Emergenza Sahel: la pandemia nella pandemia

Un’area fragile e martoriata

Nel 2014 è stato pubblicato in Italia un libro curato da Maria Luisa Maniscalco che analizzava, col contributo di diversi ricercatori, la drammatica condizione del Sahel. Si intitolava, non a caso, Sahel in movimento, edito da L’Harmattan Italia in collaborazione con il Cemiss (Centro Militare Studi Strategici). Nel testo, già allora, si analizzava e denunciava l’estrema povertà dell’area, la forte crescita demografica e la marginalizzazione delle comunità periferiche che stavano esasperando la condizione di cronico sottosviluppo del territorio, acuito dalle “primavere arabe”, dalla fine del regime di Gheddafi e dalla diffusione degli estremismi di matrice fondamentalista. La presenza di basi terroristiche e la progressiva desertificazione unita a prolungati periodi di siccità spingevano la popolazione locale a fuggire cercando sopravvivenza altrove, spesso generando frizioni o veri e propri scontri con le popolazioni residenti nei paesi di transito. La fragilità delle istituzioni dei paesi del Sahel certo non aiutava a contrastare l’emorragia di persone che, già all’epoca, svuotava un territorio martoriato da uno dei tassi di povertà e crisi alimentari più alti del Pianeta.

Interventi dall’Europa

Il Consiglio Europeo approvò, dunque, un documento specifico “Strategie dell’Unione per la sicurezza e lo sviluppo nel Sahel”, in cui si dichiaravano gli interessi specifici dell’Unione e la necessità di ridurre l’insicurezza per agevolare lo sviluppo locale. Seguì da questo documento la missione “Eucap Sahel-Niger” per fornire consulenza e formazione alle forze di sicurezza interne al Niger e per un migliore coordinamento con il Mali e la Mauritania. Contestualmente, si avviò la missione militare “Eutm Mali” per garantire assistenza e mentoring alle Forze armate maliane, mantenendole sotto il controllo delle autorità civili. Infine, nell’ottica del comprehensive approach europeo, in Mali fu promossa la missione civile “Eucap Sahel-Mali” con lo scopo di difendere la democrazia, già flebile, per ristabilire l’autorità dello Stato in un territorio in cui le avanzate jihadiste sembravano inarrestabili.

Gli interventi descritti sono stati spesso più di tipo militare, più vocati a difendere vagamente le istituzioni locali piuttosto che la popolazione dell’area, già allora definita “comunità di insicurezza totale”, crocevia di interessi geopolitici straordinari come anche economici, religiosi e politici. Sotto quest’ultimo profilo un interessante saggio contenuto nel volume a firma di Pina Sodano dal titolo “Il Sahel tra crisi alimentare e flussi di popolazione”, metteva in luce la relazione tra la questione ambientale, le migrazioni e i processi di desertificazione e desertizzazione che stavano provocando la sparizione della vita biologica in aree sempre più vaste.

Una comunità di insicurezza totale

Dagli eventi appena descritti, sono passati solo pochi anni. Il Sahel continua ad essere una delle regioni più difficili, complesse e in crisi del mondo. Secondo gli ultimi dati dell’Ocha, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa del coordinamento degli affari umanitari, ci sono 13,4 milioni di persone, solo in Burkina Faso, Mali, Niger occidentale, che hanno bisogno di assistenza umanitaria. In meno di due anni è aumentato di venti volte il numero degli sfollati interni, passato da 70mila a 1,4 milioni. La desertificazione e la desertizzazione sono aumentate in modo esponenziale. Sopravvivere è sempre più difficile mentre vivere è impossibile. Nel corso degli ultimi due anni, il numero di persone in stato di grave insicurezza alimentare è quasi quintuplicato in Burkina Faso, raddoppiato in Mali e aumentato del 77% in Niger, portando il numero totale di persone che nella regione affrontano la fame, ogni giorno, a 6,6 milioni.

 

Nel Burkina Faso la situazione continua ad essere gravissima. Secondo l’Unicef oltre 535.500 bambini al di sotto dei 5 anni soffrono di malnutrizione acuta. Il loro destino, senza un intervento delle Nazioni Unite o dell’Ue, è segnato da una morte lenta e atroce. Va ricordato che del milione di sfollati interni del Burkina, il 60% sono bambini, a volte soli. Inoltre, almeno 4.660 persone, solo nei primi sei mesi del 2020, sono rimaste vittime dell’ondata di violenza estremista che non accenna a placarsi. Appunto, la pandemia nella pandemia.

Le violenze di Boko Haram in Nigeria e Camerun non cessano. Inoltre, l’instabilità del Sudan e del Sud Sudan continua a produrre una drammatica accelerazione e con essa crisi sempre più acute, a cui aggiungere le violente inondazioni degli ultimi mesi che hanno investito almeno 2 milioni di persone. L’Onu stima che circa l’80% dei terreni agricoli del Sahel sia ormai inutilizzabile. Difficile la situazione anche in Sud Sudan dove le piogge insistenti hanno già provocato danni immensi a partire da 600mila sfollati, un centinaio di morti e l’aumento della fame. Allagamenti, dunque, insieme a catastrofi umanitarie continue, al terrorismo islamico, ad una corruzione che sembra inarrestabile ed affari oscuri su un territorio martoriato. Condizioni che erano state previste sei anni fa, analizzate e denunciate. Tutto noto, come noto era l’aggravarsi della situazione in assenza di un progetto complessivo di intervento internazionale per dare sostengo, democrazia e sviluppo all’area.

La Grande muraglia verde rischia di arrivare in ritardo

Se continua così, arriverà troppo tardi il Great green wall (Ggw) e i benefici attesi dalla Grande muraglia verde, iniziativa avviata nel 2007 per costruire un complesso di alberi, vegetazione e piante (8mila km di lunghezza e 15 km di larghezza, lungo la punta meridionale del deserto sahariano) per fermare desertificazione e dare lavoro alle migliaia di famiglie di quel territorio, magari mediante programmi di pastorizia adeguati e ecosostenibili.

Una volta completato, il Ggw sarà la più grande struttura vivente del pianeta, tre volte la dimensione della grande barriera corallina. Tra i suoi obiettivi, ad esempio, il ripristino di 100 milioni di ettari di terra coltivabile, l’assimilazione di 250 milioni di tonnellate di carbonio e 10 milioni di posti di lavoro. All’emergenza climatica, mix mortale di alluvioni e desertificazione, si aggiunge quella militare e legata alla sicurezza.

Il colpo di Stato in Mali e il silenzio internazionale

Il recente colpo di Stato in Mali, di cui per nulla si è parlato sulla stampa nazionale, tranne qualche lodevole eccezione, ha avuto come principale obiettivo quello di liberare il presidente, Ibrahim Boubacar Keïta, aprendo parallelamente ad un’ulteriore instabilità dell’area per gli effetti che questo determinerà sugli equilibri politici del territorio, molto spesso ristabiliti a suon di armi e bombe. Proprio per questo si attendono sviluppi alla luce di quello che alcuni definiscono, con riferimento al Sahel, la “forever war” (guerra per sempre) della Francia nel Sahel. Il Mali è un paese strategico non solo per l’ex potenza coloniale, anche per le risorse minerarie fondamentali alla sua industria, compresa quella nucleare.

Gli interessi stranieri

Tra le potenze straniere interessate all’area, oltre alla Francia, si devono citare gli Usa, Cina e Russia. Proprio l’ascesa di Cina e Russia costituisce la maggiore fonte di preoccupazione per gli Stati Uniti che in Africa contano tra 6mila e 7mila soldati, per la maggior parte di stanza nella regione saheliana. Una presenza che è anche controllo del territorio e degli interessi di questo paese nell’area. Le chiamano missioni di pace ma, a volte, sono solo presidi militari di aziende, multinazionali e degli interessi del paese estero sovrano. Sotto questo profilo, con il primo meeting tra Russia e Africa, del 2020 a Sochi, dove Putin ha ospitato 40 capi di Stato africani – richiamando in qualche modo ciò che l’Italia e l’Ue avevano già fatto con i protocolli di Rabat, Khartoum e La Valletta – si è aperta una nuova pagina delle relazioni tra i paesi africani e l’ex Unione Sovietica, dopo quella del periodo della guerra fredda, giocati soprattutto sulla dimensione militare. Ovviamente questo significa una forma di occupazione, affari, condizionamento lobbistico più o meno diretto delle istituzioni locali e affari, molti affari.

Secondo i dati del Sipri, nel periodo 2015-2019, l’Africa ha importato il 49% del suo equipaggiamento militare dalla Russia, quasi il doppio del volume di quello acquistato dagli altri maggiori fornitori, Stati Uniti (14%) e Cina (13%). Almeno 13 potenze straniere, Italia compresa, hanno loro avamposti in Africa, in Niger, Libia e Gibuti.

Dove sono le democrazie occidentali?

Altre potenze militari, con un peso politico crescente nell’area, sono la Turchia, con l’importante base militare in Somalia, la Cina a Gibuti e poi, appunto, la Russia (che ha aperto anche una base nella Repubblica Centrafricana) e le forze statunitensi e francesi. Tra le principali motivazioni ufficiali della presenza di questi paesi, c’è quella della lotta al terrorismo, al-Shabaab in paesi dell’Africa orientale e Boko Haram e al-Qaeda in Africa occidentale e proprio nel Sahel. In realtà, anni di missioni militari, come quelle in Mali, non hanno fatto altro che incancrenire la situazione mentre i gruppi jihadisti hanno continuato a seminare terrore e ad incrementare le proprie fila. A soccombere resta la gente del Sahel: quelli che sono già morti e quelli che non sanno più dove andare o che cosa aspettarsi. Per questo, possono solo camminare e sperare di arrivare in Occidente dove ad attenderli ci sono però i muri o i confini militarizzati di una civiltà che afferma di essere fondata sui diritti umani e sulla democrazia.

*Marco Omizzolo, docente, sociologo e ricercatore Eurispes.

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