Terrorismo

Manchester: un colpo alla strategia della Casa Bianca per stabilizzare il Medio Oriente

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L’attentato di Manchester, come sempre in questi casi, assume un significato poliedrico. Ma un aspetto sembra prendere il sopravvento su tutti gli altri: la scelta dell’attuale momento internazionale. La strage alla Manchester Arena avviene, infatti, mentre il presidente americano Trump sul suo fronte interno è bersagliato da una campagna surreale di isteria antirussa fondata più che altro sulla volontà dello “stato profondo” americano di metterlo al tappeto, e mentre lo stesso presidente sta tentando nel suo primo tour di incontri internazionali una difficilissima mediazione nell’incandescente e straconfuso scenario mediorientale.

Trump aveva chiesto alla conferenza di Riyad ai Paesi islamici (sunniti), in primis, all’Arabia Saudita – ritenuta la massima finanziatrice del fondamentalismo islamico wahabita e salafita nonché del terrorismo, da al Qaeda all’Isis – letteralmente di “cacciarli via” (drive them out), i terroristi dai loro Paesi. Vale a dire di interrompere ogni forma di sostegno sotterraneo al piano perseguito anche dai neoconservatori americani, di destabilizzazione e di creazione di caos nell’area mediorientale, fondamentale crocevia di enormi interessi economico-finanziari e geopolitici.
È altrettanto vero che il discorso di Trump al mondo sunnita è colmo di ambiguità: è stato accompagnato dalla vendita di ingenti quantità di armamenti a un regime quantomeno discutibile come quello della casata dei Sa’ud; o la retorica guerrafondaia sfoderata nei confronti di un Iran che ha appena confermato la sua volontà di dialogo con la rielezione del moderato Rouhani.
Ma su entrambe queste grosse contraddizioni occorre dire qualcosa.

La compromissione con la monarchia assoluta saudita, non tenera verso oppositori politici e verso le minoranze religiose, e impegnata in un sanguinoso conflitto in Yemen che miete moltissime vittime civili, soprattutto donne e bambini, può anche essere interpretata come un cambiamento di approccio da parte dell’amministrazione americana. Non più la dottrina Wolfowitz, del cambio di regime, dell’esportazione della democrazia o la strategia di Obama delle primavere arabe (che hanno prodotto conseguenze disastrose dall’Afghanistan, all’Iraq, alla Libia, e che sono state sul punto di far collassare un Paese enorme come l’Egitto). Al suo posto un dialogo pragmatico con quelli che sono i detentori del potere, in funzione degli obiettivi prioritari della pacificazione del Medio Oriente e dello sradicamento del terrorismo.

Quanto all’Iran, si tratta di capire fino a che punto i toni bellicosi usati da Donald Trump vadano oltre l’obiettivo di compiacere l’Arabia Saudita, acerrima nemica di Teheran, e di soddisfare l’amico di famiglia Netanyahu. Anche Israele sta forse capendo che la devastazione compiuta dall’Occidente di interi Paesi suoi vicini, retti da regimi laici come Iraq e Siria, ma anche Libia, non si sia rivelato un grande affare per la propria economia, la più dinamica dell’area. Questi erano gli unici mercati evoluti della regione, nei quali si stava formando una classe media e avrebbero costituito un naturale sbocco alla fiorente economia israeliana. Inoltre, bisogna anche ricordare che la strategia di Obama verso l’Iran, non era di pace duratura ma solo di sospensione delle ostilità, per circa un decennio. Lo schema, non dichiarato al grande pubblico, ma presente in documenti riservati, era all’incirca il seguente: prima finiamo di destabilizzare la Siria e il nord Africa, Egitto, Algeria, solo dopo, per non aprire troppi fronti contemporaneamente, all’Iran dovrà toccare la stessa sorte.

L’esplosione che ha reciso giovani vite innocenti a Manchester è stata dunque oggettivamente un colpo lanciato sulla strategia della Casa Bianca per la stabilizzazione del Medio Oriente e per spezzare qualunque forma di complicità tra Stati e organizzazioni sunnite con il terrorismo internazionale. Da parte degli Stati Uniti sembra profilarsi una svolta che consenta all’Occidente e ai Paesi arabi di archiviare decenni di errori. Una svolta che crea premesse solide anche per la riapertura di un processo di pace tra Israele e Palestina.

 

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