Un 2 giugno dedicato alla Repubblica e alla ripartenza dopo il Covid-19

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Soltanto le Frecce Tricolori sopra l’Altare della Patria e niente parata militare ai Fori Imperiali. Il 2 giugno, quest’anno, ha un volto diverso, e più sobrio, per le restrizioni del Coronavirus. L’emergenza Covid ha stravolto le celebrazioni per la nascita della Repubblica e l’elezione dell’Assemblea Costituente (dopo il ventennio fascista), impedendo la sfilata dei reparti e la festa del popolo che di solito l’accompagna. Il volo delle Frecce diventa per l’occasione più spettacolare: iniziato il 25 maggio, attraversa i cieli delle principali città italiane (da Trento a Napoli) prima di concludersi nella Capitale, gesto simbolico di unità contro la pandemia.
Non è questo l’unico elemento da ricordare. C’è la coincidenza tra la festa della Repubblica e le svariate iniziative pensate per l’occasione. Alcune in nome della cultura e della sostenibilità ambientale, altre di segno opposto, legate all’attualità. Su tutte, spicca la manifestazione del Centro-destra, proprio il 2 giugno, per protestare contro il Governo e l’Europa.
Non che manchino ragioni per criticare la maggioranza nella gestione dell’epidemia e nella Fase 2, anzi. Nessun dubbio sulla legittimità dell’iniziativa e sulla fondatezza di alcune critiche, ma stona la scelta della data. Una questione di opportunità istituzionale. Persino di utilità pratica. Nel momento in cui il richiamo al dovere di cooperazione in sede europea – faticosamente coltivato dall’Italia a dispetto delle resistenze dei paesi del Nord e della Germania – colloca ai margini le spinte sovraniste in tutto il continente.
Il divieto di usare bandiere di partito e l’invito a sventolare solo quella nazionale accentuano l’equivoco. È come confondere le ragioni di parte con quelle di tutta la collettività, mescolare aspetti eterogenei: la lotta politica di oggi con la visione più ampia che ogni evento storico suggerisce.
Certo, il ricordo storico non può essere soltanto celebrativo, si rischia la retorica. Va attualizzato, alla stregua dei problemi attuali. Ma, in primo luogo, occorre valorizzare l’insegnamento di fondo, lo spirito unitario indispensabile quando sono in gioco questioni di lungo periodo. È quanto seppe fare la classe politica, formatasi nella Resistenza prima di mettere mano alla rifondazione dello Stato. Non possiamo far fronte efficacemente alle contingenze se non teniamo a mente l’ispirazione che proviene da esempi importanti: ieri la ripresa economica dopo lo sfacelo della guerra; oggi la prova di coesione dimostrata nella lotta al Covid.
Quale che siano le personali opinioni politiche, occorre preservare l’idea del 2 giugno come festa di unità nazionale, nonostante tutti i contrasti politici presenti oggi, come ieri. Allora, non furono annullate le divergenze tra le forze antifasciste. Le diversità, tra liberali, cattolici, socialisti, comunisti, erano assai nette. Infatti, avrebbero determinato una radicale contrapposizione negli anni a venire.
Ma in quel momento fu avvertita la necessità di una convergenza sulle “regole del gioco”, a cui tutti si sarebbero attenuti, indipendentemente dagli interessi di bottega. Quelle scritte nella Costituzione sono, appunto, l’ordito unitario della Nazione e, non è un caso, che proprio oggi, davanti alle restrizioni imposte dalla pandemia, quel testo indichi ancora la strada da percorrere. È la base cui fare riferimento. Magari da migliorare negli aspetti che hanno mostrato limiti di tenuta, come ad esempio i rapporti tra Governo e Regioni sulla sanità.
Sarebbe errato, in ogni caso, attardarsi nella polemica sull’uso politico del 2 giugno. Per forza di cose è destinata ad esaurirsi a breve. Occorre guardare oltre la ricorrenza, chiedersi come articolare, oggi, lo “spirito costituente” che permise al Paese di rinascere dalle macerie. Si è spesso evocato, a questo proposito, il bisogno di convergenza tra tutte le forze politiche. E non sono mancati, da più parti, i richiami alla necessità di uno sforzo collettivo che unisca classe dirigente e cittadini. Con scarso successo.
Certo è impegnativo fronteggiare la pandemia e lo stiamo vedendo dai primi passi. La ripartenza non è né facile né breve. È utile l’aiuto di tutti. Non servirebbe, però, interpretare quel bisogno con gli schemi della politica di bassa lega, vale a dire, senza chiarezza sugli obiettivi. Abbiamo necessità di un’idea di società che faccia tesoro di quanto l’emergenza sanitaria ha insegnato.
La concordia si gioca, come sempre, sulle scelte di fondo. Sulle linee di costruzione del futuro. Non sulle ragioni contingenti. Si può deprecare che i soldi della Cassa integrazione tardino ad arrivare a chi ne ha bisogno; che le banche frappongano ostacoli alla concessione dei prestiti alle aziende nonostante le garanzie dello Stato; che non ci siano abbastanza tamponi da eseguire; che sia andata smarrita l’applicazione “Immuni” per tracciare il contagio. Però non basta.
Interrogarsi sull’assetto sociale che intendiamo costruire, questo l’obiettivo. Qui non possono sfuggirci alcuni punti fermi. I sussidi alle categorie che più hanno sofferto sono necessari, ma non sufficienti. A salvarci, non sarà l’assistenza – buona per tappare buchi, chiudere le falle più grosse, impedire che la situazione degeneri – ma una politica che persegua lo sviluppo, che creda nella modernità, nelle soluzioni nuove. In ogni campo essenziale: scuola, sanità, giustizia, economia.
Il futuro dipende dalla direzione delle scelte. La formazione dei giovani perché siano più attrezzati ad affrontare il domani; il recupero delle troppe energie disperse nel Paese e nel mondo; la costruzione di infrastrutture che uniscano Nord e Sud e favoriscano economia, turismo, cultura; l’ambizione di creare una classe dirigente più colta e preparata dell’attuale, soprattutto sui temi del senso civico, della cittadinanza attiva, della responsabilità sociale.
Non guasterebbe, alla fine, fare chiarezza sull’eterno inganno dietro al quale ci trinceriamo per nascondere i nostri difetti. La burocrazia, nemica del cittadino, causa di ritardi, ostacolo al cambiamento. Come se, a bloccarci, ci fosse una realtà altra da noi stessi, rispetto alla quale, in quanto classe politica, ci si possa chiamare fuori.
Certo, ci sono responsabilità di singoli per svariati motivi. Ma, va ricordato che la burocrazia siamo noi. Noi come Stato e, un po’, come cittadini. Noi che scriviamo norme troppo numerose, non solo per la complessità dei problemi, ma per mancanza di chiarezza; che non siamo in grado di impostare soluzioni semplici e rapide; che, per fretta o indecisione, scarichiamo su altri – coloro che dovranno applicare le regole – il compito di sciogliere i nodi. Perfino noi che cerchiamo di interpretare le regole secondo il vantaggio personale, non l’interesse generale.
Nonostante la fama di giuristi, abbiamo dimenticato la capacità di scrivere buone leggi, senza continui rinvii ai testi precedenti. O a quelli che verranno dopo. Ne abbiamo un ultimo, eclatante esempio nel decreto Rilancio, che avrebbe dovuto segnalarsi per senso di praticità. C’è un affastellamento di norme, un intreccio di disposizioni, persino rinvii ad atti di inizio Novecento. E rimandi al futuro: sono un centinaio i decreti attuativi che dovranno essere emessi perché le misure possano essere effettive.
Innestare travi nuove in edifici vecchi (e obsoleti) è maledettamente complicato, lasciare incomplete le costruzioni è un lavoro mal fatto. La chiamiamo burocrazia, ma a ritardare il passo è l’impianto di base, il difetto di impostazione: stratificazione di norme, accumulo di competenze, sovrapposizione di mansioni, assenza di coordinamento, richiami ad altre realtà.
La società che verrà deve fare i conti, in primo luogo, con questi problemi: centrare gli obiettivi e scegliere gli strumenti. Dobbiamo rileggere quanto accaduto nell’emergenza, e mettere a frutto l’esperienza, avendo ben chiara la direzione nella quale andare. La concordia necessaria richiede qualità di impegno: in altri termini, capacità di progettare il futuro. Nel segno del progresso e della solidarietà.

* Angelo Perrone, giurista, è stato Pubblico ministero e giudice. Cura percorsi professionali formativi, si interessa prevalentemente di diritto penale, politiche per la giustizia, diritti civili e gestione delle istituzioni. Autore di saggi, articoli e monografie. Ha collaborato e collabora con testate cartacee (La Nazione, Il Tirreno) e on line (La Voce di New York, Critica Liberale). Ha fondato e dirige Pagine letterarie, rivista on line di cultura, arte, fotografia.

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