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“Eravamo comunisti”: Massimo D’Alema racconta il tramonto di un partito e il comunismo che non c’è più

di
redazione

C’è stato un tempo, nel nostro Paese, nel quale noi italiani «eravamo comunisti», senza vergognarci di esserlo. Un tempo nel quale il comunismo è stato antidoto efficace al consumismo, prima che quest’ultimo prendesse il sopravvento perfino in àmbito pubblico producendo una politica declinata a esclusivo uso e consumo – appunto – dell’elettore piuttosto che del cittadino. 

In un’epoca come quella odierna, lungo deposito del disfacimento della Prima Repubblica, la lettura dell’ultimo libro di Massimo D’Alema (Eravamo comunisti, ed. Feltrinelli, 2026) – un’autobiografia sentimental-politica svolta in forma di cronaca tra il pubblico e il privato (ovvero «un racconto politico che si intreccia a momenti importanti della mia vita personale», p. 240) – ci riporta con sincera e affettiva immediatezza a quell’età dell’oro della vita politica italiana che fu anche età del loro e, dunque, del noi. 

Non inganni, da questo punto di vista, la foto di copertina scelta per il volume, nella quale una donna cammina in solitudine verso qualcosa che resta fuori campo, sotto il sole che illumina la spianata della festa dell’unità di Reggio Emilia (correva l’anno 1983): il racconto che D’Alema svolge lungo le oltre 200 pagine del libro, infatti, è tutt’altro che “solitario”. Esso è principalmente il racconto di un’avventura collettiva fatto di molti nomi e di ritratti consegnati alla pagina dalla memoria, tra i quali campeggiano, inevitabilmente, quelli di Amendola, Berlinguer, Natta, Occhetto, Pertini (sebbene sull’“altra sponda” del fiume rosso). Il partito come entità collettiva, plurale, dinamica. Non è un caso, dunque, che la narrazione cominci inseguendo le tracce familiari di una “passione rossa” tramandata quasi come atto morale da parte di chi – il padre Giuseppe – aveva partecipato alla Resistenza sull’Appennino tosco-romagnolo prima di diventare dirigente del Pci e di sposare una compagna romana.

Dietro i ritratti dei protagonisti, tuttavia, riempie le pagine anche una folla animatissima di “comunisti comuni”: quelli che c’erano e non ci sono più, quelli che lungo il trentennio qui raccontato hanno tenuto in piedi con i propri voti e la propria partecipazione il maggior partito comunista dell’Europa occidentale. Collettività molteplici, spesso anche in reciproco contrasto, con le quali l’autore si è interfacciato durante gli anni del movimentismo sessantottino (in questo senso, i capitoli dedicati all’esperienza pisana del D’Alema ventenne sono forse i più sinceri e commoventi): anni durante i quali tutte le strade sembravano aperte e ciascuno era chiamato ad assumersi la responsabilità di una scelta di campo. 

Dilemma lacerante, quello tra il partito e la realtà, tra l’adesione urgente – e spesso violenta – alle rivendicazioni di una società in trasformazione (dopo gli anni bui della guerra e quelli ambigui del boom economico) e l’ossequio a un dover essere imposto al partito dalla propria “tradizione nobile”: affrontarlo pare essere stata la sfida costante del cursus politico dalemiano. Almeno fino al “naufragio” delle ideologie che ha segnato l’avvio degli anni Novanta, un attimo prima che la Prima Repubblica venisse spazzata via: «C’erano tutti: Natta, Napolitano, Ingrao, Chiaromonte, Reichlin, Macaluso, Bufalini… Quello che con una espressione solenne si chiamava il “gruppo dirigente storico”. Sembravano, anzi sembravamo, un gruppo di naufraghi. Mi venne in mente la zattera di Géricault». Il tono  quasi elegiaco di queste righe, che compaiono nelle pagine conclusive, riassume bene quello che colora tutto il volume di una nostalgia lucida e senza lacrime, che molto somiglia allo stile dei comizi dalemiani. 

Le promesse e le belle speranze del Sessantotto, gli anni Settanta e il riflusso, la stagione del terrorismo, l’audace tentativo del compromesso storico con la Dc e la competizione a sinistra con i socialisti: sono le tappe fondamentali – le vertebre dorsali degli otto capitoli del volume – di una lunga epoca nella quale essere comunisti, dentro o fuori dal partito, significò essere al centro di vicende sociali, politiche e internazionali che ancora oggi si fanno sentire, con la loro eco, tra le rovine di un panorama politico. Ma sono, altresì, gli ostacoli affrontati da una vera e propria relazione: quella di D’Alema col partito; quella del partito con la società italiana nel suo periodo di più radicale trasformazione; e quella della stessa società con se stessa. Non sorprende, dunque, che altre relazioni entrino, inattese, nelle pagine più intime di Eravamo comunisti, là dove l’autore si lascia andare – sempre senza troppo sbottonarsi – a un personalismo che restituisce la misura di una vicenda vissuta con gli altri anche sul piano privato. Il caso più eclatante di questa risonanza tra pubblico e privato è rappresentato senza dubbio dalle morti improvvise – avvenute per un caso crudele nella medesima estate «maledetta e drammatica» – di Berlinguer e della compagna Giusi.

Così, dunque, entrambi questi dolori messi uno accanto all’altro sembrano in qualche modo segnare la fine delle illusioni e l’ingresso in una nuova età della “ragione”; di lì a poco, la svolta della Bolognina interverrà a cambiare ogni cosa, e per sempre. Il cambio di nome e la scissione (Pds da una parte, Rifondazione dall’altra) del partito apriranno la strada a una storia diversa, che tuttavia rimane fuori dalle pagine del libro.

«Eravamo comunisti», e poi non lo siamo stati più. Eravamo «gabbiani ipotetici», come dice Gaber nel celeberrimo brano, eppure siamo stati forse gli ultimi – nella storia repubblicana di questo Paese – a essere in grado di immaginarsi tali. Ora che «il sogno si è rattrappito», i gabbiani appollaiati sui tetti dei palazzi del potere sembrano non avere nemmeno più l’intenzione del volo. 

Un libro da leggere, dunque, anche per recuperare un pezzo di memoria storica del nostro Paese. Con la distanza benevola del tempo. 

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