Mediterraneo e giovani al centro del cambiamento, intervista a Giulia Marchesini

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Giulia Marchesini, già consigliera al gabinetto del Ministero francese per lo sviluppo (2012-2013) e attualmente Human Capital Senior Programme Manager per il CMI (Centro per l’Integrazione del Mediterraneo), ricopre incarichi nella gestione delle nuove partnership e delle relazioni tra i membri fondatori del Centro e i partner. Si occupa, in particolare, della Regione MENA, di educazione e di energia. Per il CMI, ha presentato, il 16 febbraio scorso a Roma, il Rapporto “Youth, actors for change. Rethinking mobility” (Giovani, attori del cambiamento. Ripensare la mobilità), evento promosso dall’Istituto Diplomatico Internazionale (IDI) e dall’Eurispes.

Dott.ssa Marchesini, come nasce il Rapporto Youth, actors for change. Rethinking mobility (Giovani, attori del cambiamento. Ripensare la mobilità, del CMI – Centro per l’Integrazione del Mediterraneo) e in quale percorso di ricerca si inserisce?

Il Rapporto Youth, actors for change. Rethinking mobility si inscrive in una più ampia analisi che il Centro per l’Integrazione del Mediterraneo porta avanti da diversi anni ed è il terzo di una serie di indagini aventi come oggetto la gioventù dei paesi dell’area mediterranea. Oltre al filo conduttore dell’oggetto di ricerca, ovvero il focus sui giovani, i tre rapporti condividono anche un approccio metodologico multidisciplinare, coinvolgendo esperti indipendenti di rilievo in diversi àmbiti – psicologi, economisti, antropologi – per una visione globale ed organica della materia di studio. Altra caratteristica dei gruppi di lavoro nei tre rapporti è l’eterogeneità di prospettiva, proprio per la loro ottica Nord-Sud e Sud-Nord. Il risultato è quindi corale e, per tutti e tre i rapporti, ciascun gruppo di studio firma l’intero Rapporto.

Il primo Rapporto, Economic Transitions in the Mediterranean (La transizione economica nel Mediterraneo) del 2015, riguarda la transazione economica mediterranea e il suo impatto sulla condizione giovanile nella regione. Il Rapporto, grazie alla Farnesina, ha avuto un significativo impatto di orientamento sull’Agenda per il Mediterraneo durante la Presidenza Italiana Ue. Il secondo Rapporto del 2017, Violent Extremism and Development Report (Rapporto sull’estremismo violento e lo sviluppo) indaga il legame tra violenza estrema e sviluppo, sempre nell’ambito dell’analisi della gioventù dell’area mediterranea. In particolare, il Rapporto mira ad analizzare l’impatto devastante che il singolo atto di violenza può avere per l’economia del singolo paese (basti pensare all’attacco del museo di Tunisi e le sue ripercussioni sul turismo tunisino). Ed è proprio grazie ad un’analisi congiunta su educazione ed integrazione – e su come queste influenzino lo sviluppo – che il Rapporto individua possibili criticità e suggerisce soluzioni per evitare l’insorgenza di pericolose frustrazioni nei giovani. Anche in questa sede la riflessione è stata estesa a più materie e campi di studio, dall’approfondimento psicologico a quello religioso (con il contributo di massimi esperti dell’Islam, quali il sociologo iraniano Farhad Khosrokhavar, studioso di radicalizzazione islamica), fino all’analisi storica del colonialismo. Infine, il terzo Rapporto, Youth, actors for change. Rethinking Mobility (Giovani, attori del cambiamento. Ripensare la mobilità), presentato a Roma il 16 febbraio, grazie al supporto dell’Istituto Diplomatico Internazionale (IDI) e dell’Eurispes, ha invece come oggetto di studio la mobilità giovanile nell’area mediterranea – anche in questo caso attraverso diversi campi di ricerca, dalla sociologia, alla psicologia, all’economia del lavoro, alla demografia – ed evidenzia come su questo argomento, oggi molto sensibile e centrale nel dibattito politico, sia necessario creare una nuova narrativa, sia nel settore dell’educazione che nel mondo del lavoro.

Le parole hanno un peso enorme, perché creano delle rappresentazioni della realtà condivise. Per questo, ridefinire il concetto di mobilità in una nuova ottica può essere lo strumento per restituire ai giovani di questa area geografica lo spazio e il tempo, due dimensioni che appartengono all’età giovanile. Se questo slancio viene frustrato viene meno la capacità progettuale e l’identità viene intaccata dalla limitazione della libertà individuale, fattori questi che possono sfociare in una reazione di vera e propria violenza estrema. Al contrario, il contatto genera conoscenza dell’altro, che, a sua volta, diventa sviluppo quando la mobilità diventa circolare ed è supportata da un sistema educativo e da una regolamentazione del mercato del lavoro nell’area mediterranea che ispiri i giovani e favorisca l’innovazione.

Quali sono gli strumenti per favorire questa mobilità circolare dei giovani della regione mediterranea e per costruire nuove competenze per il futuro?

I campi d’intervento nell’area mediterranea per favorire lo sviluppo delle competenze trasverali che saranno sempre più richieste nei prossimi decenni (creatività, flessibilità, capacità di innovazione) sono delle politiche di istruzione e del lavoro che favoriscano la mobilità e che operino in sinergia.

Per quanto riguarda l’educazione, occorre investire nelle competenze socio-cognitive fin dalla più tenera età istituendo sistemi di educazione prescolare universale di qualità, adatti ai bisogni e agli stili di apprendimento dei bambini di età compresa tra uno e cinque anni, in modo da prepararli al meglio all’istruzione primaria, secondaria e superiore, nonché ad una eventuale mobilità futura.

L’internazionalizzazione dei programmi di studio si potrebbe tradurre in attività interculturali all’interno e all’esterno dei campus universitari, ma anche in una mobilità virtuale.

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Per quanto riguarda il sistema di istruzione terziario, non c’è solo l’Erasmus (che interessa il 2% degli studenti universitari). Ad esempio, si potrebbe incrementare il ricorso ai MOC (Massive Open Online Courses) nei sistemi universitari, sfruttando l’enorme potenziale che l’online learning attualmente offre. Agli alunni, quindi (ma anche ad insegnanti ed educatori), si potrebbe offrire un programma di mobilità basato su soggiorni presso famiglie ospitanti in diversi Paesi del Mediterraneo. Tali scambi contribuirebbero in modo significativo all’obiettivo di rafforzare le competenze trasversali di adattamento, creatività, innovazione che concorrerebbero ad incentivare l’employability, piuttosto che a puntare esclusivamente su competenze tecniche che potrebbero risultare obsolete tra trent’anni.

Per raggiungere questo obiettivo, oltre alle iniziative nel mondo della scuola, i centri di formazione professionale dovrebbero impegnarsi nella cooperazione regionale e nell’armonizzazione dei programmi di formazione in modo da favorire l’equipollenza dei diplomi e dei certificati sul mercato del lavoro nell’area euromediterranea.

Proprio per instaurare un nuovo discorso sulla mobilità, il Rapporto propone di elaborare una Carta mediterranea sulla libera circolazione che permetta ai cittadini dei paesi mediterranei con passaporti biometrici di entrare in altri paesi mediterranei per un periodo limitato e stabilire con i paesi Eu accordi specifici per una maggiore mobilità.

Il Mediterraneo è una regione di intensa mobilità fisica, mentre i flussi migratori attraverso il Mediterraneo sono piuttosto modesti. Nel 2018, 47 milioni di visitatori hanno viaggiato in aereo, direttamente dai paesi del sud del Mediterraneo verso l’Unione europea (e un numero sovrapponibile ha lasciato l’Ue per il sud del Mediterraneo). Questo numero è 276 volte superiore al numero di nuovi immigrati provenienti dai paesi del Sud del Mediterraneo ammessi in Europa in un anno.

Come questa analisi si può tradurre in messaggi politici e superare l’attuale retorica sulla mobilità?

Questo Rapporto nasce sulla scia degli impegni presi dai rappresentanti politici e della società civile in occasione del Vertice delle due sponde del Mediterraneo occidentale (Marsiglia, 23-24 giugno 2019), che ha riunito i paesi del Dialogo 5+5 (Algeria, Libia, Mauritania, Marocco, Tunisia dalla regione del Sud del Mediterraneo e Francia, Italia, Malta, Portogallo, Spagna del Nord) più l’Unione europea, la Germania e le organizzazioni multilaterali e pan-mediterranee attive nella regione, con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione e l’integrazione nel Mediterraneo. La riflessione del Rapporto del CMI sulla mobilità ha quindi voluto seguire questo slancio politico ed avere una influenza nell’estenderne il campo di azione a tutta la regione mediterranea.

 

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