Muri di sabbia, l’ultima frontiera contro le migrazioni dall’Africa

muri di sabbia

 Muri e confini politici e fisici, culturali e sociali, sono una costante nella storia delle migrazioni globali. Oggi, forse più di ieri, questi confini strategici, a volte presidiati militarmente, sono una delle strategie più avanzate per regolamentare i rapporti economici e politici tra paesi e continenti. Vale ad esempio per gli Stati Uniti con riferimento al Messico, dove persiste un muro di circa mille chilometri che separa in modo evidente le frontiere tra i due paesi. Lo scopo è quello di arginare o vietare il transito a circa cinquecentomila migranti che ogni anno cercano di compiere questa traversata per entrare nel Nord America. Simbolo globale di chiusura e militarizzazione delle frontiere, questa forma di presidio ha visto, negli ultimi quindici anni, almeno 5.513 sudamericani morire. In alcuni punti del confine, come vicino a San Diego, il muro è di cemento, in altri si trasforma invece in una barriera di legno e metallo, con l’aggiunta di filo spinato elettrificato. Recentemente, complice il progresso tecnologico, si sono aggiunti sistemi di vigilanza tecnologicamente avanzati e a volte sperimentali con lo scopo ancora di sorvegliare e respingere. L’avviamento della costruzione del muro tra Messico e Stati Uniti iniziò con la presidenza di George H. W. Bush, il quale nel 1990 inaugurò i primi 23 chilometri lungo il confine tra San Diego e Tijuana. La struttura continuò ad espandersi con l’amministrazione Clinton, che nel 1994 ordinò di costruire barriere in California, Arizona e Texas, con il fine di diminuire il traffico illegale di droga e i flussi migratori. Clinton, peraltro, aggiunse una presenza armata di forze di polizia lungo il confine, con lo scopo di fermare chiunque cercasse di attraversarlo. Anche Donald Trump ha “investito” sul muro americano, avendo come obiettivo esplicito quello di perseguire in maniera massiccia gli immigrati allungandolo di altri 160,9 chilometri.

In Africa accordi internazionali sostenuti dall’Ue volti a bloccare le migrazioni

In Africa, da anni, le cose non vanno meglio. Dal Processo di Rabat (2006) in poi, è stato un susseguirsi di accordi internazionali sostenuti dall’Ue volti a bloccare chi ha come unico obiettivo quello di vivere e di realizzare il proprio progetto di vita in paesi a democrazia ed economia avanzate. Drudi, tra i maggiori esperti di questo tema, parla di “fuga per la vita” (2018), però perseguitata da gendarmerie e forze paramilitari che agiscono spesso in violazione sistematica dei diritti umani. Ancora l’Ue, nel 2014, nel corso del semestre italiano di Presidenza dell’Unione, ha proposto e sottoscritto il Processo di Khartoum che, nel solco di quello di Rabat e degli Accordi di Cotonou, trasferiva sui paesi terzi, di transito e di origine dei flussi di profughi, il compito di “difendere” le frontiere, militarizzando i controlli, anche attraverso la collaborazione con l’agenzia europea Frontex, in violazione della Convenzione di Ginevra (1951) e di quella europea sui diritti umani (Cedu, 1953). Sono seguiti numerosi altri accordi, anche bilaterali, che hanno intensificato la strategia frontaliera dell’Unione europea, con impegni in tal senso anche all’interno del proprio territorio. D’altro canto, ciò che sta accadendo nel corso di queste ultima settimane al confine tra Bielorussia e Polonia, dove le forze di Minsk spingono colonne lunghissime di profughi verso il confine polacco come strumento di ricatto contro le sanzioni imposte al paese con la salita al potere di Aljaksandr Lukašėnka, è emblematico di una gestione non avanzata e civile della questione migratoria in Europa e della continua sottodeterminazione del diritto d’asilo. Nelle scorse settimane, ad esempio, Bruxelles era riuscita a fermare il flusso migratorio dall’Iraq, ma Minsk ha inaugurato nuove rotte da Damasco.

Muri di sabbia in Marocco per impedire ai profughi di raggiungere Ceuta e Melilla

Insieme a questi fenomeni, da alcuni anni non è mancata la realizzazione di grandi muraglie di sabbia, ossia di enormi dune il cui scopo era, in origine, quello di militarizzare il confine statale a scopo di difesa e oggi anche per fermare i profughi in fuga. Si tratta di una strategia adottata in particolare in Africa che va a sommarsi ai protocolli e accordi sopra menzionati. Una di queste barriere di sabbia è stata realizzata da Rabat, capitale del Marocco, nel 1980 con lo scopo di presidiare il territorio rivendicato dal Fronte Polisario. Questa grande muraglia di sabbia, chiamata “cintura di sicurezza”, circoscrive per circa 2.500 chilometri l’area contesa dal popolo saharawi e serve almeno a tre scopi fondamentali. Il primo è quello di ostacolare tutti coloro che ambiscono ad entrare nel paese con l’obiettivo di raggiungere le enclave europee di Ceuta e Melilla. Secondo poi, per rivendicare il principio di territorialità assoluto da parte del Marocco a discapito delle rivendicazioni del popolo saharawi. Infine, come terzo scopo, quello di impedire ai profughi di raggiungere la costa marocchina per provare l’attraversata verso l’Europa. Una muraglia fisica che nel corso degli anni è stata costantemente militarizzata grazie ad investimenti economici e tecnologici frutto dell’ingegneria di alcune delle principali società di informatica e di sicurezza del mondo. Infatti, nonostante gli accordi di cessate il fuoco del 1991, firmati sotto l’egida delle Nazioni unite, il Marocco ha continuato ad allargare quella duna gigantesca per altri 14 chilometri, giungendo fino alla frontiera della Mauritania. Stessa politica è stata adottata nel marzo del 2021, quando ancora il Marocco ha iniziato ad innalzare un nuovo cordone di sabbia di 50 chilometri circa, nell’estremo nord del Sahara occidentale, in prossimità del confine algerino. Peraltro questa muraglia di sabbia è stata rafforzata lungo quasi tutto il suo percorso da campi minati, tanto da essere divenuto uno dei campi minati più lunghi e pericolosi al mondo.

L’Algeria ha tratto esempio dall’esperienza marocchina. Quasi tutta l’Algeria sahariana, infatti, è perimetrata da un cordone artificiale di sabbia di oltre 6.700 chilometri, pattugliato da oltre cinquanta mila militari armati. Questa grande muraglia è stata recentemente estesa anche lungo il confine con il Niger, il Mali e la Mauritania, va dai due ai cinque metri di altezza e presenta in parallelo sia una trincea sia un sentiero che collega le basi militari distanti decine di chilometri.

I muri di sabbia hanno ridotto i flussi di profughi dal Niger del 79%

L’Unione europea, mediante l’agenzia Frontex e l’Organizzazione Internazionale per le migrazioni (Oim), ha ritenuto lodevole la diminuzione nel 2017 del numero di profughi provenienti dal Niger. Secondo i dati ufficiali risultava, infatti, una flessione dei flussi di profughi del 79% in alcuni punti di passaggio, derivante dall’entrata in vigore, proprio in Niger, nel 2015, di una legge che dichiara illegali le migrazioni “irregolari”. Ovviamente non ci si è interrogati sulla natura reale di questo provvedimento normativo, come non si è riflettuto e agito a tutela dei diritti umani di coloro che venivano definiti “irregolari”. Le ispezioni nelle carceri, ufficiali e no, delle aree interessate da questa politica non sono mai state organizzate in modo adeguato e la stampa è stata ostacolata in vario modo, compresa quella occidentale. La città di Tin Zaouatine, per fare un esempio chiaro, si è sviluppata a cavallo tra l’Algeria e il Mali, divenendo luogo di transito dei profughi e nel contempo governo di fatto di Iyad Ag Ghali, considerato uno dei principali capi dei gruppi jihadisti sahelo-sahariani, definito dalla Francia “il nemico numero uno”. Ancora l’Algeria, dopo aver chiuso nel gennaio del 2013 la frontiera con il Mali, nel 2018 ha esteso la sua grande muraglia di sabbia, che da giugno del 2020 è stata ulteriormente ampliata mediante presidi militari e filo spinato che ha reso di fatto impossibile ai pastori locali di transumare con il proprio bestiame, facendoli precipitare in uno stato di grave povertà. Le proteste conseguenti e in alcuni casi gli scontri avuti dalla popolazione locale, soprattutto giovani, con i militari a presidio del confine di sabbia ha portato anche alla morte di un giovane e a diversi arresti.

Ovviamente questi non sono gli unici casi citabili. In tutta l’Africa esistono centinaia di grandi muri di sabbia costruiti dai governi di paesi considerati democratici come anche da dittature e regimi militari. Si va dall’Oceano Atlantico al mar Rosso, con una programmazione non certo causale ma frutto di una volontà specifica volta a fermare vie di transito e di fuga mediante torrette di guardia presidiate da militari armati capaci di sparare. Qualcuno riesce però a transitare senza grandi problemi, nonostante l’armamentario predisposto per il blocco di qualunque passaggio. Si tratta di trafficanti di uomini e donne, di armi, di benzina e petrolio, di droga e di sigarette. I traffici illeciti di questi beni e di uomini vengono infatti agevolati perché assicurano lo scheletro del potere di tanti paesi africani, come ad esempio l’Eritrea, il Mali, il Marocco e l’Algeria.

I traffici illeciti riescono a transitare senza grandi problemi

Recentemente anche la Tunisia e l’Egitto hanno usato la politica dei grandi muri di sabbia. La Tunisia ha infatti sinora costruito un muro di sabbia di oltre 200 chilometri vicino alla frontiera di Dehiba, la cui infrastruttura tecnologica è stata realizzata in collaborazione con gli Stati Uniti, le sue università tecnologiche e società di sicurezza e d’alta tecnologia. L’Egitto invece ha costruito i suoi muri di sabbia lungo il confine tracciato nel 1931 dall’Italia fascista, all’epoca ricoperto di filo spinato, per una lunghezza di circa 270 chilometri. Un’altra muraglia l’Egitto l’ha realizzata per circa 30 chilometri lungo la frontiera con il Sudan, formalizzando l’occupazione del noto triangolo de Hala’ib. Un’operazione che rischia di generare un’escalation di violenze in un territorio depresso sotto il profilo economico e politico.

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Muri di sabbia africana si estendono anche lungo il Sahara orientale. Il loro scopo, in questo caso, è certo quello di ostacolare il transito dei profughi, ma ancora una volta di presidiare traffici illegali di varia natura (armi, uomini, donne e minori, droga, organi, ecc.). Dal passo di Salvador, tra il Niger e la Libia, fino ad alcune gomene del mar Rosso lungo l’area tra il Sudan ed Egitto, la circolazione si svolge in modo continuativo. Ciò è dimostrato ad esempio dall’incursione dei ribelli del Fronte per l’alternanza e la concordia in Ciad del Fezzan libico fino al Kanem ciadiano, che ha causato la morte sul campo dell’ex presidente ciadiano Idriss Dèby Itno nell’aprile del 2020. Eppure la grande muraglia di sabbia esiste anche in quest’area per un’estensione di circa cento chilometri, innalzata, in questo caso, da gruppi armati che presidiano quei confini con lo scopo di tassare i passaggi transfrontalieri, ricavandone denaro per finanziare i propri progetti, a volte anche terroristici. La grande muraglia, in quest’area, permette anche di proteggere una delle risorse economiche più importante, ossia siti minerari auriferi, particolarmente numerosi nel sud della Libia e nel nord del Ciad, come anche per controllare le vie d’accesso ad alcune città, aree industriali o zone di sosta per i profughi in fuga. Ad esempio, la strada che collega Ubari a Ghat nel sud-ovest della Libia è controllata da un check-point inserito tra muri di sabbia alti anche sei metri l’uno. Lo stesso vale per la città di Cufra, nel sud-est del paese, circondata da una grande muraglia di sabbia che impedisce o ostacola incursioni e spedizioni non autorizzate. Lo stesso vale per gli accessi, totalmente controllati, di Nouadhibou e Zouèrat in Mauritania, Tindouf e Mokhtar in Algeria, Syrte in Libia e altrove.

Il grande muro di sabbia in Libia per il controllo militare dei confini

Proprio la Libia costituisce un caso particolarmente interessante. La grande muraglia di sabbia in fase di realizzazione, tra Sirte e la base aerea di Giofra, dovrebbe essere lunga circa cento chilometri ed anche in questo caso serve per impedire l’accesso ai profughi e tutelare il proprio territorio mediante l’esercizio di un controllo militare. Secondo varie fonti, peraltro, la costruzione di questa muraglia sarebbe stata appaltata dal leader libico Aftar al gruppo russo Wagner, e probabilmente non a caso. La Russia di Putin ha infatti deciso di giocare un ruolo strategico nell’area quale sfida da vincere in chiave antieuropea. Questa muraglia peraltro coincide con la linea del fronte tra i governi di Tripoli e di Tobruch, nata dopo il fallimento della conquista di Tripoli da parte dell’Esercito nazionale libico (Lna) nel 2020.

Insomma, continuano la costruzione di barriere e di grandi muri di sabbia, la militarizzazione delle vie di fuga, il controllo affidato a gendarmerie e corpi paramilitari che presidiano militarmente  queste vie di fuga. L’Europa, con ciò che sta accadendo tra Polonia e Bielorussia e per via degli accordi internazionali sottoscritti per il controllo dei flussi di profughi, non può certo considerarsi esente da responsabilità.

 

*sociologo e ricercatore dell’Eurispes.

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