Usa e Cina, il voto di Taiwan vara la linea “sovranista”

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Lo scorso 11 gennaio a Taiwan sono stati eletti il Presidente e il Parlamento in carica per i prossimi quattro anni. Le elezioni hanno riguardato un paese molto distante da noi e di dimensioni ridotte: poco più grande della Sicilia per quanto densamente popolata con 23 milioni di abitanti. Un paese storicamente ben conosciuto ‒ insieme ad altre classiche “tigri asiatiche” ‒ come produttore ed esportatore di elettronica e come snodo di rilevanza mondiale per la logistica marittima. E, al tempo stesso, un paese poco studiato nel panorama delle relazioni internazionali.

Eppure Taiwan, nato nella configurazione attuale dalla diaspora dei cinesi partiti dalla terraferma con la sconfitta nella guerra civile avvenuta in Cina dopo la fine della Seconda guerra mondiale, è stato da sempre un fronte caldo nel confronto tra la Repubblica Popolare e gli Stati Uniti. Tale caratteristica appare oggi ancor più evidente alla luce della accresciuta volontà della Cina ‒ sotto la guida di Xi Jinping e nel contesto della “nuova era” del socialismo cinese cominciata nel 2018 ‒ di giocare un ruolo non più solo regionale ma anche globale. Taiwan si trova nel bel mezzo della direttrice, ormai centrale per le vicende mondiali, tra Pechino e Washington. Ciò fa emergere come le dinamiche politiche ed economiche interne a Taiwan siano quindi utili da conoscere e interpretare anche alle nostre latitudini.

Gli esiti del voto
Il risultato finale delle presidenziali è stato netto: otto milioni di voti (record dall’introduzione dell’elezione diretta nel 1996) per l’uscente Tsai Ing-wen del Partito democratico progressista – Dpp. La presidente Tsai ha ottenuto il 57,1% dei voti contro il 38,6% del principale sfidante, Han Kuo-yu, candidato del Partito nazionalista – Kmt e sindaco della seconda città taiwanese, Kaoshiung. Il 4,2% dei voti è andato al terzo candidato, James Soong del People First Party – Pfp.

Rispetto alla legislatura in scadenza a livello parlamentare, a seguito del voto in un sistema maggioritario in parte prevalente e proporzionale in parte minoritaria, il Dpp perde sette seggi, conquistandone 61, ma mantiene la maggioranza e conta sul sostegno di altre formazioni minori sue alleate. Tre seggi in più, ovvero 38, per il Kmt che rimane così il primo partito di opposizione.

Elemento rilevante da sottolineare è che nelle elezioni parlamentari il Dpp e il Kmt hanno avuto il medesimo risultato nel proporzionale con circa il 33% dei voti ciascuno e con lo stesso numero di seggi conquistati (13). La differenza è stata fatta dal voto nei collegi uninominali: il Dpp ha quasi doppiato il Kmt con 48 seggi a 25. Buon esordio per il partito da poco fondato dal sindaco di Taipei, Ko Wen-je, il Taiwan People Party: 11,7% dei voti e cinque seggi nel proporzionale. Appena 3 i seggi del Pfp: sia il partito che il suo candidato presidente Soong, un veterano della politica taiwanese già in corsa per il Kmt in passate elezioni, non hanno beneficiato dell’endorsement e dell’attivismo di Terry Gou, fondatore del gigante mondiale della componentistica FoxConn e uomo più ricco di Taiwan, nell’ultima settimana di campagna elettorale. Gou si era candidato alle primarie del Kmt nella scorsa primavera venendo però sconfitto da Han.

Il messaggio diretto a Pechino
La netta vittoria di Tsai ha evidenziato la forte volontà degli elettori taiwanesi di confermare la linea della fermezza nei confronti della Cina, che considera Taiwan come una “provincia ribelle” inevitabilmente destinata a essere riunificata alla “madrepatria”, come ribadito in modo chiaro dal Presidente cinese Xi Jinping nei discorsi di inizio anno del 2019 e del 2020, magari applicando il cosiddetto sistema “un paese, due sistemi”, messo drammaticamente in discussione dalla crisi in corso a Hong Kong.

Negli scorsi quattro anni alla guida di Taiwan, Tsai e il Dpp hanno portato avanti in modo chiaro una azione volta a preservare l’attuale status dell’Isola: indipendenza politica e istituzionale dalla Cina ma prudenza nel non incitare a bruschi strappi nei confronti dell’altra sponda dello Stretto di Taiwan; al tempo stesso, coltivazione dei rapporti “informali” esistenti con gli Stati Uniti – e con altri paesi alleati di questi – che vedono in Taiwan un essenziale bastione in funzione di contenimento delle mire geopolitiche di Pechino. In campagna elettorale, partendo da una posizione di svantaggio che nella passata primavera sembrava poterne mettere in discussione la stessa ricandidatura, Tsai ha avuto la capacità di mobilitare l’elettorato, soprattutto nelle fasce di età più giovani, nella difesa dell’indipendenza taiwanese e nel rifiuto di ogni ipotesi di applicazione del “modello Hong Kong”. Alla fine del 2019, il Parlamento controllato dal Dpp ha approvato la cosiddetta legge “anti-infiltrazioni” volta a prevenire attività politiche, economiche e informative ispirate da Pechino a danno della sicurezza nazionale. Han, oggetto di polemiche sulla questione Cina a partire dalla discussa visita a Hong Kong da lui compiuta in marzo pur formalmente nella sua veste di sindaco di Kaoshiung, e i candidati parlamentari del Kmt, sono stati spinti sulla difensiva e hanno utilizzato la parte finale della campagna elettorale a difendersi dall’accusa di essere le potenziali cause dell’abdicazione della democrazia di Taiwan. L’accusa di Han a Tsai di non essere in grado di tutelare gli interessi taiwanesi ‒ anche alla luce del fatto che, durante il primo mandato della Presidente, sette paesi del Pacifico, dell’America centrale e dell’Africa hanno chiuso le relazioni diplomatiche in favore di quelle con Pechino, e quindi di rappresentare un pericolo ‒ non è stata in grado di fare breccia.

Dopo l’ufficializzazione dei risultati, nel discorso della vittoria, Tsai ha così avuto buon gioco ad affermare che il livello di partecipazione (quasi l’80% degli aventi diritto si sono recanti alle urne) e l’esito record a suo favore hanno confermato la determinazione dei taiwanesi a difendere il proprio paese quando «la sovranità e la democrazia sono minacciate». I numeri le danno ragione e la pongono in una posizione di grande forza politica per il prossimo quadriennio.

Il ruolo di Washington
Dall’analisi del discorso di Tsai e dei comunicati ufficiali pubblicati dalla Cina e dagli Usa dopo l’esito del voto, emergono alcuni elementi rivelatori della grande partita strategica di cui la piccola e da noi tanto distante Taiwan è protagonista.

Richiamando le minacce di uso della forza da parte cinese e respingendo ogni ipotesi di allargamento a Taiwan del modello “un paese, due sistemi” messo drammaticamente in discussione dagli eventi di Hong Kong, la Presidente Tsai ha ribadito l’impegno ad opporsi ai tentativi di cinesi di «modificare in modo unilaterale lo status quo nello Stretto di Taiwan». Nel comunicato ufficiale del Governo cinese è stato al contrario affermato che l’obiettivo cinese è “sviluppare” – quindi non mantenere come vuole Taiwan –l’attuale status quo esistente nello Stretto di Taiwan. Nelle stesse ore in via ufficiale il segretario di Stato degli Usa, Mike Pompeo, congratulandosi con Tsai scriveva: «Gli Usa plaudono il suo impegno a mantenere la stabilità nello Stretto di Taiwan a fronte di potenti pressioni». Anche da parte dei democratici Usa, compreso l’aspirante candidato presidente ed ex numero due di Obama, Joe Biden, sono giunte dichiarazioni di sostegno a Taiwan.
È chiaro come la Presidente Tsai sia allineata con gli Usa sul tema fondante delle relazioni con la Cina continentale. E come, di conseguenza, il voto degli elettori taiwanesi abbia rappresentato tutt’altro che una semplice vicenda locale.

La partita economica
Gli sviluppi politici a Taiwan vanno di pari passo con l’evolversi di rilevanti questioni economiche anch’esse riguardanti da vicino la Cina e gli Usa ma in direzione diversa. Mentre i rapporti politici tra le due sponde dello Stretto di Taiwan sono ai minimi storici, i commerci bilaterali sono solidi e negli ultimi anni sono cresciuti notevolmente. Circa il 40% dell’import-export di Taiwan avviene con la Cina, che è di gran lunga la maggiore mèta degli investimenti taiwanesi. Non appare casuale la sequenza dei fatti: dopo il primo anno, nel 2019, del programma taiwanese di incentivi statali volto a far rientrare dalla Cina, sotto il timore degli effetti dei dazi Usa sui prodotti costruiti in territorio cinese, linee di produzione che avevano delocalizzato e a pochi giorni dal voto nell’Isola, le autorità di Pechino hanno varato nuove procedure facilitate di investimento ad hoc per le società taiwanesi.

Finora circa 150 imprese sono state incluse nel programma gestito dal Ministero degli Affari economici di Taiwan in cambio dell’impegno a investire in patria l’equivalente di 16 miliardi di dollari e a creare nuovi posti di lavoro. Taiwan sembra essersi inoltre giovata nel breve periodo della guerra commerciale in atto tra Cina e Usa. Nel primo semestre del 2019, le esportazioni verso gli Usa ‒ trainate dai suoi tradizionali comparti di maggiore forza, su tutti quello dell’elettronica e della relativa componentistica ‒ sono cresciute del 17,4%. Ciò dovrebbe aver aiutato Taiwan, come recentemente stimato dall’Academia Sinica, primo centro di ricerca del paese, a crescere nel 2019 di oltre il 2% su base annua: una performance ben lontana da quelle del passato che avvenivano però in un contesto economico internazionale ben diverso dall’attuale. Saranno, invece, da comprendere gli effetti di lungo periodo sull’economia taiwanese, e quindi anche di riflesso sui suoi rapporti commerciali con la Cina, di una possibile tregua sino-americana nella guerra commerciale che tanto ha condizionato l’economia globale nello scorso anno.

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