Roma-Milano non è solo un treno ad alta velocità. L’eterno conflitto

Lo scorso 6 aprile, a valle dell’approvazione del decreto legge Crescita, abbiamo potuto godere di un nuovo, fulgido esempio di quanto il nostro sgangherato Paese non riesca proprio a superare i propri atavici difetti. Uno, è quello della conflittualità Roma-Milano.

Il tema: l’accollo integrale di 12 miliardi di debito della Capitale da parte dello Stato. Il protagonista: l’Assessore al Bilancio del Comune di Milano, Roberto Tasca. Il fatto: la protesta perché si userebbero due pesi e due misure fra Roma e Milano.
Premesso che va accolta con il sorriso la scelta di inserire in un atto legislativo dedicato alla crescita economica una decisione il cui profilo finanziario netto non è chiarissimo se appesantisca o meno i conti nazionali, l’occasione è ghiotta per proporre qualche riflessione intorno all’eterno, latente, conflitto Roma-Milano.

Roma-Milano. Per molti, solo una tratta, anzi, “la” tratta, dell’Alta Velocità, il cui successo ha definitivamente affossato la povera Alitalia. Roma-Milano è “tanta roba”. Di qui la politica, di là il business (se poi gli affari veri si facciano dove siedono i politici, o dove trottano i manager, è un nodo probabilmente mai scioglibile). Di qui una città che non voleva, ma costretta da Cavour, a diventare Capitale, di là l’auto-proclamata Capitale Morale (chissà poi perché). Di qui la Grande Bellezza, di là i begli eventi fieristici su desing e moda (e la mai sopita speranza di acchiappare anche il vino), dove la città si veste di quel sex appeal che la storia purtroppo non le ha dato. Di qui un’edilizia che non riesce a perdere la passione per la speculazione predatoria, di là la capacità e la voglia di inserirla in un’idea di città, che produce rinnovamento urbano ed entusiasmo.

Sono quasi dieci anni – è il settembre 2010 – che il Governo italiano ha dato alla luce il decreto su Roma Capitale, un atto che trasformò il Comune in un ente territoriale con speciale autonomia statutaria, amministrativa e finanziaria. Di lì a tre anni, l’Assemblea Capitolina varò il nuovo Statuto, che ridusse il numero dei Municipi, dei consiglieri e ridisegnò alcune importanti procedure amministrative. Sono, quindi, sei anni che la Capitale avrebbe un motore nuovo e muscoli ben tesi. Qualcuno ne ha visto i frutti? Certo, la polizia municipale ha cambiato nome e punto di azzurro sulle auto; le sue strisce gialle ovunque imperanti (e, spesso, permanenti) recano la gloriosa dizione “Roma Capitale”; Marino si divertì addirittura a creare un logo acchiappa-turisti (qualcuno lo ricorda più?); ma, insomma …

Certo, si dice, Milano ha avuto Expò, mentre la Raggi ha buttato via le Olimpiadi praticamente già acquisite. Certo. Probabilmente la storia dirà che quell’errore della sindaca sarà stato veramente marchiano. Però.

Però la verità è che l’attuale bel momento che Milano vive, viene da lontano e dal profondo. Da anni di buon lavoro, da una società civile che Roma si sogna, e da una classe dirigente della città che sfoggia sindaci che scrivono libri visionari, dal titolo Milano e il secolo delle città. Anche il brutto momento che Roma vive viene da lontano e dal profondo: non è colpa del fatto che non avremo le Olimpiadi.

Milano pensa, realizza (in pochi anni, e comunque ben prima di Expò) la riqualificazione dell’Isola, la piazza Gae Aulenti, il bosco verticale, il rifacimento della Fiera, una nuova linea di metropolitana. La Roma veltroniana dà il via alla seconda maggiore cementificazione di sempre, riempendosi di enormi centri commerciali e grandi palazzoni invenduti.
Milano realizza il bosco verticale, Roma consente a un costruttore, ora ai domiciliari per corruzione legata al “cosiddetto stadio della Roma”, di innalzare all’EUR due brutti parallelepipedi verticali dal design anonimamente novecentesco, che si ha il coraggio di chiamare grattacieli. Milano ha un assessore che, di fronte agli emissari del di cui sopra, dice “qui non si usa”, la Roma pentastellata, sfoggia un vicesindaco che è ai domiciliari per corruzione legata al “cosiddetto” di cui sopra.

Roma aveva una banca, e le sue squadre vincevano scudetti, i suoi sindaci facevano progetti, fioriva un indotto di professionisti ben preparati: Milano si è presa Unicredit, che fa grattacieli, utili e muove da anni, verso la città, persone di alto livello. Roma gestisce i suoi molti musei, lascia marcire il proprio verde senza dare seguito alla grande promessa di farci pensare le pecore (ricordate?): Milano apre fondazioni culturali (Prada e Feltrinelli, per dire).
Milano batte Roma sul turismo, dimostrando che questa industria vive di prodotti, non di risorse. Sono il progetto e la capacità di eseguirlo a vincere su una massa di belle cose, il cui uso è lasciato ai liberi istinti del primo e/o più scaltro che passa.
Milano ha un’idea di economia della città, vi inserisce la rete della ricerca e dell’università: a Roma, se c’è (raro) qualcuno che parla di questo tema, questi non fa che dire che sarà il turismo a generare la ricchezza cittadina – e non sa nemmeno quante università ci siano a Roma. Già. Tutta un’economia fondata sul turismo, manco Roma fosse Disneyland. E così ci riempiamo di camerieri, autisti, gelatai, “buttadentro”, affitta-“laqualunque”, affittacamere (meglio sarebbe dire: “affitta-casadenonna”); e ci svuotiamo di professionisti, manager, consulenti, artisti, tutti attratti dal mondo e, in Italia, da Milano.

Caro Assessore Tasca, lei ha ragione. Con Roma si usa un peso diverso che con Milano. E si fa bene a farlo. Perché un Paese rilevante e uno dei centri religiosi più importanti del pianeta, non si possono permettere una Capitale ridotta così. E la Capitale è una: quella politica. Pensi che, tanti anni fa, provammo addirittura a dotarci di un sindaco milanese – e manager – per gestire la nostra Capitale. Non andò benissimo.

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