“Caporalato in agricoltura: invece delle mafie alimentiamo la legalità”. Intervista a Jean-René Bilongo

Le mafie si sono sedute da molto tempo alle nostre tavole. Dettano i prezzi, incidono sulla qualità dei prodotti e sullo sfruttamento della terra e di chi vi lavora. E a questa tavola non si può più rimanere seduti senza una presa di coscienza: quelli che si ingoiano sono bocconi di criminalità organizzata.

Ne parliamo nella rubrica “Cosa vuol dire mafia? – Dialoghi sulla legalità” con Jean-René Bilongo, coordinatore dell’Osservatorio Placido Rizzotto. L’Osservatorio si è dato come compito quello di indagare l’intreccio tra la filiera agroalimentare e la criminalità organizzata, con una particolare attenzione al fenomeno del caporalato e dell’infiltrazione delle mafie nella gestione del mercato del lavoro agricolo. La principale attività dell’Osservatorio è la redazione del Rapporto Agromafie e Caporalato, un rapporto biennale sull’infiltrazione delle mafie nella filiera agroalimentare e sulle condizioni di lavoro nel settore. Bilongo ha lavorato come mediatore culturale a Castel Volturno per diversi anni, constatando di persona i drammatici effetti del caporalato.

 

Uno dei settori prediletti dalle mafie è la filiera agroalimentare, da cosa nasce questo interesse, quale il vero giro d’affari che la produzione agricola assicura alla criminalità organizzata? 

È ovvio che la filiera agroalimentare fa gola alle mafie, senza distinzione alcuna, suscitandone gli appetiti. Tra la contraffazione, l’agro-pirateria, l’indebito accaparramento dei contributi comunitari iniettati nel settore con la PAC (Politica agricola comune), le ingenti masse di lavoratori manovrate dal caporalato, il lavoro sommerso spesso con tratti para-schiavistici. L’interesse delle organizzazioni criminali, anche in questo settore, è sempre il denaro, la volontà di controllo capillare coercitivo degli assetti produttivi territoriali anche in funzione di riciclaggio di denaro. Le stime dell’Eurispes quantificano in circa 24,5 miliardi di euro il volume d’affari delle agromafie. Una cifra stratosferica per la quale si sacrificano vite, si inquinano irrimediabilmente gli ecosistemi, si schiacciano i diritti dei lavoratori. Basti evocare gli hub ortofrutticoli di Vittoria, in Sicilia, o di Fondi, nel Lazio, per rendere conto del livello di penetrazione delle organizzazioni criminali nella filiera agroalimentare. Penso anche alla nebulosa dei pascoli emersa nel parco dei Nebrodi, di cui si sta celebrando il processo proprio in questi giorni.

 

Quali sono le relazioni tra caporalato e mafie, ovvero ogni volta che parliamo di caporalato si parla di mafia? Oppure la riduzione in schiavitù di chi lavora non è una prerogativa esclusiva delle mafie?

Il caporalato annulla l’essenza stessa del lavoro, che resta un valore che consente di conseguire l’obiettivo della dignità e della libertà. L’esplosione del caporalato è anche figlia della mancata efficacia operativa delle strutture pubbliche che dovrebbero essere il punto di incontro tra domanda e offerta. Se a questo aggiungiamo altre manchevolezze strutturali in ampie parti del Paese, come il trasporto dei lavoratori dai luoghi in cui risiedono verso i siti produttivi, è chiaro che i caporali fanno leva su queste debolezze, inserendosi negli interstizi aperti in forma organizzata in una funzione di supplenza. È di questi giorni l’allarme lanciato dai Servizi di informazione e sicurezza nel Report annuale presentato al Parlamento: la criminalità organizzata sviluppa relazioni collegate ai cicli colturali stagionali e pilota lo spostamento di imponenti strati di manodopera da una parte all’altra dei territori. Una situazione resa ancor più problematica con l’emergenza sanitaria. I lavoratori agricoli sono un pilastro straordinariamente importante per la salvaguardia della coesione collettiva sociale e non se ne può prescindere. Ovviamente, vi è anche l’imprenditore senza scrupoli, che non è un mafioso, non è collegato a nessuna realtà criminale, che però paga pochi euro per intere giornate in campagna a persone a cui non è riconosciuto nessun diritto. Ecco, come lo vogliamo chiamare, definire, un imprenditore del genere?

 

Lo sfruttamento dei lavoratori nelle campagne, che siano lavoratori italiani o stranieri, infatti, ha fatto registrare negli ultimi anni molte morti terribili. Si può parlare di una vera e propria tratta di esseri umani e di riduzione in schiavitù che insanguina i prodotti sulle nostre tavole?

Non perdiamo mai di vista la complessità della vasta cornice dentro la quale ci muoviamo. Il Rapporto agromafie e caporalato, a cura dell’Osservatorio Placido Rizzotto, da sempre dedica una forte attenzione alla tratta di esseri umani funzionale allo sfruttamento nell’economia primaria. Molti lavoratori perdono la vita nelle nostre campagne. L’esercizio del sindacato di strada, che la Flai- Cgil pratica sistematicamente, ci consegna un quadro reale della situazione che ci pone nella condizione di dover andare oltre il ruolo del sindacato. Ci ritroviamo protagonisti di un bisogno di sussidiarietà sociale molto vasta. Dobbiamo fare i conti con la necessità di essere accanto ai lavoratori anche in quei bisogni basilari che il lavoro dovrebbe dipanare. Ecco, spesso provvediamo noi alla distribuzione di mascherine, di giubbotti catarifrangenti, così come in tante circostanze drammatiche ci siamo fatti carico della traslazione delle salme delle vittime di sfruttamento. Non possiamo essere lasciati soli in questa battaglia che è immane. Ora più che mai occorre una grande assunzione di responsabilità da parte di tutti: intanto, per far funzionare la Rete del Lavoro Agricolo di Qualità il cui decollo sui territori, attraverso le sezioni, non parte. È necessario capire che gli effetti del caporalato e dello sfruttamento sui prodotti agricoli è devastante in quanto i consumatori si nutrono di prodotti macchiati dal sangue e dal sudore di veri e propri schiavi. Ci sono tante, tantissime aziende rispettose del lavoro, della terra e della filiera produttiva. Queste azienda devono essere tutelate dalla concorrenza sleale dei criminali. La concorrenza sleale sui costi di produzione, sulla qualità, permette ad una minoranza di inficiare uno dei settori economici più importanti dell’Italia.

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Concretamente e realmente, che cosa si può fare nell’immediato, se non per bloccare, almeno per arginare l’infiltrazione delle mafie nel campo agroalimentare? E questa infiltrazione si limita alle campagne oppure si allarga a tutta la filiera produttiva? 

Non si può commettere l’errore di sottovalutare il problema, né derubricarlo a questione periferica rispetto ad altre. Qui bisogna agire. La confisca dei beni, delle utilità e dei proventi dello sfruttamento e del caporalato è sempre un disincentivo, come succede peraltro in altri àmbiti di lotta alle mafie. La perdita del patrimonio accumulato spaventa, soprattutto perché tutta la capacità di nocumento delle mafie gravita attorno al massimo guadagno. Se colpisci quei flussi, le mafie si preoccupano. Da questo punto di vista, la cronaca è ricca di interventi di Polizia Giudiziaria di contrasto al caporalato. È questo è uno dei due profili della legge 199. La stessa normativa ha anche assetto preventivo ed è qui che si incontrano le maggiori difficoltà. Ma noi insistiamo su tutto quello che si deve ancora implementare per far funzionare la Rete del Lavoro Agricolo di Qualità che non può essere vista come un onere, un’incombenza gravosa.

 

Quale aspetto del caporalato lo rende un vero e proprio delitto morale nella nostra società e, soprattutto, perché c’è questa volontà di ignorare questo dramma? 

Colpisce la riduzione delle persone a semplici arnesi da lavoro, privi di umanità. Bisogna ascoltare i pianti muti delle vittime dello sfruttamento e del caporalato, le grida di disperazione delle donne. Bisogna entrare in contatto con i ghetti per cogliere la portata del dramma. Il caporalato e lo sfruttamento dei lavoratori sono una vera e propria minaccia alla democrazia e alla civiltà del nostro Paese. Ognuno di noi ha la possibilità di agire e anche nella maniera più semplice: il consumatore deve essere parte attiva di questa lotta per la dignità dei lavoratori quando sceglie con attenzione cosa mangia. Una scelta di cui beneficia in primis proprio il consumatore, che mangia prodotti sani, oltre che etici e legali. Ecco che il contrasto al caporalato appartiene a tutti, prediligendo l’agricoltura che rispetta le persone, i territori. Dobbiamo “alimentare” la legalità.

 

 

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