L’ultimo Rapporto dell’Ocse sul lavoro, studio che analizza in maniera comparata le economie di 38 nazioni, nella parte che riguarda l’Italia denuncia l’erosione costante del potere d’acquisto, determinata dal crollo verticale dei salari reali. Lo scenario di certo non rassicurante è reso ancora più allarmante dall’emersione di nuove povertà. Dal 2021 ad oggi il livello degli stipendi è infatti sceso del 6%, flessione accompagnata dal calo della produttività. La disoccupazione appare ai minimi storici (5%), ma la ricchezza non cresce, piuttosto si allarga a macchia d’olio la fascia dei “lavori umilianti”, connotata da retribuzioni minime e da totale assenza di garanzie e di diritti. Siamo la terza economia dell’area euro; eppure, paradossalmente la nostra è una delle nazioni con la crescita più lenta, con il più alto debito pubblico tra le democrazie avanzate, con il più basso tasso di natalità d’Europa, con un flusso di emigrazioni giovanili tra le più consistenti del continente. Quest’Italia più povera si scopre anche psicologicamente più fragile. Il ceto medio, tradizionale cerniera produttiva, sta perdendo ruolo sociale e peso economico, mentre un generale senso di insicurezza attraversa il corpo collettivo, che riflette il profilo di un “Paese dimezzato”. Ritorna alla mente l’immagine letteraria del celebre “Visconte” di Italo Calvino, ferito in guerra da una cannonata in cui ognuna delle parti tira per conto suo senza nessuna possibilità di ricomposizione. La citazione opportunamente richiamata dal Presidente Gian Maria Fara nell’ultimo Rapporto Italia dell’Eurispes fotografa molto bene un’attualità segnata da grandi e piccoli conflitti, in cui manca la percezione del bene comune, come valore da perseguire.
Stiamo precipitando nel baratro di una vera e propria economia di guerra
Veronica De Romanis, docente di Economia europea alla Luiss Guido Carli di Roma e alla Stanford University di Firenze entra nell’analisi di questa condizione esistenziale oltre che economica nel suo ultimo saggio, dal titolo già esemplificativo Economia della paura (ed. Mondadori). «Stiamo precipitando – spiega la studiosa ‒ nel baratro di una vera e propria economia di guerra. Non è una novità, perché ci stiamo riferendo alla pratica di un metodo bipartisan, utilizzato da governi di destra e di sinistra che hanno offerto bonus e sussidi per proteggere le tante tribù di cui è fatto il Paese. Invece di incentivare la crescita, negli ultimi anni ci siamo preoccupati di tassare chi contribuisce allo sviluppo e crea ricchezza, premiando le rendite a tutti i livelli. Così continuiamo ad esercitarci su un tapirulant che però scorre all’indietro senza che ce ne accorgiamo». Su questa cattiva “palestra” ci siamo esercitati tutti, perdendo di vista progressivamente quella cultura del rischio che è componente essenziale di qualsiasi economia di mercato. Rintanati nel nostro piccolo orticello, coltiviamo l’illusione del grande Eduardo “adda passà ‘a nuttata”, tanto il lunario lo sbarcheremo dopo. Un atteggiamento miope e fuori dal tempo, che fa torto alla grande tradizione italiana, storicamente capace di coniugare visione e sogno. Mentre in passato le nostre imprese hanno saputo gettare le reti oltre i confini, affrontando il mare aperto della competizione, creando i presupposti che ci hanno portato a diventare una potenza industriale, oggi assistiamo a un pericoloso ripiegamento, causato in larga parte dalla mancanza di una politica economica in grado di dare un indirizzo allo sviluppo.
I nodi strutturali che ci imbrigliano
I nodi che ci attanagliano hanno radici strutturali; invece di affrontarli con metodo e rigore continuiamo a distrarre l’attenzione, creando nemici esterni: l’Europa, la BCE, i mercati. I partiti politici nazionali hanno imparato a usare l’Europa come capro espiatorio di ogni difficoltà interna, scaricano su Bruxelles la responsabilità di scelte che avrebbero dovuto rivendicare come proprie. L’orizzonte che si profila assume sempre più le sembianze di una morsa irreversibile, che investe il sistema istituzionale e valoriale in tutte le sue articolazioni. Siamo intrappolati, “i lillipuziani” hanno avuto la meglio, hanno immobilizzato “Gulliver” (anche questa è un’immagine di Gian Maria Fara), il gigante “Europa”, che annaspa tra mille contraddizioni.
Cerchiamo le scappatoie, somministrando analgesici e soluzioni tampone, scavando nicchie di privilegio, che anestetizzano il male, senza guarirci dalla malattia
Gli interventi adottati negli ultimi anni hanno agevolato le rendite di posizione, e le élite che detengono il potere. Strumenti come “quota 100” che ha lasciato in eredità 23 miliardi di reddito, hanno aiutato chi il lavoro già lo aveva, senza creare il ricambio generazionale necessario. I fondi del PNRR, invece di alimentare il prodotto potenziale, hanno accontentato clienti e corporazioni di turno, in un contesto produttivo in cui sono state individuate ben 625 voci di deduzioni e detrazioni fiscali. «Cerchiamo le scappatoie, somministrando analgesici e soluzioni tampone, scavando nicchie di privilegio, che anestetizzano il male, senza guarirci dalla malattia. L’effetto – scrive la De Romanis ‒ è quello del soufflé, gonfia qualche cifra, dando nell’occhio, ma non imprime alcuna spinta sostanziale al sistema economico, che si avvita in una spirale fatta di: meno risorse, meno crescita, meno servizi».
Inutile illudersi di poter far da soli
Una conferma di questo trend non certo positivo la si può avere se si considera che spendiamo più per gli interessi del debito (85 miliardi) che per l’istruzione (75 miliardi nell’ultimo anno). Il dato demografico rimane la principale causa del nostro pluriennale galleggiamento. Siamo la nazione con più over 75 nel mondo, dopo il Giappone; abitiamo un condominio in cui le assemblee, guidate dai più anziani, non intendono riparare il tetto per non intaccare i risparmi, sapendo che i più esposti alle infiltrazioni saranno i giovani che, avendo una più lunga aspettativa di vita non godranno di nessun ammortizzatore e nemmeno della pensione.
Il salto di paradigma potrebbe essere la transizione energetica, a patto di accompagnarlo con un cambio di mentalità e di visione della politica
In questo quadro non certo positivo, esiste una possibile cura contro il declino? Il primo passo potrebbe essere quello di smetterla di pensare di “poter fare da soli”, lo scenario delle “policrisi” va affrontato di petto dentro e con l’Europa, senza cedere alla tentazione di rimanere “piccoli, ma protetti”. Gli esempi non mancano se pensiamo che la Spagna ha reagito tornando ad essere attrattiva di risorse e capitale umano: quello che dobbiamo tornare a curare anche noi, tenendo presente che alle nostre imprese servirà una forza lavoro formata sui nuovi saperi del digitale, che andranno coltivati nel più ampio orizzonte di un sistema scolastico da innovare e potenziare. Il salto di paradigma, che molti giustamente individuano nella transizione energetica, potrebbe essere un’arma efficace a patto di accompagnarlo con un cambio di mentalità e di visione della politica, che possa portarci realmente (senza paura questa volta) verso il futuro.

