Quando “Decadenza Capitale” fa più paura di “Mafia Capitale”

Le recenti vicende di “Mafia Capitale”, al di là dell’inevitabile pompaggio mediatico per quella che è una collezione di diverse inchieste già al lavoro da tempo, riconducono all’attualità la “questione romana”, vale a dire il complesso cammino verso la modernità che ha sempre contraddistinto la città di Roma e che si traduce, negli ultimi decenni, in una lunga decadenza, con il fondato rischio di trascinare con sé l’intero Paese. Un ragionamento che spieghi i “mali di Roma” non può che essere articolato e multidimensionale: svilupparlo in poche righe rappresenta una fatica di Sisifo. Basti pensare all’indugio che pervade il nostro interlocutore, chiunque esso sia, quando gli poniamo la fatidica domanda: “Qual è il principale problema di Roma?”. La lista sarebbe lunga, individuare le priorità impresa ardua, scegliere il Problema è come tentare il terno al lotto. Azzardiamo, se non una risposta, almeno una linea interpretativa: Roma soffre primariamente per una condizione di “anomia indifferenziata”, che si traduce nell’assenza di dialogo tra i suoi attori sociali, storicamente differenziati in quanto a classe sociale, etnia, lingua, ceto, confessione religiosa, nazionalità, professione. Silenzio e isolamento rappresentano lo status quo dei diversi gruppi sociali, in un’indifferenza basata su un fragile equilibrio, come tale pronto a essere infranto da un nonnulla: da Tor Sapienza alle bancarelle di Piazza Navona basta poco per far scoccare la scintilla, esplodere scontri di piazza che nascono da moti di rabbia a lungo repressa, non sublimata in razionalità politica a causa della decadenza delle consuete agenzie di socializzazione.

Chi dice, aggrottando le sopracciglia al primo cassonetto bruciato, che nelle strade di Roma ci sia un eccesso di conflitto dimentica che questa città nasce con un tributo alla conflittualità. Nasce con Romolo che uccide Remo, non con i due fratelli che cooperano armoniosamente. Roma è sempre stata un coacervo di contraddizioni, di cui forniamo di seguito un breve elenco. Il suo essere metropoli, con peculiarità proprie irrintracciabili altrove, e contemporaneamente Capitale, da cui l’ingrato compito di rappresentare il Paese, mostrando in sé una parte di ogni città italiana. La sua dialettica tra un centro, diventato per volontà del fascismo un “non-luogo” dedicato alla rappresentanza politico-diplomatica (e oggi commerciale-turistica), e una periferia, anzi molte periferie, ciascuna con una propria identità e storia sociale. La sua difficile convivenza tra un Passato impegnativo (la Roma della Grande Bellezza, quando era meta dei Grand Tour dei reali stranieri e affascinava gli intellettuali) e un Presente deludente, quasi da inevitabile Grande Bruttezza. L’eterno dilemma tra un format urbanistico basato sulle “polarità” – tante microcittà che evitino di intasare il centro e portino i servizi anche in periferia – e la continua tendenza a perseguire il “modello a raggiera”, con il centro come cuore vitale che sprigiona forza attraverso le arterie viarie. La drammatica aggressione all’Agro Romano, da secoli riserva di grano della città e adesso sbrindellato da uno sprawl urbano irrefrenabile e irrispettoso. La tendenza a passare dalla dimensione della “città che produce” (manufatti, servizi, cultura, leggi, manifestazioni) alla “città che consuma”, quindi che inquina, che sporca, che macina risorse senza dare in cambio niente. Infine, il progressivo abbandono delle strade e delle piazze come luogo di incontro, al limite anche di scontro: non traggano in inganno i riot di Tor Sapienza, le violenze domenicali degli ultras e i problemi di ordine pubblico di qualche manifestazione del sabato, i romani oggi si incontrano “in Rete”, discutono nei forum e si affidano ciecamente a quella “sfera pubblica virtuale” che, accanto a indubbie potenzialità, rischia di svuotare le piazze, quei circoli ancora aperti dei partiti, le parrocchie, insomma i luoghi di incontri in cui ogni individuo si formava la propria personalità sociale e imparava come vivere insieme agli altri significasse scrivere e cancellare, dare colpi di reni e colpi di spugna, conoscere l’arte del compromesso senza svendere le proprie convinzioni.

Questa è Roma, lo era prima di “Mafia Capitale” e lo sarà, presumibilmente, dopo che i magistrati avranno terminato il proprio lavoro.

Torniamo alla nostra domanda di partenza: qual è principale problema di Roma? Al di là del traffico, dell’inquinamento, della viabilità pubblica, della diffusa corruzione, esista una carenza strutturale, invisibile ai più: scegliere la filosofia di questa città e concretizzarla in policy che risveglino la nostra Bella Addormentata. Costruire una task force di urbanisti, architetti, sociologi, antropologi, statistici, giornalisti e attori istituzionali che sappia ascoltare la città, ne conosca la storia e imbocchi una strada per il suo sviluppo in coerenza con il sistema-Italia e con il ruolo delle metropoli nella nuova costruzione europea. Recuperare la dimensione costruttiva dei conflitti, valorizzare le differenze, ravvivare la voglia di discutere, di confrontarsi, di uscire di casa. Ripartiamo da qui, il “mondo di sotto” ci farà meno paura.

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