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Il “nuovo” Made in Italy e la riconfigurazione dell’architettura produttiva italiana

di
redazione

La proiezione internazionale come architrave della stabilità economica

L’Italia è un Paese spesso descritto come strutturalmente fragile, condizionato da un debito elevato, da una produttività contenuta e da una domanda interna modesta. Nonostante questa rappresentazione, la capacità di adattamento del sistema produttivo nazionale – e in particolare la forza delle sue filiere manifatturiere – ha consentito al Paese di mantenere un equilibrio macroeconomico anche in presenza di vincoli strutturali persistenti. L’elemento decisivo è la proiezione internazionale.

Nel 2023 la componente estera netta ha spiegato integralmente la crescita del Pil (+0,7%), e nel 2024 ha contribuito per oltre la metà all’espansione complessiva (Agenzia ICE, 2025). Le esportazioni di beni hanno superato i 623 miliardi di euro, a fronte di importazioni per circa 570 miliardi, generando un saldo commerciale superiore ai 54 miliardi. Al netto dei prodotti energetici, il surplus supera i 100 miliardi: un indicatore che la competitività italiana non dipende da congiunture favorevoli sui mercati delle materie prime, ma è radicata nella qualità dei comparti manifatturieri e nel loro posizionamento nei segmenti ad alto valore aggiunto.

La qualità di questo posizionamento si misura anche in termini relativi. Nel 2024 la quota dell’Italia sulle esportazioni mondiali di merci si attesta al 2,83%, collocando il Paese stabilmente tra i principali attori del commercio internazionale. Nel comparto manifatturiero, che rappresenta oltre il 95% dell’export nazionale, l’Italia mantiene la sesta posizione mondiale tra gli esportatori di manufatti e la seconda posizione in Europa per valore aggiunto industriale, con una quota della manifattura sul Pil stabilizzata intorno al 15%. 

Un cambio di paradigma: dalla terza alla quarta Italia

La categoria della “terza Italia”, introdotta da Arnaldo Bagnasco nel 1977, descriveva un modello fondato su distretti industriali, piccole e medie imprese e forte radicamento territoriale. Il vantaggio competitivo derivava dalla concentrazione settoriale, dalla prossimità geografica e dalla circolazione di conoscenze tacite tra imprese.

Per oltre due decenni questo modello ha rappresentato una risposta efficace alla crisi del fordismo. Il contesto che ne aveva favorito l’affermazione, tuttavia, è profondamente mutato. La globalizzazione delle catene del valore, la finanziarizzazione dell’economia e la digitalizzazione dei processi produttivi hanno ridefinito sia le modalità di creazione del valore sia la geografia della produzione. La manifattura continua a rappresentare l’architrave del sistema, ma si integra stabilmente con attività immateriali e con servizi ad alto valore aggiunto. Il radicamento territoriale resta un tratto distintivo, ma la sola prossimità geografica non è più sufficiente a garantire competitività. I distretti non scompaiono: le imprese continuano a essere radicate nei territori, ma operano entro reti produttive e relazionali che si estendono ben oltre la dimensione locale. Si consolida, così, quella che alcuni studiosi definiscono una “quarta Italia”: un capitalismo cognitivo-culturale fondato sulla produzione di conoscenza, sull’innovazione e sull’integrazione tra ecosistemi imprenditoriali urbani e sistemi locali.

Oltre le 5A: le nuove filiere strategiche

La forza del capitalismo italiano si è storicamente concentrata nel nucleo manifatturiero delle cosiddette 5A: agroalimentare, abbigliamento, arredo, automazione e automotive. La trasformazione in atto rende evidente che esse non esauriscono più il perimetro della competitività nazionale. Accanto a queste filiere storiche emergono cinque nuovi ambiti strategici: economia della salute, economia dello spazio e della difesa, economia blu e cantieristica, turismo e tempo libero, industrie culturali e creative.

L’economia della salute è uno degli esempi più compiuti della riconfigurazione in atto: 130 miliardi di euro di fatturato, 60 miliardi di export, 67.000 imprese e 363.000 occupati. La competitività non si esaurisce nella capacità produttiva, ma si concentra nel presidio della ricerca clinica, della certificazione e del coordinamento internazionale, con un segmento biomedicale che combina alta intensità innovativa e diffusa presenza di piccole e medie imprese.

L’economia dello spazio e della difesa introduce, invece, la dimensione della tecnologia duale come fattore strategico, con un posizionamento riconosciuto nelle piattaforme satellitari, nei sistemi di osservazione terrestre e nelle soluzioni dual use.

L’economia blu e la cantieristica trasformano una tradizione manifatturiera in una filiera ad alta integrazione tecnologica: l’Italia, infatti, è il primo costruttore europeo di navi per tonnellaggio e il quarto mondiale, con una posizione di leadership assoluta nella nautica da diporto (oltre la metà degli ordini mondiali di superyacht) e una propensione all’export che sfiora il 90% della produzione.

Il turismo e il tempo libero non sono una semplice filiera terziaria: sono un dispositivo produttivo che coordina risorse eterogenee (infrastrutture, patrimonio culturale, mobilità, servizi digitali) trasformandole in esperienza economica organizzata, con 145 miliardi di fatturato e 1,3 milioni di occupati. Il valore non scaturisce automaticamente dalla dotazione storica o paesaggistica del Paese, ma dalla capacità di coordinare funzioni differenti.

Le industrie culturali e creative, infine, rendono esplicita la centralità del capitale cognitivo e simbolico come fattore competitivo: 64 miliardi di fatturato, 204.000 imprese e 453.000 occupati distribuiti tra software e videogiochi, audiovisivo, design, architettura, patrimonio e arti performative.

La riconfigurazione della geografia produttiva

La geografia produttiva del Made in Italy si è storicamente strutturata attorno alla dorsale Centro-Nord-Est. In questi territori, la manifattura non cresceva dentro le imprese, ma dentro i territori: le competenze circolavano tra officine, laboratori e famiglie imprenditoriali, l’economia e la società diventavano due facce della stessa medaglia. Il baricentro manifatturiero rimane oggi in larga parte ancorato alle regioni storicamente specializzate. Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte, Marche e Toscana concentrano una quota rilevante delle esportazioni nazionali, con l’export che in diverse di queste regioni rappresenta circa il 40% o più dell’economia regionale; tuttavia, la logica spaziale su cui quel modello si reggeva si è gradualmente modificata.

La creazione di valore tende a muoversi lungo reti produttive più ampie. L’economia della salute si organizza attorno a poli regionali ad alta intensità di ricerca (Lombardia, Lazio, Toscana, Veneto ed Emilia-Romagna concentrano oltre l’80% dell’occupazione complessiva) dove Università, centri ospedalieri e imprese biotech operano in stretta connessione. L’economia dello spazio e della difesa presenta una distribuzione fortemente concentrata: il Lazio ospita circa il 25% delle imprese del settore, affiancato dai cluster lombardo, piemontese e da poli emergenti in Toscana, Emilia-Romagna e Campania. L’economia blu segue, invece, la geografia marittima del Paese, organizzandosi attorno ai sistemi portuali del Nord Tirreno Settentrionale (Genova, La Spezia), del Tirreno Centrale (Napoli), del Tirreno Meridionale (Palermo), dell’Adriatico Settentrionale (Monfalcone, Trieste, Venezia) e dell’Adriatico Centrale (Ancona, Ravenna). La filiera turistica presenta la distribuzione più diffusa: dal Nord-Est con Venezia, le Dolomiti e il Garda, al Centro con Toscana e Lazio, fino alle regioni del Mezzogiorno. Le industrie culturali e creative mostrano, invece, la polarizzazione più accentuata: Milano, Roma e Torino concentrano la quota prevalente dell’occupazione creativa nazionale, mentre il Mezzogiorno evidenzia dinamiche di crescita più sostenute nel periodo recente, pur con un peso relativo ancora inferiore alla media nazionale. 

Il “nuovo” Made in Italy: dal bisogno funzionale allo stile di vita

Per lungo tempo il Made in Italy è stato raccontato attraverso i suoi prodotti: cibo, arredi, automobili, abiti. Ma già in questa configurazione originaria esso non era mai stato soltanto produzione. Dietro gli oggetti si intravedeva qualcosa di più: un modo di fare le cose e un modo di vivere. Il cibo non era solo nutrimento, ma convivialità e cultura del territorio; l’abito non era solo protezione, ma linguaggio estetico; l’arredo non era solo funzionalità domestica, ma interpretazione dello spazio. La dimensione materiale del prodotto si intrecciava con una dimensione simbolica e culturale. Con il tempo, il Made in Italy ha progressivamente smesso di indicare soltanto il luogo di produzione per trasformarsi in qualcosa di più complesso: un insieme riconoscibile di valori, immagini e significati. Il prodotto, dunque, incorpora e trasmette elementi culturali radicati nei territori e nelle tradizioni produttive locali, trasformando il bene materiale in portatore di significati più ampi.

Il “nuovo” Made in Italy tende a intercettare immaginari culturali e nuovi stili di vita. Non più soltanto nella qualità e nella funzionalità materiale del prodotto, ma nella capacità di dare forma a esperienze riconoscibili. Più che limitarsi a esportare beni, il “nuovo” Made in Italy contribuisce a esportare modi di abitare il mondo.

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