Non c’è pace per la Repubblica democratica del Congo

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Non mancano regioni, paesi e territori nel mondo in cui conflitti ed emergenze umanitarie esprimono tutto il loro potenziale criminale. Si tratta di aree in cui alla devastazione per via di guerre e dittature si sommano quelle ambientali, fino a creare emergenze umanitarie che sembrano non finire mai. Tra i paesi più colpiti da queste tragedie e purtroppo trascurati dai media di tutto il mondo, vi è la Repubblica democratica del Congo. L’Onu ha già lanciato l’allarme, purtroppo anch’esso sostanzialmente inascoltato. Servirebbero urgentemente, infatti, 1,9 miliardi di dollari per proteggere e assistere la popolazione nelle regioni orientali sotto la minaccia di gruppi ribelli che controllano quel territorio per spartirsi le terre e gestire la rete di traffici illeciti di minerali, da sempre uno dei business strategici di multinazionali e gruppi terroristici. Ne ha dato notizia recentemente Nigrizia, rivista dei missionari comboniani che da sempre si occupa di Africa e delle tragedie di un continente martoriato da sfruttamento, guerre e dittature.

La comunità internazionale è chiamata ad agire rapidamente a tutela dei civili

Lo scorso 5 febbraio, ad esempio, si è consumato nel piccolo villaggio di Mabule, nel settore Ruwenzori, vicino a Beni, nel Nord Kivu, l’ennesimo attacco criminale responsabile di un bilancio di morte gravissimo: 15 civili uccisi e molti dispersi nel panico generale. Appena tre giorni dopo, nel villaggio di Halungupa, sempre nella stessa zona, una nuova incursione terroristica è stata organizzata verso sera e anche in questo caso il bilancio è stato drammatico: cinque morti di cui tre donne uccise a colpi di machete e d’arma da fuoco. Sono state anche saccheggiate e incendiate diverse case e si è diffuso il panico nella popolazione locale. Le accuse per questi attacchi criminali della popolazione e della società civile vanno al gruppo ribelle di derivazione ugandese Adf (Forze democratiche alleate). Non se ne ha però la certezza e ancora oggi non si conoscono i responsabili di questi attacchi. È difficile infatti ricostruire l’origine del comando terroristico. Anche per riconoscere giustizia a quelle vittime e alle loro famiglia, oltre che cercare uno spiraglio di pace in un contesto perennemente conflittuale, la comunità internazionale è chiamata ad agire rapidamente a tutela dei civili e, in particolare, delle fasce più deboli della popolazione.

La missione Onu di pace sta fallendo il suo compito principale

Le complicità dei gruppi armati con le autorità locali, con l’esercito nazionale e quello rwandese è la premessa di un caos che produce sistematicamente drammi umanitari che si compiono sotto gli occhi inerti della Monusco, il contingente dell’Onu per la pace più consistente d’Africa con oltre 20.000 soldati incapaci però di dare risposte efficaci in termini di sicurezza. Ovviamente di questi drammi e difficoltà non vi è traccia nella discussione politica e culturale italiana e internazionale. Ci si dimentica infatti troppo spesso che al di là dei confini nazionali dei paesi occidentali, esiste un mondo vasto e complesso che continua ad ospitare multinazionali e ambasciate senza però generare democrazia, pace e sviluppo per i suoi cittadini. Peraltro, non mancano diffusi sospetti di una voluta incapacità delle forze Onu, come affermano diversi esponenti della società civile e del movimento La Lucha, che ne chiede la chiusura. Accuse che non trovano per ora conferme puntuali. Senza alcun dubbio, però, la missione Onu di pace sta fallendo il suo compito principale, considerando che si ripetono stragi, eccidi e omicidi di massa.

Una diffusa insicurezza alimentare

Altro tema connesso con quello umanitario è la diffusa insicurezza alimentare che ha toccato nella regione congolese un livello mai registrato in precedenza. Si stima che metà della popolazione locale sono bambini a rischio grave nei prossimi sei mesi se gli aiuti umanitari non saranno immediati. Del resto, l’insicurezza crescente si ripercuote sui raccolti e sulla mobilità delle persone costrette a fuggire. Anche questi drammi, infatti, concorrono a determinare le ragioni di fuga per cercare uno spiraglio di pace e di lavoro in altri paesi e continenti. Sono circa cinque milioni, infatti, gli sfollati interni e oltre 500.000 i rifugiati originari di quell’area. Un vero proprio esodo di congolesi a favore del vicino Rwanda, sempre più interessato a conquistare terre da invadere per favorire il passaggio indisturbato, ancora una volta, del commercio dei minerali.

A Oicha, nel territorio del Nord Kivu, a 30 Km nord di Beni, epicentro dei massacri dal 2014, affluiscono da anni i contadini delle campagne al punto da aver trasformato in poco tempo una cittadina, cresciuta attorno ad un ospedale gestito dai missionari, in una vera e propria città di oltre centomila abitanti.

Le scuole non riescono più a pagare i salari degli insegnanti e le lezioni avanzano con il contagocce 

Interi villaggi tra Beni e Oicha sono stati abbandonati dalla popolazione per l’escalation di violenze e i campi di cacao restano ormai incolti. A Oicha arrivano anche tantissimi bambini che hanno abbandonato quella scuola che il presidente Felix Tshisekedi ha voluto gratuita come segno del suo governo a favore delle famiglie più povere. Le scuole, peraltro, non riescono più a pagare i salari degli insegnanti e le lezioni avanzano con il contagocce anche a causa del Covid-19. Altro che Dad e banchi scolastici con le rotelle. Altro dramma riguarda la prossima chiusura dei percorsi di formazione dei bambini, con conseguente ulteriore propensione alla migrazione o alla povertà endemica. A tutto questo si deve sommare una flebile speranza, ossia quella che non si ripresenti sulla scena l’incubo di un nuovo focolaio di ebola, considerata vinta in novembre scorso, dopo la morte, il 3 febbraio, di una donna, con quei sintomi, nella vicina Butembo, a soli 57 chilometri a sud di Beni. Il Nord Kivu deve quindi combattere su più fronti e sono spesso i bambini, i più vulnerabili, a farne le spese. A Oicha, ad esempio, ci sono almeno ottocento orfani e cinquanta vedove, vittime delle incursioni di questi ultimi anni, accolti presso diverse famiglie del posto.

Intanto, mentre non si ricordano già più gli slogan di chi in Italia diceva che i migranti bisognava aiutarli a casa loro, salvo non spiegare ad esempio come intervenire in contesti come quello analizzato, resta un sistema criminale che si fonda su carestie, devastazioni ambientali, crisi alimentari, violenze per la conquista di terre sui quali sviluppare scavi clandestini per la ricerca e commercializzazione illegale di minerali da lavorare ed esporre nelle vetrine del ricco occidente o per far funzionare la sua tecnologia e settori nevralgici della sua economia.

*Marco Omizzolo è docente, sociologo e ricercatore Eurispes.

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