, peraltro, come evidenziato dalla Svimez, all’aumento della disoccupazione femminile; al Sud del 20%: più che doppia rispetto al Centro-Nord e quasi tripla rispetto alla media europea). Vorrei evidenziare che, nonostante questo, una famiglia media a Reggio Calabria paga 783 euro di tasse in più rispetto a una di Udine. O che per il sostegno all’occupazione, alle industrie, per i trasporti, per la sanità, ecc. lo Stato spende al Centro-Nord somme pro capite enormemente e sistematicamente maggiori che al Sud (vedi nostro 32° Rapporto Italia, i dati dei Conti Pubblici Territoriali, i dati Svimez o quelli dell’Istat) e che questo criterio di ripartizione dei fondi pubblici fra le due parti del Paese è chiamato “spesa storica”. E ciò non solo per confondere le idee a chi si chiede come mai persista una simile ingiustizia, ma perché è realmente storica. Ovvero è così da sempre: da quando è stata fatta l’Unità d’Italia; tuttavia, non per lasciare inalterata una situazione preesistente all’Unità, bensì per capovolgerla. Non staremo qui a parlare di quanto ampiamente dimostrato oramai da fior fiori di storici, economisti, analisti, sia italiani che stranieri, da autorevolissime agenzie e Istituti di ricerca nazionali e internazionali. Poiché – oltre al fatto che all’alba dell’Unità i più grandi e moderni opifici si trovavano al Sud, presso cui peraltro vent’anni dopo l’unificazione, il censimento del Regno d’Italia (del 1881) registrava ancora la più alta percentuale di occupati nell’industria sul totale della popolazione attiva (Centro: 23,6%; Nord: 25,4%; Sud: 30,7%) – forse basterebbe anche solo dare un’occhiata al diagramma della figura 2 per conoscere, pure solo in termini intuitivi, quale fosse la situazione italiana all’alba dell’Unità, da quelle che furono le rilevazioni effettuate dal convinto unitarista, economista e presidente del Consiglio dell’Italia di inizio Novecento, Francesco Saverio Nitti.

Figura 2
Quantità di moneta circolante ritirata dal neonato Regno d’Italia ai diversi Stati italiani (milioni di lire; e percentuale sul totale) [Fonte: nostra rielaborazione a partire da Nitti, F.S., 1900. Nord e Sud. Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, Torino-Roma].

Come pure, per capire come venne, da subito, fatto di tutto per invertire le sorti, basterebbe anche solo sapere che a Unità conclusa “lo Stato spendeva mediamente 50 lire per ogni cittadino del Nord e 15 per quello del Sud.” (Del Boca, L., 2001. Maledetti Savoia. Piemme). O che dal 1862 al 1898 il novello Stato italiano spendeva, per le opere idrauliche in agricoltura (allora la principale attività economica in Italia), in Campania 198 volte in meno che in Lombardia, 223 volte in meno che in Emilia e addirittura 374 volte in meno che in Veneto (Carano – Convito, 1928. L’economia italiana prima e dopo il Risorgimento. Vallecchi, Firenze, p. 180, riprod. parz). E tutto ciò all’interno di un sistema fiscale che vedeva il Sud pagare imposte enormemente più gravose del Nord; col risultato (ne va dato atto: eccellentemente conseguito) di dar vita a un divario Nord-Sud che si è allargato nel tempo sempre di più, fino ai giorni nostri partendo proprio da quel fatidico 1861 (figura 3).

Figura 3
Confronto tra gli andamenti nel tempo del Pil pro capite del Nord e del Sud d’Italia (sulla base dei prezzi del 1911) [Fonte: Grafico 8 da Daniele, V., Malanima, P., 2007. Il prodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in Italia (1861-2004). Università “Magna Græcia”, Istituto ISSM-CNR (Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo – Consiglio Nazionale delle Ricerche). In: “Rivista di Politica Economica”, III-IV].

Tuttavia, per Lucia Annunziata, al Sud non possono essere concessi “soldi di nuovo”.
Altro passaggio interessante è la domanda che la giornalista rivolge a Ferruccio De Bortoli a proposito dei suddetti disordini di questi giorni al Sud: “Esiste un’emergenza sociale o si tratta di semplice e pura delinquenza dietro a queste cose?” Mi piacerebbe invitare Lucia Annunziata a leggere qualche pagina de’ I tempi della storia: economie, società, civiltà (1986) dell’immenso Fernand Braudel oppure de’ I banditi – Il banditismo sociale nell’età moderna (2002) del grande Eric John Hobsbawm o delle opere di tanti altri, anche nostrani, i quali mostrano come il Nord prima dell’Unità (e per secoli), quando era ancora povero e degradato, fosse un vero e proprio Far West, caratterizzato da un universo endemico di criminalità organizzata, in cui si praticavano il taglieggiamento, il traffico della prostituzione, i sequestri di persona, con l’esistenza di vere e proprie cosche mafiose ante litteram e un feroce banditismo che per razziare e stuprare realizzava vere e proprie occupazioni militari d’interi paesi (una trattazione completa e sintetica dell’argomento la si trova anche in Italós, 2017). Probabilmente Lucia Annunziata ignora il fenomeno secondo cui allo scarseggiare delle risorse aumentano, inesorabili, i livelli di aggressività e di violenza (vedi, ad esempio, varie opere del Premio Nobel Konrad Lorenz). E quando la penuria di sostanze diviene strutturale e protratta nel tempo si attiva poi la fenomenologia di genesi delle mafie. Così come avvenuto in passato in Irlanda ad esempio che, ridotta a colonia e profondamente depauperata dagli inglesi per secoli (al punto da divenire nella prima metà del Novecento una delle aree più degradate, povere e arretrate dell’Europa occidentale), diede vita all’Irish Mob: prima mafia ad attecchire negli Usa e più vecchia di quella italiana. O come accadeva alla Chicago della prima metà del Novecento, alla stessa New York della seconda metà dell’Ottocento, alla Lombardia ottocentesca (i cui lombardi erano definiti “i nulli” dai loro sfruttatori austriaci), alla Lombardia di manzoniana memoria (con i suoi bravi e l’omertosa diffusa mentalità donnabondiana), alle sacche di degrado socioeconomico generanti la mafia serba, russa, ecc. Certi fenomeni non sono la causa, bensì la conseguenza del degrado. La storia economica ci insegna che da tali piaghe si guarisce; e ne si esce proprio quando nei contesti sociali, da ciò afflitti, si interrompe la spirale di impoverimento e degrado: vero terreno di coltura per il persistere e il potenziarsi di simili flagelli. Tuttavia, Lucia Annunziata dice no a “soldi di nuovo” per il Sud. Evidentemente, perché i soldi mandati al Sud finiscono sprecati fra le maglie di corrotti e mafiosi. Peccato che questo radicato, quanto infondato, luogo comune sia stato sfatato proprio dalla Commissione Bicamerale per l’Attuazione del Federalismo Fiscale, la quale ha appurato che gli sprechi ci sono, ma di certo al Sud non sono superiori che al Centro-Nord, anzi! (al riguardo vedi anche: https://www.leurispes.it/autonomia-differenziata-rischia-di-alimentare-la-fake-news-del-sud-che-campa-alle-spalle-del-nord/).
Nella trasmissione si sono evidenziati gli scontri avvenuti giorni fa in Sicilia. Contrariamente a quanto diffuso nell’immaginario collettivo, non è la Sicilia a dissanguare lo Stato, ma l’esatto contrario (vedi nostro reportage: https://eurispes.eu/wp-content/uploads/2020/03/eurispes_studio-sicilia-2020.pdf). In Sicilia sussiste una tale situazione che è solo un miracolo se non vi deflagra un’insurrezione. Se si pensa poi – come dal nostro reportage emerge – che il drenaggio emorragico di risorse dalla Sicilia viene compiuto da uno Stato che, in modo illecito e sistematico, viola la Costituzione, lo Statuto siciliano e le sentenze della Corte costituzionale, suonano davvero paradossali le parole pronunziate da Ferruccio De Bortoli che (in risposta alla domanda/affermazione di Lucia Annunziata), pur sostenendo l’impellenza di aiutare tutti, sottolinea che il «senso civico e di solidarietà nazionale che ci deve accomunare non deve far venir meno il senso della legalità». E anziché focalizzare il cuore del problema, ossia le reali cause di certi fenomeni, si sposta l’attenzione esclusivamente su quelle che altro non sono che le inevitabili conseguenze (di gran lunga inferiori al confronto) delle incommensurabili nefandezze commesse dallo Stato.
Da ultimo, quando la discussione volge sulla non del tutto entusiastica solidarietà dell’Europa verso l’Italia, in seguito all’emergenza da Coronavirus, colpisce come Lucia Annunziata citi con grande apprezzamento il passaggio finale di un editoriale del giorno di De Bortoli sul Corriere della Sera, nel quale si legge: «L’Italia perde ogni anno circa 20 miliardi di euro di imponibile sui profitti realizzati da multinazionali italiane con sede in paradisi fiscali, di cui 17 in paesi europei» e Amsterdam è la preferita. In altre parole, si mette in evidenza che se da un lato l’Olanda e altri paesi europei sono contrari ai coronabond proposti dall’Italia (della quale evidentemente non si fidano – afferma De Bortoli – perché considerata sprecona), dall’altro però tali paesi, col gioco delle tasse pagate alle aree ove le aziende hanno sede fiscale, sottraggono una quantità immensa di denaro all’Italia che, eminentemente, non può beneficiare delle imposte sui prodotti che tali aziende le vendono. Esattamente quanto avviene fra Centro-Nord e Sud Italia. Se però sul rapporto tra Italia e paesi Ue la cosa suscita il disappunto dei due giornalisti, la medesima questione, riguardante invece il rapporto nostrano fra Nord e Sud, non merita alcuna rilevanza o attenzione di sorta. C’è voluta la voce dell’economista Luigi Zingales (professore presso la University of Chicago Booth School of Business) che, in collegamento da Chicago ha fatto notare ai due interlocutori (e al pubblico) che l’atteggiamento tenuto dall’Olanda e da altri paesi europei (da essi recriminato) è lo stesso tenuto dal Nord nei confronti del Sud Italia; atteggiamento che Zingales non ha esitato rimarchevolmente a definire di natura razzista.

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